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Incompatibilità

di

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Mentre posa le tazzine sporche nel lavello, Marta si accorge che le sue mani stanno tremando. Quella con la macchia rossa vorrebbe scagliarla contro le piastrelle della cucina. Invece, le mette giù entrambe, una accanto all’altra, in modo che i bordi si sfiorino. Non si toccano. Ma si sfiorano.

Mentre posa le tazzine sporche nel lavello, Marta si accorge che le sue mani stanno tremando. Quella con la macchia rossa vorrebbe scagliarla contro le piastrelle della cucina. Invece, le mette giù entrambe, una accanto all’altra, in modo che i bordi si sfiorino. Non si toccano. Ma si sfiorano.
Più volte, nei mesi precedenti, le era capitato di chiedersi quale fosse il colore del rossetto che Emma portava adesso. Ne era convinta, Emma il rossetto lo metteva ancora. Quando oggi pomeriggio se l’è trovata davanti, sulla soglia di casa, ha notato subito che il rossetto era rosso. Perché, come d’abitudine, le ha guardato la bocca prima di ogni altra cosa. – << E tu che ci fai qui? >>, le ha chiesto con evidente sorpresa quando ha aperto la porta. – << Non riuscivo ad aspettare. Fammi entrare >>, le dice con il respiro corto. E le getta le braccia al collo, con una naturalezza di cui soltanto lei sarebbe capace in una situazione come la loro. Sono mesi che Marta non sente il petto di Emma sollevarsi contro il suo. E stranamente l’emozione è ancora la stessa. – << Ma mi dici cosa cavolo ci fanno quei libri di storia dell’arte su quello scaffale? Non ci stanno bene. Quello è il regno di Carlotto, Carofiglio, De Giovanni … Non credevo saresti stata capace di un accostamento così azzardato!>>. Non le è mancata per niente la schiettezza di Emma nel mettere in discussione le sue scelte, anche se riguardano i libri da mettere vicini sugli scaffali. – “Che ne dici se faccio conoscere Salinger a Elena Ferrante?”, aveva provato a chiederle Marta un giorno, con il sorriso delle grandi occasioni, uscendo insieme dalla doccia. Emma quella volta aveva alzato gli occhi al cielo e sospirato profondamente. Schietta anche nei gesti.
Adesso che la sua ospite si muove nell’ingresso dell’appartamento che hanno condiviso per tre anni, Marta si sta chiedendo perché ha messo la sua ultima raccolta di storia dell’arte lì dove stanno i gialli. “Perché è solo una sistemazione provvisoria”, ricorda a se stessa. “Se lei fosse arrivata mercoledì, come concordato, non li avrebbe trovati qui” . – << Cazzo Marta, hai combinato un gran casino anche su quest’altra libreria! Complimenti, Dacia Maraini accanto a ZeroCalcare. Come diavolo ti è venuto in mente?>>. – << Esperimenti di nuove commistioni artistico – letterarie>>, risponde Marta con irritazione, sapendo bene che anche quei volumi saranno presto separati.
Emma posa il suo zaino sul tappeto dell’ingresso e si sposta in soggiorno, con la sicurezza di chi conosce bene ogni spazio. “Accidenti a quella macchia!”, pensa Marta inchiodando gli occhi sul bordo corto del tappeto. Solo ora si accorge che è ancora macchiato. Discussioni interminabili su quel tappeto. “ E porca miseria Marta, è solo un tappeto per l’ingresso, per metterci sopra le scarpe tra l’altro! Non sarà certo una tragedia se non si intona perfettamente con il portaombrelli rosso. Che poi, chi cavolo ha deciso che il rosso e il tortora non ci stanno bene insieme?”. Per Marta l’accostamento dei colori ha sempre assunto i caratteri delle scelte importanti. Emma si avvicina al tavolo, e con un gesto automatico, lo spinge con decisione verso il pilastro che separa il soggiorno dalla cucina, lasciando un paio di centimetri fra il bordo dell’uno e la superficie dell’altro. << “ Dieci centimetri di distanza sono troppi, accostalo di più”. Te lo ricordi quando me lo ripetevi tutte le volte che spostavo e pulivo, e poi non rimettevo nulla nel modo in cui volevi tu?>> , Emma la provoca ancora. E Marta avverte immediatamente una fitta di fastidio. Si rende conto soltanto ora che il tavolo è fuori posizione, fuori dalla sua consueta posizione. Per tutte le ore precedenti è rimasta seduta a quel tavolo senza accorgersi che era troppo lontano dal pilastro. E nonostante questo ha lavorato bene. Ha corretto le versioni di greco dei ragazzi di quinto ginnasio e ha preparato la verifica per quelli di quarto. Quando Emma comincia ad afferrare i fogli sparsi sul tavolo accanto al computer, e quelli appoggiati sulle sedie, sbirciandone lettere e parole con indifferenza, Marta si accorge di non aver separato le versioni appena corrette dalle verifiche che sottoporrà domani ai suoi alunni. Sono impilate le une sulle altre senza discontinuità. – << Ma come si fa a lavorare in questo modo? Non c’è ordine, non c’è equilibrio, non c’è criterio!>> , la scuote Emma, come se stesse leggendo i suoi pensieri. E il tono canzonatorio con cui le si rivolge la irrita nuovamente. Eppure, nel frattempo, non può fare a meno di pensare che quei pantaloni neri le stanno divinamente.
– << Non capisco perché sei venuta. Perché sei venuta oggi! Avevamo detto che ci saremmo viste mercoledì >>. – << E io ho voluto anticipare! Cosa c’è, ho disturbato il tuo schema di giornata? Ho mandato all’aria la minuziosa ripartizione delle tue ore?>> . Emma la guarda e mentre la guarda la sfida. Marta quello sguardo non lo regge e gira la testa in direzione delle foto appese alla parete dietro il televisore. Sono le foto dei viaggi fatti con suo fratello alcuni anni prima. Prima che Emma entrasse nella sua vita come un vulcano. Guardarle le dà sicurezza. Il modo in cui sono allineate. Il bordo inferiore di tutte alla stessa altezza. Quello la tranquillizza. Soltanto ora, però, vede che sulle cornici scure i granelli di polvere brillano sotto il riflesso della luce della lampada vicina. E prova imbarazzo, perché lei la polvere sui quadri proprio non la sopporta. E se Emma se ne accorgesse glielo rinfaccerebbe di certo “ Quando spolveri, toglila anche dalle cornici la polvere! Perché le mensole sì e i quadri no?!” , Marta glielo ripeteva tutte le volte che decidevano di pulire casa insieme. Da quanto tempo non le spolvera quelle cornici? Una settimana, due settimane, un mese? Non lo sa, non se n’è accorta. Non ci ha pensato. Sì, semplicemente non ha pensato che le cornici dovessero essere spolverate. – << Allora, sei contenta o no di vedermi? Posso sedermi sul tuo divano orrendamente marrone e poggiare la testa sui tuoi cuscini dello stesso orrendo marrone del divano? Dai, preparami un caffè>>. Marta accenna un sorriso e si avvicina ai fornelli. Prepara il caffè, sceglie dalla dispensa le sue tazze preferite. Inspira profondamente l’aroma che si diffonde nella stanza. – << Lo sai che sono contenta, ti ho chiesto io di rivederci. Non capisco però perché tu sia venuta oggi, avevamo detto mercoledì, oggi è lunedì. Non mi avresti trovata in tuta, con i capelli in disordine. Non avresti trovato la casa così poco sistemata … >>. – << Ma smettila con queste cazzate Marta! Chi se ne frega del tuo ordine o di quello del salottino tutto bellino! Io sono qui per vedere te, non per ammirare la tua casa, con le sue geometrie perfette e claustrofobiche. Non ci vediamo da cinque mesi e ti preoccupi dell’igiene domestica? Sai che non me n’è mai fregato niente!>>. – <<A te non è mai fregato niente di niente, in verità>>. Marta ha risposto senza riflettere, d’impulso. – << E no cara mia, quello che non hai mai capito, e che a quanto pare ancora non capisci, è che a me è sempre fregato solo di determinate cose, non certo di quanto fosse bello e raffinato l’arredamento della tua casa o di come sistemare i tuoi cazzo di libri >>, la aggredisce Emma. Marta si morde il labbro inferiore. Se lo morde con forza. – << Scusami. Non volevo essere così dura. Allora, come stai? Dimmi un po’, le infermiere sono più apprezzate a Torino?>>. – << Le infermiere sono apprezzate ovunque, anche qui a Roma. Sei tu che hai sempre creduto che noi infermieri fossimo una categoria meno aristocratica di quella dei medici >>. E mentre lo dice fa una smorfia d’imbarazzo che Marta riesce a cogliere. Versa il caffè nelle tazzine e le poggia sul tavolino bianco. Si siede sul divano accanto a Emma. E pensa anche lei che quel divano abbia un colore tremendo. Lo ha scelto perché richiama il colore delle piastrelle dell’angolo cottura, e perché ha una forma compatibile, sì compatibile aveva pensato quando lo aveva comprato, con il tavolino, rettangolare e spigoloso, che le hanno regalato. Ma un divano e un tavolo possono davvero essere incompatibili? Le persone sono incompatibili, non gli oggetti. – << Lo sai anche tu vero che le cose fra noi non potevano più funzionare >>, dice all’improvviso Emma. << Sarebbe stato l’ennesimo, fallimentare tentativo di far sopravvivere il nostro rapporto. Sarebbe stata l’ennesima sofferenza per entrambe>>. Emma poggia le sue labbra rosso corallo sul bordo della tazza. – << Perché continui a credere che sarebbe stato un fallimento?>>. – << Perché sarebbe stato così e lo sai bene anche tu. Soltanto che tu non vuoi ammetterlo, perché tu non ammetti i fallimenti >>. Marta inconsapevolmente le ha messo una mano sulla gamba. Emma si alza di scatto e si avvicina alla finestra. Le dà le spalle. – <<Ho conosciuto una persona a Torino>>. Marta smette di respirare. La mano che dalla gamba di Emma si è spostata sul divano avverte tutta la ruvidità del tessuto. – <<Lavoriamo insieme. È un’infermiera anche lei. Siamo uscite a cena qualche volta. Ci troviamo bene. Sono a mio agio con lei. Se sono qui è anche per dirti questo. Volevo dirtelo. Volevo dirti che sono felice>>. Emma dice le cose tutto d’un fiato. Si gira e Marta vede che ha il viso rosso come per uno sforzo disumano. Le tende di organza bianca che coprono i vetri della finestra e che fino a qualche minuto fa le sembravano perfette per il suo salotto, ora sembrano avere mille imperfezioni. Nella cucitura dell’orlo, nell’arricciamento superiore, nella lunghezza del pannello. Le tende di organza bianca, così luminose fino a poco fa, ora le sembrano blu notte. – <<Sono felice per te>>, si sforza di rispondere Marta. Ma la sua voce ha un’incrinatura evidente. Emma torna a sedersi sul divano. – << Marta vai avanti anche tu. Se sono qui è perché avevo voglia di vederti, abbracciarti, salutarti. Ma anche di dirti che io sto bene. Che io senza di te sto bene. E sono convinta che anche tu, senza di me, stai bene. Lo sai. Credici e prova ad essere felice>>. Emma non riesce a continuare, le pesa ora guardare l’amica. E all’amica ora pesa guardare lei. – <<Va bene così Emma>>. Quando Marta dice così significa “non voglio più parlarne Emma”. Le pareti giallo arancio del soggiorno paiono chiudersi su di loro e soffocarle. “Se le dipingiamo di questo colore ci sembrerà che il sole entri in casa”, era esplosa Marta quando avevano consultato la cartella dei colori per ridipingere l’appartamento. Ora il sole è bloccato fuori. Rimangono in silenzio per qualche minuto, e tutte e due hanno lo sguardo sulla tazzina vuota sul tavolo davanti a loro. – << Parlami Marta>>. – <<Va bene così Emma>>. – << Sei la solita egoista. E sai cosa c’è? Che sono stanca. Stanca di preoccuparmi di te, del tuo giudizio, del tuo dolore, della tua felicità. Questa casa è sempre stata soltanto la tua casa. E tu e la tua casa non respirate. Tu e la tua casa togliete il respiro>>.
Marta guarda Emma alzarsi dal divano, allontanarsi, muoversi con il suo passo pesante sul parquet opaco. Anche il parquet ha perso la sua brillantezza. La sua ex compagna riprende lo zaino e va via senza voltarsi. Non prima però di averle detto – << Con te ho riso di gusto. Ma con te, ora, non rido più >>.
Mette le tazzine nel lavello. Aspetta che le sue mani smettano di tremare. Si avvicina alla libreria a sinistra del televisore e si accorge che Elena Ferrante e Salinger sono separati da due ripiani, non li ha mai fatti conoscere. Allora prende Il giovane Holden e lo mette accanto a L’amica geniale. Holden Caulfield, studente lavativo, dall’aria indifferente, sotto lo sguardo protettivo della professoressa Elena Greco. Sorridendo, alza gli occhi verso la parete con le foto. Le toglie tutte. Guarda il muro spoglio. Poi le riappende lentamente e le osserva. I bordi inferiori ora non sono più allineati.

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