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Il potere dell’umanità o questo pensiero semplice

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Regalare libri agli sconosciuti, un pensiero semplice

Si vive di esercizi, mi pare (e di risultati mancati, pure).
Rincasavo dal parco, quella mattina. Erano le 9,30. Alla bancarella dell’usato, nel mercatino vicino casa, non solo vinili a sette euro, abiti e accessori vintage, anche pile di libri usati: un euro, o due euro – era scritto a mano su dei fogli bianchi.
Geografia e giochi. (Una rosa è una rosa, è una rosa, è una rosa) First edition. Boston, 1922. Devono averla scambiata per una margherita qualsiasi se, in una delle sue prime edizioni, me l’hanno porta in mano, “Un euro”, era il prezzo annunciato dal venditore con il suo sorriso gioviale, accogliente; e io l’ho afferrata, questa rosa. Rivelavo lo stesso garbo del signore, e anche della gratitudine che solo io, in quella circostanza, potevo riconoscere. L’ho afferrata, la copia, e sono scappato. Sono tornato indietro veloce, un momento solo, per accendere al venditore la sigaretta. E darci una pacca sulla spalla, io e lui, come due vecchi amici.Raggiungevo l’edicola, divertito e pure un poco disturbato: avrei forse dovuto spiegare – potuto, sì, lo so -, avrei dovuto spiegare, mi chiedo, a quel sorriso gioviale e accogliente il valore di quel libro? In silenzio, in verità, quell’edizione, mi è parso di averla salvata dalla polvere, come dall’indifferenza. No, non dovevo. Questo dovere allora, mi raccontavo, era piuttosto solo una possibilità.Raggiungevo piazza Conca d’Oro. Entravo nell’area di verde e cemento, dopo aver attraversato le strisce pedonali. Quest’area cementata, negli anni Ottanta, come nei Novanta, era altro: un parco vero. Verde. Verdissimo: di alberi e piste per andare sui pattini e correre in bicicletta, di altalene per volare in alto, Sempre di più! – gridavano i bambini, di scivoli per salirci sopra e poi finire a terra, o tra i ciottoli e sbucciarsi pure le ginocchia e scappare lacrimando alla fontanella per sciacquarsi viso e ginocchia. Un parco vero per vivere così, da bambini, e da bambine.I cestini di ferro, lì, verdi anch’essi, si riempivano di sporcizia da buttare. Qualcosa restava sempre in terra, lì intorno, come a dire: servono cestini più grandi. Ma il verde primeggiava, e i più piccoli, le più piccole, scendevano dai palazzi lì intorno per giocare.Con la mia rosa sotto braccio, quella domenica, raggiungevo quest’area di cemento fatta di poche panchine, e aree limitate di verde abbandonato. Nessuna margherita a colorarlo: dominavano bottiglie di vetro, birre svuotate nella notte. Avrei pensato, data la giornata, era la domenica di Pasqua, fosse più consono scoprire un prato di uova di cioccolata sparse dappertutto per essere raccolte dai bambini, dalle bambine.

Un uomo alto, molto alto, si capiva dalla postura, era seduto su di una panchina. Beveva una birra. Solo. E solo fissava il cemento in terra; mi pareva assorto, in questo fissare, nel modo speranzoso con cui qualcuno può rivolgersi a un oracolo. Nel modo speranzoso, anche, di chi spera che il cemento possa parlarti, o quantomeno accogliere la tua solitudine. Custodirla, se non addirittura proteggerla. (Se non era speranzoso, era afflitto in modo sconsiderato).Un altro, con una maglia rossa, sedeva su di un’altra panchina. Beveva una birra. Anche lui. E anche lui solo. Ma si guardava intorno, quasi come aspettasse l’arrivo di qualcuno nell’aria. Come chi sa che non è il cemento a salvarci; solo certi legami umani, preservano in sé questi poteri magici. Potentissimi. Il potere dell’umanità.L’ho riconosciuto, gli ho sorriso da lontano prima, sono salito a casa poi. La mia rosa l’ho poggiata sulla scrivania, tra i suoi simili. L’ho poggiata con il fare di chi presto l’avrebbe ripresa: con una matita inserita tra le pagine, e un quaderno accanto. Ho afferrato due libri: li ho impacchettati, come si presentano le sorprese. In bagno ho depositato la birra che non avevo bevuto. Sono uscito, rientrato veloce, per evitare le urla di Bao, la mia coinquilina cinese che “Stlonzo, tu pisciare tu alzare tavoletta”; è anche il biglietto che ha attaccato sopra il water. Scritto proprio così: tu pisciare tu alzare tavoletta. Sono sceso per raggiungere di nuovo quelle panchine. I due uomini soli, soli e vicini, erano ancora lì. Entrambi. Com’è triste vedere due solitudini l’una accanto all’altra e non poter spiegare a esse, per non sembrare inopportuni, che forse avvicinandosi potrebbero sparire tutte e due e così, queste solitudini, trasformarsi in altro.
Mi sono appellato al coraggio e ho teso il braccio, “Buona Pasqua!”. Ho donato così un libro alla prima solitudine, un libro alla seconda. Queste (mie) sorprese impacchettate.L’uomo alto è rimasto immobile, indifferente, ha solo accettato il dono per poi poggiarlo accanto a lui. Di parlare non ne voleva sapere. Mi sono allontanato.L’altra solitudine, invece, quella vestita di rosso, mi ha sorriso: “Vuoi un po’ di birra? Te ne compro una… Ce li ho i soldi, non voglio i tuoi soldi…”. “No, grazie. Io mi sono buttato sui libri”. Abbiamo riso, divertiti. “Sui libri…”, ha ribadito lui. E pure, ho proseguito: “Tenta di mattina, dovresti provare a leggere di mattina… Potrebbe piacerti molto, moltissimo, e così cominciare a bere birra un poco più tardi… Nel pomeriggio, o la sera…”. Ha riso, quasi divertito. “Sono serio. Non ridere!”, l’ho rimproverato. “Senti un po’- mi ha redarguito, eppure non del tutto iroso, una calma, si direbbe, lo guidava, e pure un fare pacato; persino una curiosità: – Senti un po’: tu credi alle cose che non esistono, vero? Nell’impossibile?” “Sì – mi sono spiegato – e per fortuna – ho aggiunto poi. – Con orgoglio. Mi piace credere nell’impossibile; convincermi che si possa trasformare in diverse possibilità…”. (e poi, scegliere, ho pensato). Ho allargato le gambe, poggiato il gomito sulla destra, il volto sul palmo della mano, come volessi concentrarmi meglio. Lo guardavo.“E quali sarebbero queste possibilità?”, mi domandava curioso, e scartava intanto il mio dono, mi pareva con l’entusiasmo dei bambini quando strappano la carta ai regali la notte di Natale.Ho girato una sigaretta. Gli ho raccontato così la storia di questo padre che rubava piante e fiori. Era la storia di una vita complicata da conoscere, persino per un figlio come me che vive nel tentativo di fare dell’esistenza solo un esercizio perenne a migliorarsi, – per stare bene, o anche solo per sopravvivere, se vivere è un’idea fin troppo ardimentosa – un esercizio a restare da solo. Era la storia, raccontavo, di un uomo che “Questa cleptomania, badate bene – spiegava il medico – è associata al disturbo ossessivo-compulsivo”.Le possibilità. Dovendo accettare – meglio: dovendo far finta di accettare queste parole – fosse sufficiente la verità per acquietare uno stato d’animo o giustificare un’azione seppure sbagliata-, dicevo: dovendo accettare queste parole, ho cercato di trasformare questi furti di piante e fiori in nuove possibilità: “Sai – gli ho raccontato – quest’uomo diresti che è un semplice ladro di piante e di fiori, se non sapessi riconoscere, o scoprire il suo grande e favoloso obiettivo: restituire a una casa di pareti ancora solide, ma di crepe riempite di dolore e disperazioni, ingrigite dal fumo, nuovi colori e nuovi odori.”“La vita davanti a sé… Che titolone! – aveva scartato il mio dono. – Non ti devi dispiacere se adesso vado a comprare un’altra birra.”. “No”, ho risposto secco, (segretamente) deluso.(Mi aveva ascoltato?) Poi si è alzato, con il mio regalo sotto il braccio. “Le possibilità – bofonchiava – le possibilità…” e guardava la copertina del libro. Anche lì dentro scoprirebbe una possibilità diversa di amore. Chapeau a Romain Gary. (Dove starà Momo? Che fine avrà fatto?) L’ho presto visto scomparire dentro un negozio, uno di quelli che apre trecentosessantacinque giorni all’anno, dalle otto di mattina alle ventidue di notte. Mi sono alzato per rincasare. La domenica di Pasqua era ancora nella sua mattina. Ognuno, mi dicevo, in fondo prova a risorgere – o anche solo a resistere – come può. Era questo il mio pensiero semplice.

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