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Flannery O’Connor e la saggezza liberista

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Flannery O’Connor ci mostra le pericolose derive del liberismo.

È difficile credere che una donna minuta, fragile e malata come Flannery O’Connor sia riuscita nell’arduo compito di raccontare non solo un intero Paese, ma anche le sue inevitabili derive economiche e politiche. Eppure “La saggezza nel sangue”(Garzanti), il libro che più di ogni altro le diede fama, notorietà e autorevolezza, è prima di tutto, la storia minuziosa e simbolica delle debolezze liberiste: se  Steinbeck e Faulkner sono stati gli accusatori del capitalismo e ne hanno brutalmente svelato gli orrori, Flannery O’Connor ha puntato il dito contro i mali della libertà. E  soprattutto del liberismo, che in Wise Blood assume la crudele forma della rappresentazione divina. O meglio della sua non rappresentazione. La fede raccontata dalla O’Connor è infatti solo percepita e mai svelata del tutto: Dio esiste, invade ogni spazio di questa epopea individualista, senza però mai cadere nella tentazione di mostrarsi. Ma in fondo la fede non è proprio questo? Credere senza avere la certezza di ciò che si nasconde dietro l’oggetto della nostra venerazione? Hazel Motes cerca rifugio in una religione diversa, perfetta e incorruttibile, tangibile ed estranea ad ogni forma di paternalismo: non esiste nessuna divinità rassicurante o vendicativa nella sua nuova teologia. È in fondo la libertà, nel senso più politico ed economico che si possa immaginare ad essere l’oggetto del desiderio del protagonista. Una libertà che Motes sente ad ogni passo più vicina e  più reale di qualunque altra cosa: ma è solo l’illusione della solitudine, nascosta dietro la mano invisibile a renderlo immotivatamente ottimista. È possibile, si chiede la O’Connor, credere in qualcosa che non esiste? Ma soprattutto è possibile vivere la propria vita in balìa di una mano invisibile che governa ogni più piccola decisione? È una questione intimamente politica e non religiosa quella che si fa letteralmente strada nel romanzo. E la risposta arriva da Enoch Emery, il deus ex machina maldestro e ingenuo, che svela l’esistenza di una saggezza sanguigna, una forza innata e universale  in grado di governare le nostre scelte. Se a dirigere la trasposizione cinematografica non fosse stato John Huston, il risultato sarebbe  un road movie sulla redenzione dell’americano medio: dalla promessa salvifica della libertà, alle sue derive escatologiche. Ma le accuse solo apparentemente velate, mosse dalla O’Connor hanno origini prosaiche: lontano dalla riflessione politica ed economica il liberismo, simbolicamente destrutturato in Wise Blood, assume la forma familiare di un falso predicatore cieco che segue come un’ombra inquieta Hazel Motes. La mano invisibile si trasforma nel suo terrificante opposto, un uomo reale disseminatore di precetti e di divinità indispensabili, reso cieco dalla sua stessa fede in un’entità superiore. Cosa rimane allora di quella libertà distorta e imperfetta, di quella forza innata e priva di ogni necessità umana? Nulla, secondo Flannery O’Connor: o meglio solo l’orrore di aver sbagliato, di aver irrimediabilmente creduto in una libertà che si è rivelata temibile e distruttrice, ingannevole e pericolosa.

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