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Chiudi quella bocca

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Accadde all’inizio dell’anno. Si stava spazzolando i capelli quando le sentì: due labbra tondeggianti e lunghe, più spes-se al centro e piuttosto morbide, le erano spuntate lì, sulla nuca.

Accadde all’inizio dell’anno.
Si stava spazzolando i capelli quando le sentì: due labbra tondeggianti e lunghe, più spes-se al centro e piuttosto morbide, le erano spuntate lì, sulla nuca.
Era la sera del giorno in cui il direttore le aveva spiegato le cause di forza maggiore a causa delle quali, fra tutti i collaboratori, proprio lei non poteva essere promossa. Ma sicura-mente l’anno prossimo, le aveva detto, l’anno prossimo sarà il suo anno, signorina. Lei aveva ascoltato in silenzio, seduta in punta di sedia con le mani giunte sulla punta delle ginocchia, e aveva annuito tutto il tempo per dire che sì, certamente, capiva benissimo, l’anno prossimo, non ci sono problemi direttore, si immagini, per così poco.
Poi era corsa in bagno a piangere.
Mentre si scarmigliava seduta sulla tavoletta del water, attenta a non fare rumore, non si era accorta di nulla. Si era rinfrescata il viso e il collo, alla fine, e raccolta i capelli: la sua nu-ca era ancora la nuca di sempre.
Eppure, quella sera, le labbra erano lì: appena sporgenti dalla superficie tesa del cranio, ma inequivocabili come lo stampo di una seconda bocca che si faceva strada fra i capelli.
Ed erano ancora lì la mattina successiva. Se possibile, persino più definite sotto la pres-sione dei polpastrelli con cui le cercò non appena sveglia, con la stessa consistenza soda di una massa maligna accresciutasi nottetempo sotto pelle.
Da allora prese l’abitudine di controllarle ogni giorno, dopo la doccia, tastandosi con cura la nuca. Le escrescenze si facevano mano a mano più piene, si separavano nel mezzo con un piega in cui lei, però, non osava infilare le dita, quasi temesse di trovarci, chissà, dei denti o una lingua.
Per lo stesso motivo, non si avventurò a osservare lo strano fenomeno allo specchio sino alla fine della stagione: si limitava a lisciarsi i capelli sulle spalle prima di uscire, assicuran-dosi che ricoprissero tutto, e attendeva con ostinato impegno che le labbra scomparissero da sole, così come senza motivo erano comparse.
Poi, in una mattina tiepida e dolce di primavera, mentre nel bar abituale un uomo la supe-rava nella fila alla cassa, avvertì uno schiocco come di lingua alle spalle. Si voltò, ma dietro di lei non c’era nessuno. Pensò allora di averlo solo immaginato, ma anche l’uomo che l’aveva superata si era girato, e la fissava con le sopracciglia inarcate. Mentre lei si era affrettata ad abbozzargli un sorriso, lo schiocco si era ripetuto, le era rimbombato più forte nelle orecchie.
Poco dopo, quella stessa mattina, destreggiandosi fra lo specchio del bagno dell’ufficio e lo specchietto del portacipria, scopriva che le labbra sulla nuca erano diventate una bocca completa. Con una lingua sottile come di serpente, e un accenno di denti piccoli e disordinati come di squalo. I capelli crescevano tutto attorno, come se sviluppandosi la bocca si fosse fat-ta spazio fra di loro, o forse li avesse mangiati mano a mano, e ricadendo lisci e lunghi sulle spalle la nascondevano alla vista.
Per tutto il giorno, e per quelli successivi, lei rimase in ascolto, preoccupata di cosa quel-la bocca di serpente e di squalo potesse mai fare. Scoprì così, procedendo per tentativi, che non riusciva a controllarla. Nulla di quelle pieghe e di quelle appendici le apparteneva, se non per il fatto che erano cresciute come parassiti innestati sulla pelle della nuca. Tuttavia, la lin-gua sembrava essere troppo piccola e la disposizione dei denti troppo casuale perché la bocca fosse in grado di formulare suoni articolati. Si limitava per lo più a tirarle i capelli, che lei era costretta a lasciare sciolti anche mentre i giorni diventavano più caldi, ed emetteva versi ani-maleschi. Schiocchi con cui la stordiva di tanto in tanto, ad esempio quando qualcuno par-cheggiava in seconda fila accanto alla sua auto, o fastidiosi sibili quando qualche collega le lasciava sulla scrivania nuove pratiche da archiviare, alle quattro e cinquanta del venerdì po-meriggio. In quei casi, lei si impegnava a sorridere e a parlare normalmente, sforzandosi per fare in modo che nessuno scoprisse cosa si nascondeva dietro quei rumori confusi.
Ma nel mezzo dell’estate, mentre trascinava la spesa sotto il sole che si riversava sulla sa-lita di casa, un bambino in pattini le tagliò la strada e rovesciò le buste sul marciapiede roven-te.
La bocca parlò allora per la prima volta.
Quello che disse fu così irripetibile che il bambino rimase a fissarla a bocca aperta mentre gli occhi gli si riempivano di lacrime acquose, e lei fuggì al riparo nell’ombra buia del porto-ne.
La spesa rimase sparsa sul marciapiede, sotto il sole.
Durante i restanti giorni di ferie, prese l’abitudine di farsi consegnare ogni acquisto a domicilio, ed evitò di uscire se non quando strettamente necessario. Se era costretta a lasciare la casa, faceva in modo di camminare da sola, scegliendo le strade meno frequentate, e sosta-va il meno possibile nei luoghi pubblici. Quando non aveva occasione di rivolgersi ad altri, la bocca rimaneva quasi sempre in silenzio, tanto che a volte lei si chiedeva se non stesse sem-plicemente impazzendo sino al punto di immaginarsi tutto. Ma quando si infilava le mani fra i capelli, la bocca era sempre lì: la lingua ricordava ancora quella di un serpente, con la punta biforcuta, ma era diventata più spessa e salda, come quella di un umano; i denti, allo stesso modo, erano rimasti piccoli ma si erano rinforzati, come sassi seghettati, che senza remore le mordevano forte le dita quando si azzardava ad avvicinarle troppo.
Prolungò il suo accurato isolamento per quanto possibile: prese tutti i giorni di ferie che le rimanevano, e quando li esaurì si mise in malattia.
Quando anche i giorni di malattia finirono, in autunno, si costrinse a fare ritorno in uffi-cio, con un berretto che le teneva premuti tutti i capelli contro la nuca e imbavagliava la boc-ca. Vide le occhiate con cui i colleghi salutavano il suo rientro, e venne a sapere delle loro vo-ci, ma la bocca non poteva fare altro che mugugnare, sepolta sotto strati di capelli e lana.
Prese così l’abitudine di presentarsi con acconciature sempre più elaborate, sorrette da re-tine fitte e spesse fasce di stoffa che le circondavano strettamente il capo e si annodavano sul-la nuca. Preferendo peccare di eccessivo zelo piuttosto che rischiare una pericolosa disatten-zione, ogni mattina si sforzava di pigiare fra quei denti digrignati da squalo una nuvola di o-vatta; la assicurava con una fascia che teneva serrate le labbra, appuntata alla testa con una corona spinosa di forcine, e ultimava con un foulard stampato da annodare così stretto che alla sera le faceva male la testa.
L’intero procedimento le richiedeva circa mezz’ora, prima di uscire di casa, ma era alme-no libera, così, di concentrarsi sul lavoro come sempre aveva fatto: ogni pratica che veniva depositata sulla sua scrivania era evasa e registrata come da procedura, schedata e archiviata entro la giornata, mentre la bocca mugolava sommessamente nei bavagli.
Sul finire dell’anno, il direttore la convocò nuovamente. Lei sedette in punta di sedia con le mani giunte sulla punta delle ginocchia, e il direttore tradì solo una lieve esitazione mentre fissava la sua stravagante acconciatura con un sopracciglio alzato. Ma pensò bene di sopras-sedere per procedere piuttosto a illustrarle i motivi indipendenti dalla sua volontà a causa dei quali, fra tutti i collaboratori, lei proprio non poteva essere promossa. Ma sicuramente l’anno prossimo, disse – e in quel momento lei sentì i capelli tirare sulla nuca, le forcine allentarsi e sporgere scomposte fra le ciocche intrecciate. L’anno prossimo sarà il suo anno, signorina – e lei distinse un grugnito sgraziato alle spalle. Avrebbe voluto appunto dire che sì, certo, l’anno prossimo, grazie, ma si bloccò al rumore di stoffa strappata. Prima che potesse rendersene conto, davanti alla faccia impallidita del direttore le si rovesciò sulle spalle una pioggia di o-vatta masticata, e sulla sua nuca la bocca schioccò di insana soddisfazione, finalmente libera di parlare, forte e chiaro sopra la musica di sottofondo in filodiffusione.
Quello che disse fu così irripetibile che il direttore ascoltò con gli occhi sbarrati, poi sì portò una mano al petto, all’altezza del cuore, e rovesciò la poltrona nel tentativo di mettersi a sedere.
Lei lo osservò senza ricordare più come muoversi. Poi, quando la bocca cominciò a ride-re, si riprese. Cercò di soffocare il sibilo di quel ghigno osceno con quanto rimaneva dell’acconciatura, e chiamò aiuto con le dita che balbettavano sui tasti dell’interfono, viscide di saliva e di paura.
Fuggì dall’ufficio prima che potesse arrivare qualcuno a guardarla spingersi giù per la nuca batuffoli di ovatta e brandelli di stoffa. Mentre l’ambulanza portava via il direttore fra due ali di dipendenti e collaboratori, lei aveva già preso la sua decisione.
Quella sera, di fronte allo specchio del bagno, raccolse i capelli sulla sommità della testa, si pigiò a fondo nelle orecchie due tappi in schiuma per non essere più costretta a sentire una sola parola, e calzò le mani in un paio di guanti in lattice. Dopodiché combatté duramente con le forbici in pugno.
La bocca oppose più resistenza di quanta se ne era aspettata. Sentiva l’eco delle sue paro-le disarticolate come muggiti mentre cercava di forzarla, e i denti le stracciavano i guanti in più punti. Fu costretta a cambiarne due, prima che riuscisse a incastrare tra le fauci una pila più spessa e grossa del suo pollice, per tenerle spalancate. Sentiva il sudore scorrere giù per la schiena, e le mani sanguinavano per i morsi. Tuttavia si rincuorava pensando che mancava una sola cosa da fare.
Affondò le dita della sinistra fra le labbra aperte a forza e afferrò la lingua biforcuta, che continuò a lottare e a dibattersi come un pesce strappato all’acqua.
Prese un respiro, chiuse gli occhi, e la tagliò di netto con le forbici.
La lingua tranciata le si afflosciò fra le dita, e lei fu sollevata per il fatto inaspettato di non provare dolore. Era stato così semplice, ed era libera. Sfilò la pila dalla bocca, che si ri-chiuse con un colpo secco come un corpo morto che cade, e guardò la lingua inerte sul palmo della sua mano.
Era ancora più spessa e pesante di come la ricordava, quanto mai simile a una lingua u-mana, piuttosto che a quella di un serpente. Quando osservò meglio, si sorprese nel vedere che neppure la punta era più biforcuta, ma rossa e tonda.
Allora fu colta da un dubbio improvviso, e si guardò allo specchio. Aprì la bocca, quella normale, la sua, sulla faccia, sotto il naso, sopra il mento: un fiotto di sangue scuro e denso sboccò fuori e scrosciò nel lavello.
E vide, sul fondo della bocca, lì dove cominciava la discesa buia della gola, la radice monca della sua lingua recisa.

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