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Non guardarmi così, non ho scelto io di farlo. No davvero. Pensi che stia mentendo? Forse in parte hai ragione. Tu certamente non hai scelto di essere qui, io potevo dire di no. Vorrei davvero che la smettessi di fissarmi a quel modo, con quegli occhi neri che sembrano nascondere una richiesta.

Non guardarmi così, non ho scelto io di farlo. No davvero. Pensi che stia mentendo? Forse in parte hai ragione. Tu certamente non hai scelto di essere qui, io potevo dire di no. Vorrei davvero che la smettessi di fissarmi a quel modo, con quegli occhi neri che sembrano nascondere una richiesta. A cosa stai pensando? Nessuno di voi lo dice mai. Mamma mi ha detto di sbrigarmi, che ci sono molte cose da fare per stasera. D’altronde, che ne sa lei della fatica che mi costa essere qui, in piedi nella nostra cucina, con in mano un coltello, a pulire te e le altre alici? Cena a base di pesce, le alici fritte sono le preferite di papà, niente farina, solo uova, 500 gr di alici fresche per quattro persone. 40 alici, 10 a testa, ma papà prenderà anche alcune di mamma, “per la dieta pochi fritti”. Il tagliere è pronto, ho scelto di usare il coltello grande, è più rapido. Ho infilato i guanti, sennò la puzza di pesce mi rimarrà addosso per ore; in quel momento ti ho vista e mi sono fermata prima di cominciare. Così piccola, in mezzo a chi è grande il doppio di te. Non sei riuscita a fuggire? Eppure saresti sgusciata via dalle maglie della rete. Invece sei qui, come le altre. Hai già smesso di soffrire, il momento brutto è passato. Giusto? Adesso spetta a me l’autopsia; non guardarmi mentre taglio la testa delle tue sorelle, ad una ad una, apro in due il loro corpo, levo la lisca ed estraggo le viscere. È facile e veloce, non è certo la prima volta. Oggi però non vorrei farlo. Se esistesse un altro modo lo farei. Ti tengo accanto a me, ancora per un po’. Voglio raccontarti una storia. Tra di voi le raccontate le storie? La conosci quella del pesce dorato? Non risponderai neanche questa volta vero? Non la ricordo bene, l’ho sentita quand’ero piccola; è una sorta di lampada magica, il ragazzo cattura il pesciolino nella rete, ma questo gli dice che se lo risparmierà esaudirà tre desideri per lui. La proposta è allettante e il ragazzo, povero in canna, accetta. C’è qualche possibilità che tu sia il mio pesce d’oro? A me basterebbe un desiderio solo, o se sono tre, gli altri potrei donarli. Uno ai miei genitori, affinché, per una volta, si dicano tutta la verità; così forse si accetteranno e si perdoneranno per le scelte fatte. L’altro, potrei donarlo alla nostra vicina, che ogni pomeriggio, puntuale alle 5, esce sul piccolo balconcino della cucina, sistema i vasi con dentro piantine d’odori, menta, rosmarino, maggiorana, e piange; non singhiozza, non si dispera, semplicemente le lacrime le rigano il viso, conoscono la strada che percorrono quotidianamente e nulla sembra fermarle. Il cibo che prepara con quegli odori, avrà un retrogusto di tristezza? Chi lo mangia, sentirà il sale di quelle lacrime?
Terrei per me solo il terzo desiderio, credi si possa fare? Lo credi? Io vorrei solo sapere. Sapere qual è la cosa giusta da fare, la decisione da prendere. Liberarmi dalla paura di fare sempre la cosa sbagliata. E allora sì che la vita sarebbe più facile, seguire la strada tracciata, invece di procedere a tentoni, urtando ogni cosa che incontro, perché prima o poi si rischia di romperla, qualcosa o peggio ancora, qualcuno. Io vorrei tanto smettere di combinare guai. Se tutto procedesse nel modo giusto io non mi ritroverei qui a parlare con un’alice morta, le cui orbite nere al lato della testa esprimono terrore. O sono io quella terrorizzata?
Devo tagliare, pulire, non sono neanche a metà e tra poco arriverà l’ora di apparecchiare; continuo a togliere lische, a raschiare. Quest’ultima parola mi fa paura. Tu l’hai vista la rete che scendeva su di te? Hai capito cosa stava succedendo? T’immagino tranquilla mentre nuoti, al sicuro tra i tuoi simili, sei così piccola che non immagini che i pericoli non sono solo quelli del mare, ma vengono da fuori. Non sai ancora che il pericolo più grande è rappresentato da chi vive fuori dalla tua bolla. Mi sbaglio? Perché non me lo dici? Rimarrà un segreto tra di noi. Dai, se io ti dico il mio, tu mi dici il tuo, come si faceva a scuola, da piccoli.
Aspetto un bambino, che ora sarà grande come te. Se lo lascio diventare della misura delle altre alici che sono qui nel piatto, allora non potrò più far nulla. Speravo che tu potessi aiutarmi a decidere cosa fare, perché, se siete grandi uguali, allora tu puoi dirmi cosa si prova ad essere portati via dalla propria casa, da quella grande distesa d’acqua che ti avvolge. Hai lottato per rimanere nel fondo? E lui? Tu credi che abbia mani e unghie per rimanere aggrappato dentro di me? Chissà se potrà lottare, saltare e dimenarsi per fuggire da quel nemico, che abita il mondo di fuori, come il tuo pescatore, che getta la rete in mare. È il suo lavoro, non si sente un assassino, lo deve fare. D’altronde, eravate solo pesci.
Incido, apro e sfilo, ancora 17 corpi e tutto sarà finito, ci resta poco tempo, mio piccolo pesciolino. Il sole è già tramontato e ottobre sta cedendo il posto al mese successivo. La luce in cucina è accesa da più di un’ora, ma sembra come rabbuiarsi. Tutto sembra farsi più grande e io vorrei prendere la piccola sedia di vimini e mettermi vicino alla mamma mentre cucina. Mi piaceva assaggiare tutto, niente ci disturbava.
Sai cos’è la cosa che più mi dà fastidio ora? L’ odore. Non credo che sia un odore che tu abbia mai sentito. È quello delle budella, le interiora. A vederle sembrano grumi di sangue attaccati l’uno all’altro, che possono essere recisi e strappati via con una tale facilità, che ha in sé qualcosa di disgustoso. Quel tanfo, ti penetra nel naso e risale su fino alla gola e poi si blocca. L’esofago è intasato da quella sostanza molliccia e rossastra. La voglia di vomitare sembra incontrollabile. Tranquilla, non lo farò davanti a te.
Butto via le viscere nel sacchetto blu della pescheria; è un sacchetto come tanti, anche in ospedale ci sono. Anche i guanti dei medici sono blu. Non credo che mi rilasserà più come colore. Credi che se deciderò di farlo, lo sfileranno via come una lisca dalla carne? E poi, cosa ne sarà? Perché è questo il pensiero che non mi abbandona.
Non riesco a buttar via il sacchetto, anche se l’odore sta diventando insopportabile; dovrebbero imbottigliarlo ed usarlo come rimedio per dimagrire, nessuno aprirebbe più il frigo o la credenza. Non credere che stia dicendo delle assurdità, nel passato si usava ogni parte dell’animale.
Conosci il garum? Certo che no… il garum era una salsa in uso ai tempi degli antichi romani, ottenuta dalla fermentazione delle interiora di alici, mischiate a sale e a diverse spezie. Dopo due mesi il liquido veniva filtrato e la colatura pregiata era il garum. Una prelibatezza per l’epoca.
Può apparire poetico, che dagli scarti, si può produrre qualcosa di nuovo, con un diverso scopo. Non sai come sarà dopo aver fermentato due mesi, il liquido è chiuso e non si può aprire l’otre prima del tempo. Sai solo che la tecnica è quella giusta e che il risultato è incerto. L’importante è scegliere la materia prima, che deve essere di ottima qualità. Si cercano spezie pregiate e alici freschissime, come le 39 nel piatto. Un’abbinata prodigiosa.
Io e lui non siamo certo il meglio che si può trovare in giro.
Vorrei poter dire che la nostra unione è stata magica, ma con te, mia piccola amica, ho deciso di non mentire. Lui vive in una perenne finzione, una posa, un’attesa che qualcuno lo noti. Ruba parole ed idee con grande disinvoltura, e tiene tutti a distanza. Scappare dalla realtà gli riesce bene, ma la parola gravidanza ha ben pochi nascondigli. In realtà, non è questo che mi spaventa.
Mamma ama ripetere che un figlio cambia la vita, ma non lo dice con l’aria sognante e felice. Un figlio, ti seppellisce di responsabilità. Lei si dimentica che non l’ho chiesto io di venire al mondo, non l’ho fatto apposta, non volevo travolgerla. Mi guarda e pensa a quello che ha perduto, alle migliaia di vite possibili e meravigliose che poteva vivere. Lo odio quello sguardo, mi schiaccia, di quel peso che ha provato lei 22 anni fa. Riesco a vedere, in quella distesa verde dei suoi occhi, tutto ciò che ha sacrificato, gli amori a cui ha rinunciato, per legarsi a doppio filo, in una vita che non aveva mai immaginato prima di me. È stata accerchiata da “è la cosa giusta da fare” e ha ceduto. Dopotutto, mio padre è un brav’uomo e l’amava. Hanno inventato per noi una storia romantica, e come spesso accade, mia piccola alice, sono caduti nel loro stesso inganno.
Continui a fissarmi, anche tu, come lei, sei prigioniera di ciò che ti è capitato, ti sei ritrovata bloccata, senza via d’uscita, ed hai capito che tutto ciò che c’era prima stava per finire. La paura per un futuro che mai si avvererà.
Io, non voglio avere quello sguardo. Il suo e il tuo.
Ci sono delle volte però, in cui sembra orgogliosa di me. E allora spero di essere riuscita a fermare quella lotta che c’era dentro di lei. Spero, che quell’amore sia vero, spero, che un giorno mi dica, che a tornare indietro, quello sbaglio lo farebbe ancora.
Tu, pensi che riuscirò a sentirmi così?
Siamo rimaste solo noi due. Sei l’ultima alice da pulire e a meno che tu non abbia qualcosa da dirmi, dovrò procedere anche con te. La lama scende precisa sulla tua testa, la tua bocca si apre, un riflesso involontario, un grido silenzioso. Hai perso la tua occasione. E io?
Scendo sulla lunghezza del corpo, apro, tolgo, e butto nel sacchetto gli ultimi resti. Il pesce è pronto, aspetta mia madre per essere cucinato. Chiudo il sacchetto e butto lui e il suo contenuto nel cestito.
La porta di casa sta cigolando, papà è tornato. Nessuna voce, solo i suoi passi stanchi, i movimenti della braccia lenti mentre si toglie la giacca. Viene a cercare la mamma, invece, in cucina trova solo me, con indosso ancora i guanti pieni di sangue.
– Ciao Alice!
Mi bacia la fronte, come quando ero bambina.
– Ciao papà!
Vorrei dirgli tutto, ma ho già parlato troppo oggi.
– Come mai i guanti? Che fai, vuoi già rubarmi il lavoro?
– No, mamma mi ha messa a pulire le alici ma ho finito. Tu invece, com’è andata in ospedale? Dai, prima che andiamo a tavola, mamma non vuole che si parli di certe cose a cena.
– Le solite. Sono passato anche al consultorio… sai, ci sono tante ragazze. Le mandano dai noi. Molte di loro avranno sì e no la tua età.
Lo abbracciai forte, nascosta nell’incavo della sua spalla. Sentii di nuovo quel grumo di sangue in gola, che saliva e mi impediva di respirare. Alle mani, portavo ancora i guanti.

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