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Ogni volta che esco di casa la mia strada è cambiata. Apro il portone e sento un’aria umida, affaccio lo sguardo e vedo alberi ovunque, una vegetazione fitta tra cui disbrigarmi per arrivare al lavoro.

Ogni volta che esco di casa la mia strada è cambiata. Apro il portone e sento un’aria umida, affaccio lo sguardo e vedo alberi ovunque, una vegetazione fitta tra cui disbrigarmi per arrivare al lavoro. Oppure l’aria è gelida e la vista si perde nel biancore del ghiaccio che ricopre ogni cosa. Ma non è solo un cambiamento meteo. Per qualche giorno può capitare che il clima sia lo stesso e che in apparenza la strada non sia cambiata, poi però faccio qualche passo e mi accorgo che il palazzo proprio a fianco al mio non c’è più e al suo posto è comparsa una Chiesa Barocca. Le variazioni possono essere minime e per giorni mi abituo a una zona, per un po’ mi rilasso e mi concedo qualche piccola abitudine, tipo iscrivermi nella palestra sotto casa e iniziare un corso yoga. Ma non dura molto e forse preferisco il cambiamento continuo al credere di potermi abituare a qualcosa per poi essere disillusa.
L’unico elemento costante e abitudinario della mia vita è il lavoro. Dirigo un ufficio dove ci occupiamo di aiutare le persone quando si perdono. È un servizio che funziona 24 ore su 24 e così facciamo i turni. A me tocca l’orario più pesante. Dalla mattina alla sera è un continuo di chiamate alle quali rispondere: “Pronto, ho bisogno di trovare la mia scuola”. “Salve, mi sono smarrito e non riesco a trovare il mio negozio”. Quasi sempre si tratta di persone che chiedono come arrivare dove sono dirette ogni mattina. E noi disponiamo della tecnologia più avanzata per localizzarle e suggerire loro la via migliore per ritrovare quello che cercano. Non è un lavoro complicato, ma occorre essere efficienti e sensibili. E soprattutto non perdere la pazienza con le persone frettolose o nervose.
È un lavoro che amo. Mi sento utile e gratificata nel guidare le persone verso il loro obiettivo. Ma ieri qualcosa non è andato come al solito. Una donna abbastanza giovane, almeno dalla voce così sembrava, ha chiamato ed era molto spaventata: “Ho bisogno di aiuto. Aiutatemi per favore, non trovo più mio marito”. La centralinista mi ha passato la chiamata, sono io che mi occupo dei casi insoliti.
“Pronto, chi parla? Non si preoccupi signora farò di tutto per guidarla”, ho esordito.
“Non capisce, non devo arrivare da nessuna parte. Sono a casa, non voglio uscire. È solo che ho perso mio marito, o meglio forse lui si è perso. È uscito ieri e non è mai tornato. E io che mi ero addormentata sul divano, aspettandolo come tutte le sere, mi sono accorta solo oggi che non c’era. Comunque mi chiamo Sabrina”.
Ho perso per un attimo il respiro. Mentre l’ascoltavo c’era qualcosa che mi turbava, ma quando ha detto il suo nome ho sentito la mia voce nella sua.
“Si calmi, è sicura di stare bene?”
“Si io sto bene, non sono io il problema. È mio marito che è sparito. E tutto quello che lo riguarda. Le sue mazze da golf. La sua tazza preferita. Il mobiletto dei liquori. Il suo pianoforte. Le foto in cui eravamo insieme… Ci sono le foto, ma lui non è più nell’immagine. Si è volatilizzato. In bagno non vedo più il suo spazzolino, il suo rasoio, il suo accappatoio. E la mia camera è quella di una donna sola, come se nessuno avesse mai abitato qui con me. Io non capisco. So che lui fino a ieri era qui. Io avevo mal di testa e non sono uscita, ma gli ho preparato il caffè, l’ho salutato mentre usciva. L’ho sentito che apriva la porta, commentava sulla neve improvvisa, e tornava a prendersi un piumino…”
Più la donna parlava, più avevo la sensazione di ascoltare un nastro dove era registrata la mia voce. E il nome. Anche io mi chiamo Sabrina. Ho avuto quasi timore a chiederle: “Va bene Sabrina. Mi dica dove abita. E mi dia le sue generalità”.
“Abito nel settore 10, strada C, n. 11. Mi chiamo Sabrina Quaranta. E mio marito si chiama Silvio, Silvio Trentuno”.
Mi tremava la mano che teneva il telefono. La strada C nel settore 10 è la mia strada e anche io mi chiamo Quaranta. Ma io non ho un marito, non conosco nessuno che si chiama Silvio. E la voce, la voce era proprio la mia voce, più l’ascoltavo parlare e più mi convincevo di essere io dall’altra parte della linea telefonica.
Qualcosa in me ha reagito. Un pensiero ha guizzato e mi ha calmata. ‘È uno scherzo. Sicuramente uno scherzo di qualche collega che oggi voleva divertirsi’. Ma mentre assopivo la sensazione di disagio, un’immagine mi è venuta in mente. Un uomo, sulla quarantina, forse 45 anni. Non troppo alto, con i capelli leggermente brizzolati e folti. Indossava un piumino e cercava qualcosa in una borsa. Era fermo davanti al mio portone, stamattina, quando sono uscita. Lui non mi ha vista, era concentrato sulla sua borsa. E io sono andata via di corsa. Ero molto coperta perché il freddo era pungente. Qualcosa di quella scena mi è tornato in mente. Quell’uomo doveva essere il marito della donna al telefono, o mio marito, se lei era me.
“Sabrina, stia tranquilla. Capisco l’agitazione, ma è sicura di quello che dice? Magari ha avuto un bel sogno e non si è ancora svegliata del tutto. Vada a verificare. Prenda i suoi documenti. Guardi se trova un certificato. Qualcosa dove ci sia suo marito. Perché se non trova nulla, allora forse lei non è sposata, vive sola, ha avuto uno sbandamento di qualche tipo. Le posso consigliare un medico, qualcuno da cui andare a parlare. A volte capita anche a me. Facciamo una vita talmente movimentata. Ci dobbiamo adattare a scenari sempre così diversi, che non è raro andare in confusione. Guardi, le lascio il numero del dottor Kappa. È uno specialista della mente flessibile”.
Lei intanto aveva preso da un cassetto una cartellina dove mi aveva detto esserci lo stato di famiglia. Lo aveva letto con voce assente al telefono, e non c’era traccia di nessun marito: “Sabrina Quaranta, nata il 28 aprile 2020, in Settore Venti, nubile”. La data del certificato era recente, risaliva a qualche settimana fa.
E così le ho dato il riferimento del dottore, mentre cercavo di mantenermi calma e di aiutarla a non drammatizzare. Ma ho faticato io a stare tranquilla. Anche la data di nascita coincideva con la mia. E le avevo detto di cercare un certificato perché io stessa ne avevo richiesto uno qualche settimana prima. Volevo solo attaccare il telefono e cercare di capire. E comunque le avevo chiesto di richiamarmi l’indomani alla stessa ora. Non dovevo perderla di vista. Mi aveva anche lasciato il numero. Era uguale al mio ma il prefisso era diverso.
Finita la conversazione, ho trovato una scusa valida per allontanarmi dal lavoro. Non lo faccio quasi mai e l’orario è molto rigido. D’altra parte, il lavoro è l’unica cosa assolutamente regolare e imprescindibile della vita. Una volta trovato il proprio, non si cambia. Così ho simulato un forte malessere e ottenuto il permesso di tornare a casa. Inutile dire che uscendo il clima era diventato tropicale e tutto quello che avevo addosso mi pesava e faceva sentire oppressa. Però il percorso era rimasto quello della mattina e, scesa dall’autobus, ho trovato velocemente il mio palazzo. Che si trovava al suo posto, al centro di Strada C. Ho aperto il portone, salito le scale di corsa e infilato la chiave nella serratura. Non era quella giusta e mentre provavo l’altra ho sentito una voce dall’interno che diceva: “Arrivo dolcezza”.
Sono rimasta impietrita davanti alla porta che si apriva e all’uomo che avevo davanti. Era lui, l’uomo che avevo intravisto di mattina e che mi era venuto in mente al telefono. Non aveva indosso la maglietta, solo un pantalone morbido e i piedi nudi. Mi sorrideva allegro e sorpreso: “Che ci fai già di ritorno? Avevo in mente di farti una sorpresa e passare a prenderti stasera. E invece mi hai sorpreso tu. Vacanza improvvisa? Ma ti senti bene? Hai uno sguardo spaventato, Sabrina, che hai?”
Mi ha abbracciata calorosamente e le sue labbra si sono poggiate sulle mie. Ho sentito una familiarità incredibile nel bacio, un legame con quest’uomo sconosciuto, che avevo intravisto oggi per la prima volta senza riconoscerlo, che si muoveva nella mia casa come se fosse la sua. E che sembrava conoscermi intimamente, come un marito affettuoso conosce la giovane moglie dopo qualche anno insieme. Ma io non ero sua moglie, non ero quella Sabrina. Avevo preso il suo posto. E lei il mio. Il suo abbraccio mi ha guidata verso il salone. Ho intravisto una sacca rigida piena di mazze da golf, appoggiata accanto all’appendiabiti dove riposavano i miei giacconi accanto ai suoi. Il salone era quasi lo stesso. Era più vissuto, più maschile. C’era un enorme televisore e un mobiletto di alcolici che io non avevo mai avuto. E un pianoforte. Quello lo avevo sempre desiderato. Era lì con gli spartiti aperti sul leggio, come se qualcuno suonasse regolarmente.
“Scusami, non sono in me”, sono riuscita a dire. E mi sono lasciata andare sul divano. Lui è andato a prendere un bicchiere di whisky: “Prendi questo, vedrai che ti farà bene. Te lo dicevo ieri sera che mi sembravi troppo tesa. E che avevi bisogno di evadere. Per questo avevo deciso di prendermi un permesso, non andare al lavoro, e invece portarti a cena fuori e poi chissà, magari anche partircene per una vacanza”.
Qualcosa dentro di me mi spingeva a stare al gioco, a fingere che tutto fosse vero, possibile, reale. Volevo fortemente credere di essere io quella Sabrina, di avere accanto il calore e il sorriso di quest’uomo premuroso. Ma che ne sarebbe stato di lei? Cosa le sarebbe successo? Lei aveva perso e io avevo vinto in un qualche gioco di carte che si mescolano o di mondi che si sovrappongono? Mi sarei potuta abituare alla nuova vita, come mi sono sempre abituata ai cambi di strade, di paesaggi, di direzioni, di clima? Come avrei potuto fingere di essere lei rimanendo me, che poi chi era lei e chi io? Dove era finita la mia casa in cui l’altra Sabrina si trovava?
“Scusami, ho davvero un gran mal di testa e in ufficio mi è salita una nausea tremenda. Penso che farò una doccia per riprendermi”.
Ecco, questo mi è successo ieri e ora sono di nuovo in ufficio, dopo aver passato una serata incantevole con mio marito. Mio marito Silvio. Perché lui era con me e io con lui, e la foto incorniciata sul pianoforte, con me in abito da sposa e lui vicino, sommersi di riso e felici, era reale. E l’appartamento dove sono arrivata e l’ho trovato ad aspettarmi era proprio il mio. O no? Sono qui, alla mia scrivania con un sorriso stampato in faccia, di quelli dopo una notte di sesso familiare ma nuovo, in cui sono venuta non so più quante volte e ho visto i colori dell’arcobaleno. E sotto sotto ho la paura nel cuore. Che lei richiami. Che non me la sia sognata ieri. Che non possa farle questo.
Anzi lo so. Non voglio tornare indietro, rimettere le cose a posto. Magari anche per lei va bene così. Se ne farà una ragione e si dimenticherà presto di quello che era prima. Se lo facciamo con l’ambiente possiamo farlo con le nostre storie. Quando chiamerà le dirò che ho verificato e che suo marito non esiste. E stasera arriverò a casa e troverò Silvio pronto a partire con me. Passeremo il weekend in dimensione vacanza, settore mare, come abbiamo fantasticato stanotte. Se non posso sapere quanto durerà la mia condizione attuale, non sarò certo io a negarmi la possibilità di viverla.

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