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Come raccontare una storia

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Esistono delle regole per raccontare una storia? O meglio, per raccontare una buona storia, che sia credibile, verosimile e accettata da tutti?

Esistono delle regole per raccontare una storia? O meglio, per raccontare una buona storia, che sia credibile, verosimile e accettata da tutti? Secondo Christian Salmon e la sua arte dello storytelling la capacità di raccontare una buona storia è alla base del successo di una campagna elettorale, dell’elezione di un presidente, dell’ascesa di un partito. Le storie fanno leva su emozioni ataviche, si insinuano nei dubbi delle persone, nell’immaginario collettivo, nell’irrazionale. Raccontare una buona storia è quasi più importante di ciò che si dice: le parole rischiano continuamente di essere dimenticate, perse, manipolate. Una buona storia invece verrà sempre ricordata, come ci ha insegnato Jon Favreau, “speechwriter” dell’ex presidente Obama , uno dei 100 uomini più influenti secondo il “Time” e colui che aveva bocciato i discorsi della Clinton, colpevoli di non funzionare. Senza una storia adeguata lo slogan “Yes we can” sarebbe rimasto una frase vuota e sterile, uno sfoggio semantico da politico a stelle e strisce. Il racconto ci rassicura, ci fa credere di vivere in una realtà semplificata, in cui la complessità non esiste e in cui le nostre scelte sono il frutto di una rigida, ma confortante dicotomia. Il bene e il male, i buoni e i cattivi: sono loro i protagonisti che popolano tutte le buone storie. Ciò che occorre fare è assegnare la parte giusta ad ognuno. Nelle recenti elezioni inglesi la storia che è stata raccontata ha visto contrapposti due schieramenti: Brexit e Bremain, secondo il dualismo classico. L’illusione di un Paese lacerato in due ha alimentato la necessaria urgenza del voto, l’importanza quasi vitale del proprio ruolo di elettori. Ma non solo: lo schieramento del Bremain incarnava il lato razionale e moderato, mentre quello del Brexit era il sintomo dell’estremismo e della degenerazione emotiva. “La Gran Bretagna con l’Europa, ma non dell’Europa”, raccontata da Churchill, contro il ruolo crescente dell’Unione Europea; la paura dell’immigrazione, contro il multiculturalismo; la ricerca costante di una risposta identitaria contro il bisogno crescente di superare la riluttanza continentale, il passato contro il futuro.

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