Prigionieri della geografia

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Quanta importanza abbia la dimensione emotiva sulla geografia è una lezione che Kay Anderson e Susan Smith hanno svelato al mondo nel 2001

Quanta importanza abbia la dimensione emotiva sulla geografia è una lezione che Kay Anderson e Susan Smith hanno svelato al mondo nel 2001, rinnegandone il lato privato e soggettivista, per mostrarne la dimensione pubblica e le implicazioni politiche e sociali. Quanta importanza abbia invece la geografia stessa sulla sicurezza dei Paesi (o sulla loro insicurezza) è una lezione che Tim Marshall ha mostrato nel suo libro “Prisoners of Geography: Ten Maps That Tell You Everything You Need To Know About Global Politics” (Elliott & Thompson Limited). La forza dei confini oltrepassa il potere politico e carismatico di leader e capi di Stato: la comprensione geografica di un Paese è perciò essenziale per carpirne le dinamiche interne ed esterne. La geografia sembra aver riconquistato il suo ruolo dominante, come già aveva notato Robert D. Kaplan nel suo saggio “The Revenge of Geography: What the Map Tells Us About Coming Conflicts and the Battle Against Fate” (2012, Penguin Random House): attraverso un’analisi topografica e climatica Kaplan si concentra su alcuni luoghi-chiave, spiegando come la geografia stessa sia in grado di plasmare il carattere degli uomini e, di conseguenza, influenzare il loro ruolo sulla scena globale. Riappropriarsi degli spazi e della loro rilevanza sui rapporti internazionali significa perciò dare nuovo slancio alla geopolitica, materia che ha conosciuto negli anni fasi altalenanti e incerte, oscurata dal fantasma delle ideologie e dei totalitarismi, per poi riemergere recentemente, consapevole della stretta connessione tra luoghi fisici e conflitti, tra territori e Storia. Basti pensare, fa notare Marshall, al confine tra Turchia e Siria e al suo ruolo intrinsecamente essenziale nelle vicende interne; o allo Stato Islamico e a quanta importanza abbia la delimitazione del territorio per la sua stessa sopravvivenza. L’ideologia è, perciò, secondo Marshall, sempre subordinata alla geografia: nello scontro tra le due, la prima dovrà inevitabilmente soccombere sotto il peso della mappatura, dei limiti e della territorialità. La mano visibile della geografia è destinata a durare nel tempo, a differenza delle ideologie, caratterizzate da una vita aleatoria e fragile.

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