Iuventa-il film

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Un documentario italiano racconta la storia della “Jugend Rettet” (letteralmente “Gioventù che salva”), l’associazione fondata a Berlino da un gruppo di giovani tedeschi che, subito dopo l’esame di maturità

Un documentario italiano racconta la storia della “Jugend Rettet” (letteralmente “Gioventù che salva”), l’associazione fondata a Berlino da un gruppo di giovani tedeschi che, subito dopo l’esame di maturità, decide di non rimanere più inerte davanti alla tragedia delle morti nel Mediterraneo. Grazie a una campagna di crowdfounding, a giugno del 2016 questi ragazzi riescono ad acquistare un peschereccio olandese usato per convertirlo in un’imbarcazione di salvataggio, ribattezzandola Iuventa, per poi salpare dal porto tedesco di Emden con destinazione Malta.

La Jugend Rettet vuole lasciare un segno e spingere i politici europei a passare dalle parole ai fatti con aiuti concreti e con l’istituzione di un programma europeo di salvataggio in mare. Quando il regista italiano Michele Cinque, quasi per caso apprende dai social media la notizia dell’iniziativa, intuisce subito di avere per le mani la storia su cui incentrare il suo nuovo film: in quattro e quattr’otto parte per Malta e il 24 luglio 2016, pochi minuti prima che la Iuventa lasci il porto maltese de La Valletta con il suo equipaggio di capitani, ingegneri di bordo, medici, psicologi e soccorritori volontari per la loro prima missione di salvataggio in mare, ottiene quello che aveva tanto sperato: salire a bordo insieme a loro.

DAL SOGNO ALLA REALTÀ

Le giornate in mare aperto e il confronto con la tragica realtà di un territorio di guerra a 12-24 miglia marine dalle coste libiche sono per i ragazzi della Iuventa come un risveglio in un altro mondo. Durante questa prima missione, chiamata “Solidarity”, riescono a salvare dalle acque 1.388 vite e contano due vittime. Il corso degli eventi non li spinge soltanto verso i confini esterni dell’Europa, ma anche verso i loro stessi limiti: l’incrollabile idealismo che li contraddistingue inizialmente li porta a guardare in faccia la vita e la morte.

Il film pone l’accento non solo sulle richieste politiche avanzate dalla Jugend Rettet, ma anche e soprattutto sulla storia di questi ragazzi, che con le energie tipiche della loro giovane età credono fermamente di poter cambiare il corso delle cose. Hanno fiducia nel fatto che l’Europa, davanti a un gruppo di ventenni con il coraggio di agire in mare aperto, non potrà più chiudersi davanti alla necessità di attuare un programma di salvataggio in mare. Il loro idealismo è tipico di una fascia d’età in cui tutto sembra ancora possibile. Ma il film si snoda nell’arco di un intero anno, durante il quale i protagonisti devono in parte prendere le distanze dai loro sogni giovanili e crescere in fretta.

I momenti drammatici con gli innumerevoli profughi in difficoltà, le loro storie che testimoniano situazioni terribili in Libia e in altri territori in guerra del Sud del mondo, così come la presa di coscienza e la disillusione nel constatare che la loro azione non ha indotto a ricercare soluzioni politiche, contribuiscono allo sgretolamento della loro fiducia. Durante la prima intervista di Michele Cinque con Jakob Schoen, uno dei giovani fondatori della Jugend Rettet, risalente a giugno 2016 e quindi precedente alla prima missione, il ragazzo dichiara: “Il mio più grande desiderio è che in autunno il nostro aiuto qui non occorra più!”. Ma anche dopo aver constatato che il desiderio non si è realizzato, i membri della Jugend Rettet non si sottraggono alle loro responsabilità, perché per loro una cosa è certa: finché da parte europea non ci sarà un programma di salvataggio in mare, il loro impegno nelle acque del Mediterraneo dovrà continuare e ogni altro obiettivo personale dovrà essere rimandato.

Il film si interroga su ciò che accade quando l’idealismo giovanile si scontra con la dura realtà. L’occhio della telecamera di Michele Cinque segue quella scintilla che si spegne per far posto a una grande delusione: diventare adulti implica anche perdere in parte la propria innocenza, ma quello che normalmente è un processo lento, qui si accelera e concentra nello spazio di un anno. Le 400 ore di materiale registrato contengono interviste condotte prima, durante e dopo la prima missione di salvataggio, documentando quella trasformazione che da un lato caratterizza il venir meno di un approccio giovanile, ponendo l’adulto in una relazione diversa con la realtà, e dall’altro permette lo sviluppo di una coscienza più matura, che a sua volta produce un nuovo modo di ragionare.

Oggi i ragazzi della Jugend Rettet hanno imparato che i cambiamenti politici non possono arrivare da un’imbarcazione nel Mediterraneo, che il processo è lento e passa imprescindibilmente attraverso le istituzioni e i centri di potere. Il nome della nave e del film, Iuventa, resta un simbolo di futuro, il punto di partenza di un percorso durante il quale la loro generazione può ancora smuovere le coscienze e raggiungere grandi obiettivi, perché non attende soluzioni, ma agisce in maniera diretta per potersi rispecchiare nei valori della sua Europa.

LA FORZA DI UN DOCUMENTARIO

Per Michele Cinque questo film è quasi come un’altra opera prima, perché girarlo è stato come tornare agli inizi della carriera, senza troupe e con la sola telecamera in spalla, come unico filtro emotivo di una storia vissuta in prima persona. Un impegno spesso non facile, ma anche l’aspetto più affascinante del documentario: “Il documentario ti dà la possibilità di identificarti direttamente con una storia e di confrontarti con la realtà che stai filmando, anche sotto forma di una personalissima ricerca dell’io. Ti permette di crescere con le tue storie”. Il documentario sulla Iuventa non ha soltanto una valenza personale, ma anche un forte significato generale, perché dà il suo contributo alla fiducia dei fondatori della Jugend Rettet in un mondo più umano, ma fornisce una visione più realistica, trasmettendo il messaggio che nonostante i sogni vengano meno quando si cresce, non ci si deve rassegnare e spinge il pubblico ad aprire gli occhi e a porsi di nuovo domande.

Al momento il film è ancora in fase di post-produzione, ma ha iniziato a prendere forma. “Un film, a un certo punto, diventa una creatura autonoma, in grado di stare sulle proprie gambe e di andare per la sua strada. Io spero che riesca ad arrivare a Berlino, alla Berlinale”. A Berlino non c’è soltanto il festival internazionale del cinema, ma anche la sede della Jugend Rettet. La giovane generazione berlinese ha un forte legame con la storia della città e una coscienza molto spiccata del concetto di confine. Per questo, mentre l’equipaggio della Iuventa è di nuovo in mare, il film tenta di imboccare la strada dal Mediterraneo verso Berlino e il mondo, per far partire un impulso dal centro dell’Europa in cui era nata la promessa che non si sarebbe più alzato nessun muro.

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