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Il naso di Cyrano

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Come per i colori, esistono al mondo infinite varietà di odori e io ne ho captate tante nella mia vita breve e gloriosa. Del resto, come non avrei potuto, essendo io il principe dei nasi?

Come per i colori, esistono al mondo infinite varietà di odori e io ne ho captate tante nella mia vita breve e gloriosa. Del resto, come non avrei potuto, essendo io il principe dei nasi? Altro che quei cinque gusti in croce! Credetemi, amici: la lingua è sopravvalutata assai. Perdonerete il mio spirito guascone, ma l’ho appreso dal mio padrone, nel cui corpo ho servito ininterrottamente in numerose battaglie, assedi, duelli, passeggiate, amori, bevute, letture, stesure di lettere, opere letterarie.
Io puntai cieli e nemici al pari di una baionetta innestata sul moschetto, andando fiero e sprezzante per le vie di Parigi! Io proiettai la mia sagoma terrificante in un’ombra lungubre alla Porta di Nesle, la sera in cui, solo, mise in fuga cento uomini, uccidendone due (ma lui, guascone, disse otto!). Io fui, infine, la causa della sua guerra con il mondo (quante volte difese il mio onore!),
pertanto riconosciuto unanimemente colpevole della sua solitudine, infelicità e rovina. Sono stato in effetti un grande naso, forse troppo, persino per lui. Fama meritata, la mia. Perciò, ripensandoci, non ho bisogno del vostro perdono né di licenza alcuna. Ed ora, come egli sapeva ben fare, è tempo che mi presenti a voi, care dame e cavalieri, topi d’ogni schiatta: io sono, fui e sarò, finché non avrete finito di rosicchiarmi tutto, il grande, enorme naso di Cyrano De Bergerac!
Dalla puzza del ventre materno, condussi ai suoi sensi l’odore delle pergamene che tanto amò, restandoci piantato diverse ore, reggendo saldo sul mio bel groppone le lenti, ausilio degli occhi. Questo odore è il più stuzzicante che riesca a ricordare: odore di eresia, credo lo chiamasse il padre. Putroppo le orecchie non sono più in grado di confermare alcunché a riguardo. A quell’epoca,
mi limitavo ad attendere spensierato alla mia funzione, ma poi un giorno, per le strade di Parigi, compresi quanto la nostra vita sarebbe stata dura: uno sbarbatello in cappa e spada ci insultò, apostrofandomi con gran villania. Ne seguì il suo primo duello, alla fine del quale allo sbarbatello passò la voglia di fare lo spiritoso. Odorai anche rose e fiori, allorché egli, da povera anima, s’innamorò della bella Rossana. Un odore dolciastro, che mi faceva persino starnutire.
A me, che nessun vento, neanche il Maestrale, avrebbe soggiogato! Ma l’amore soggiogò lui: dovetti persino bagnarmi delle sue lacrime, nonostante egli non avrebbe voluto che le nobili lacrime si mescolassero con la porcheria che rappresentavo agli occhi di tutte le genti. Ne fui molto offeso, per quanto anch’io avrei volentieri rinunciato a mescolarmici. In verità, avrei voluto che capisse, lui che capiva tante cose: senza di me non sarebbe stato sé stesso. Noi due eravamo una cosa sola, più che con qualsiasi altra parte del corpo, intendo. Perché proprio la mia sproporzionata grandezza, che rendeva così grottesco il suo profilo, la mia propagine che almeno d’un quarto d’ora sempre lo precedeva ovunque andasse, era il suo biglietto da visita, la causa delle sue avventure e, pertanto, della sua gloria. Spaccone come un vero guascone dev’essere sempre passò nell’arco di una sola sera da un duello all’altro, prima per me, poi per un amico. È stato il periodo più bello della nostra vita: quella sera, alla Porta di Nesle, caricò a testa bassa e me al vento i cento uomini del Conte Guinche, giunti per nuocere al suo amico, Lignieres, il cui naso rubizzo poteva vantare un’approfondita conoscenza di odori di vini e di liquori. Alla fine, io, mentre lui mi sollevava, dritto verso le stelle, feci entrare dalle mie ampie narici l’aria fresca della notte, il profumo della sua giusta vittoria! Finché la luna traditrice non rivelò ai suoi occhi il mio profilo, investendolo di gran malinconia. Sono contento di aver deliziato i suoi sensi portandogli il profumo della pasticceria di Raguenau: una serenità meritata, penso. E che scontò a caro prezzo durante l’assedio di Arras: polvere da sparo e letame di cavalli fu tutto quello che potemmo sentire. Ma in fondo c’inebriava l’odore della guerra! Soltanto la sera mi era concesso un diverso odore, odore d’inchiostro: le scriveva lunghe lettere, due volte al giorno. Avvolto nella notte, il campo di battaglia era pregno d’odor di bruciato e putretidine, ma mi ci abituai presto. Non temeva d’attraversare ogni notte le linee nemiche per recapitargliele. Eppure gli mancò il coraggio di rivelarsi a lei come l’autore di quelle lettere piene d’amore: temeva che ella le ridesse su di me, suo fido compagno di vita! Io però non ebbi mai paura.
Certo aveva un naso molto più piccolo, proporzionato al resto della sua persona, ma c’era simpatia tra noi. La nostra unica perplessità era il modo in cui avremmo potuto sistemarci per un bacio. Inutili congetture, ormai. Consumammo soli i nostri ultimi giorni: lui sempre più magro, io pallido e ossuto, parodia di ciò che ero stato un tempo. Per vendetta, gli buttarono una trave in testa, l’odore del sangue, che ben conoscevo, mi invase: sapevo che sarebbe presto giunta la Morte. Ma neanche quella seccatrice senza naso ci impedì di fare a Rossana la nostra consueta visita. Morimmo tra le sue braccia, lei posò la fronte sulla sua ed anche le sue lacrime scorsero su di me. Di sbieco, vidi la Morte, che col suo teschio camuso, di certo invidiosa di me, ci venne a prendere.

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