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Un buon riposo

di

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Quando arrivai a Roma la giornata era così fredda e il cielo così grigio da sentirmi perfettamente a mio agio col mio umore nero. Presi una stanza in affitto, nella casa di una coppia di anziani, che faceva solo pochi euro al giorno.

Quando arrivai a Roma la giornata era così fredda e il cielo così grigio da sentirmi perfettamente a mio agio col mio umore nero. Presi una stanza in affitto, nella casa di una coppia di anziani, che faceva solo pochi euro al giorno. Mi preparavo per infilarmi a letto, stanco morto dopo il viaggio, ed ecco che mentre cercavo di spogliarmi entra nella stanza la padrona di casa per darmi il benvenuto e dettarmi le regole della casa. Feci cenno di sì a tutto quello che disse. Non capii nulla, ma non mi interessava. Ero lì per poco, non volevo mica vivere con degli anziani. La vecchietta uscì dalla stanza salutandomi ossequiosamente e allora riuscii a mettermi a letto. Avevo solo una gran voglia di riposare perché l’indomani avrei iniziato la ricerca di lavoro e sarei stato fuori tutto il giorno.
Qualche minuto più tardi la porta si aprì di nuovo ed entrò una donna, la prima cosa che vidi dalle coperte erano le sue gambe. Vista da lì sembrava avere ottime qualità, e allora mi misi dritto sulla schiena. Doveva essere la figlia dei due vecchietti, ed anche lei da un pezzo non era più un bocciolo da cogliere. Ma mi andava di fare due chiacchiera comunque, che poi chissà come poteva finire la cosa. Mi guardò, astuta come una faina, zittendomi con l’indice al naso.
“le dispiace se pulisco la stanza?” mi chiese. “non ho avuto tempo prima”
Devo essere stato più stordito di quanto non credessi perché le risposi solo
“certo che no, faccia pure”
Mi fece un cenno per farmi capire che dovevo aspettare fuori
“Le dispiace?” disse
“Per nulla” dissi
E uscii dalla stanza prima che potessi ricordarmi di non aver avuto voglia di cercare il pigiama nella valigia. Ero nudo, nel freddo gelido di una casa costruita prima che in Italia si estinguesse l’idea che il freddo giovi alla vitalità e continuavo a guardarmi attorno nella speranza che il buio mi nascondesse da altri imbarazzi. Mancava però solo un ultimo inquilino da conoscere e scelse proprio quel preciso momento per raggiungermi nel corridoio. Quando avvertii la sua presenza di fronte a me era troppo tardi. “molto lieto di conoscerla” lo sentii dire. Ma il mio sguardo era concentrato sul suo braccio proteso in avanti. Non mi restavano che due scelte allora su come usare la mano: potevo stringere quella del vecchietto o potevo continuare a coprirmi. Non amo molto stare a riflettere, così gli strinsi la mano con il mio miglior sorriso. Fu in quel momento che vidi la sua vista da novantenne raggiungere pigra il mio ventre, la sua mente elaborare il fatto e il suo sguardo tornare poi sulle nostre mani strette salde l’una all’altra. Chinò il mento a terra, fu quasi come se l’interruttore fosse andato su off. Mi ignorò del tutto per entrare nella stanza e sentii poi la figlia che diceva:
“Come?! No, stavo solo facendo le pulizie”
“Brutta zozza!” disse l’anziano con una voce spettrale.
Sentii, dal rumore, che era volato uno schiaffo. Lei protestò e lui la sbatté contro il muro. Saltando fra il muro e le sberle, la ragazza pensava solo a gridare, e io nell’attesa che risolvessero la questione presi una delle sigarette che stavano sul mobiletto d’ingresso e l’accesi. “Beh” pensai “In fondo non è un male che qualcuno le insegni a fare le cose per tempo”.
Quando ancora la ragazza mugolava di frustrazione e il vecchio ansimava senza energie, decisi che il momento era propizio per riconquistare il mio letto. Ormai ero così stanco che pensai di entrare nella stanza per dire “ehi io mi metto a letto, voi continuate pure”, sfilando poi nudo e ciondolante davanti agli occhi sanguigni dell’anziano.
Ma alla fine decisi di bussare alla porta.
“Io domani ho dei colloqui, devo dormire!” dissi senza smettere di battere alla porta “tutto bene?” aggiunsi
“No” rispose la donna piagnucolando “volevo solo scopare un po’ a terra”
“Non fare così… Ne abbiamo parlato, tesoro. Preferisco il letto… non forzarmi!” le dissi non resistendo a una di quelle battute da campionario liceale. E fu un errore fatale.
Sentii la porta aprirsi di scatto e vidi l’anziano davanti a me che con un bastone in mano mi puntava come un toro a una corrida. Sarà stata la stanchezza o forse sarà che aveva venduto l’anima al demonio, ma mentre si lanciava al mio inseguimento mi sembrava più feroce e invincibile di un giovane Bruce Lee. Feci appena in tempo a girarmi, schivando il fendente che puntava direttamente al mio basso ventre, e presi a correre lungo il corridoio.
L’anziano mi veniva dietro menando dei colpi così decisi che nel buio della notte si trasformarono in una sinfonia di vetri e mobili scheggiati. Io puntavo la porta d’uscita, mentre lui adesso correva dritto col bastone puntato fisso a pochi palmi dalla mia schiena. Ero a non più d’un passo dall’uscita e cominciavo a sentirmi già salvo, quando il tonfo sordo delle mie gambe che impattavano mi ricordò che lì, davanti all’ingresso, solo poche ore prima avevo incontrato un vecchio divano logoro. Finii con la faccia sul soffice materasso e il sedere a mezz’aria, l’anziano concluse allora la sua folle galoppata conficcando il bastone dietro di me strappandomi un urlo disperato che si diffuse per tutta la casa.
Avrei potuto trascorrere il resto della mia vita a scopare casa col culo se l’indomani una squadra di infermieri non fosse riuscita a estrarre il bastone dal mio intestino, ma in quel momento col viso affondato sulle pieghe luride del divano e l’anziano, anche lui esausto, abbracciato al mio didietro mi addormentai senza più pensieri.

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