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Ofelia è rimasta con le chiappe incollate alla sedia quasi tutto il tempo, nonostante il suo abito di strass nero strozza-budella e uno spacco ad altezza coscia degno della Fossa delle Marianne.

Ofelia è rimasta con le chiappe incollate alla sedia quasi tutto il tempo, nonostante il suo abito di strass nero strozza-budella e uno spacco ad altezza coscia degno della Fossa delle Marianne.
Sono le due del mattino e il musicalizador, sulle note di Hero, ha appena annunciato l’ultima tanda, senza soffermarsi troppo a pensare se il buon vecchio Bowie apprezzi di essere, oltre che morto, utilizzato come intermezzo musicale tra una sequenza di tanghi e l’altra. I ballerini a bordo pista, dal canto loro, di pensieri in testa sembrano averne uno solo: battere la concorrenza sul tempo e riuscire ad aggiudicarsi una delle ballerine più fighe della sala.
Ofelia lo capisce dall’espressione finta tenebrosa che cercano di assumere, lanciando qua e là occhiate di sbieco mentre parlano tra loro, nonché dal grosso palo che sembrano aver ingoiato, o peggio.
Ofelia figa lo è parecchio ed è anche una delle ballerine più esperte.

Se ne sta lì seduta al tavolo, a tirar su con una cannuccia rosa fluo le ultime gocce del suo coca e rum, quando si accorge che, dal lato opposto della pista, uno sconosciuto la sta puntando di brutto.
Il musicalizador proprio in quel momento fa partire il primo brano della sequenza: Ella es asì di Edgardo Donato. E’ una delle sue milonghe preferite e Ofelia decide che ne ha avuto abbastanza di tirarsela, per stasera. Così ricambia lo sguardo del ballerino che nel frattempo sta avanzando a lunghe falcate dal fondo della sala, dritto nella direzione di lei. Quando le si para davanti e le fa un cenno con la testa, Ofelia arriccia compiaciuta gli angoli della bocca, poi ricambia il cenno e si alza dalla sedia. Lui la prende per mano e la conduce in pista. Camminando dietro di lui, Ofelia, che ha l’olfatto di una pantera, nota che lo sconosciuto indossa Dior Sauvage e la cosa le manda in corto gli ormoni. Accosta il petto a quello di lui e gli posa il bicipite sinistro sopra la spalla destra mentre con le dita cerca un punto d’appoggio sotto la scapola. Lui con la mano sinistra stringe la destra di lei e inspira a fondo. Più stretti di così c’è solo la penetrazione. Ma che diamine, l’orchestra di Donato o si balla così o tanto vale tornarsene a casa a morire di noia. Ofelia contrae gli addominali, rilassa le spalle e chiude gli occhi. Il ballerino, per cominciare, le marca dei passi all’indietro con un impulso preciso del petto e Ofelia esegue al buio il comando come se il tacco dieci su cui poggia il suo tallone fosse la naturale proiezione dell’anca. Poi lui, evidentemente incoraggiato dalla connessione perfetta del loro abbraccio, azzarda qualche passo in contrattempo e di nuovo Ofelia asseconda la proposta come se fino a questo momento nella vita non avesse fatto altro che ballare milonghe traspiè con questo sconosciuto. Quindi lui rilancia proponendole un giro, seguito da una serie di otto all’indietro e poi ancora da raffinatissimi passi in contrattempo. Ofelia, in perfetto equilibrio sul suo asse, mantiene il petto in costante connessione con quello del suo ballerino mentre le gambe disegnano nell’aria abbellimenti da trionfo. Il fraseggio del brano, d’altra parte, con quel suo ritmo incalzante tipico della milonga, è di per sé un invito a sperimentare quei dettagli tecnici che smascherano senza pietà le tante ballerine che non studiano.

La pista, nonostante l’ora tarda, è ancora piena e le coppie sembrano procedere lungo la ronda in modo piuttosto ordinato, salvo un paio di cavalli pazzi che gli altri ballerini evitano di incrociare nella loro orbita di ballo. Ofelia, con la fronte poggiata sulla guancia del suo ballerino, si impone di respirare a fondo con il naso, mentre le sue narici, dilatate dallo sforzo, assumono dosi di Sauvage che la pelle di lui emana a ritmo di traspié. Sempre a occhi chiusi, Ofelia di tanto in tanto si accomoda meglio nell’abbraccio, saldando ancora di più le dita contro la schiena del ballerino e concentrandosi al massimo sui micro comandi che il petto di lui le suggerisce. E’ in uno di questi momenti di rara intensità artistica ed emotiva che all’improvviso dai tavolini a bordo pista si levano dei mormorii concitati. Ofelia tira un lungo sospiro e si sforza di non aprire gli occhi neanche adesso. Dopotutto, una vera tanguera balla a occhi chiusi, costi quel che costi. Ofelia resiste, si concentra sul respiro e respinge l’impulso di trascinare il suo ballerino a dirne quattro a quegli sfigati casinisti a bordo pista che siccome non ballano rompono le palle a chi lo sa fare. Ofelia resiste, respira. Poi però, l’impeccabile sconosciuto che la guida le stritola d’un tratto la vita con il braccio sinistro e, sollevandola da terra come un salame, la spinge verso il bordo della pista. Evidentemente non è abbastanza veloce perché il tacco dieci della ballerina che li precede nella ronda, dopo una serie di svolazzi a cazzo nell’aria, va a conficcarsi dritto nel collo nudo del piede di Ofelia.

Zampilli di sangue schizzano sul parquet della pista, sul risvolto del costosissimo abito di Ofelia, sulle scarpe e suoi pantaloni del suo ballerino. Lei lancia un grido. Poi, in bilico su una gamba, afferra e stringe con forza il piede che già inizia a pulsare e a gonfiarsi come una zampogna. Tutte le coppie attorno smettono di ballare. Ofelia, vinta dal dolore, si lascia cadere culo a terra e di ciò che accade intorno a lei da qui in avanti non vede e non sente più nulla. Non vede le ballerine avvicinarsi a lei, a bocca spalancata e con un’espressione unanime tra il dispiaciuto e l’inorridito alla vista del suo piede sanguinolento. E non sente nemmeno il suo sconosciuto discutere animatamente con il ballerino che guida la matadora e che, oltre a scalciare come in un rodeo, ha persino rinculato nella ronda quando “lo sanno anche i principianti che i passi all’indietro sono vietati, cretino”. In quel momento, nell’universo di Ofelia esistono soltanto il suo piede ferito e la vena giugulare, pulsanti all’unisono. Quel dolore acutissimo risveglia in lei una violenta rabbia che bene o male, in condizioni normali, riesce a tenere a bada. E’ quel tipo di rabbia, mista a indignazione, che ti batte in testa e nello stomaco quando ti rendi conto che qualche idiota si sta mettendo in mezzo, in mezzo fra te e il sogno della tua vita. E a questo punto Ofelia sente riemergere, come un pugno che le esce dallo stomaco, lo smacco che più di tutti l’ha ferita.
Quell’alba di febbraio in cui attendeva con ansia l’arrivo del suo amante che di solito passava da lei per una sveltina prima di iniziare il turno in ospedale. Ofelia ricorda, mentre uno schizzo di sangue colpisce dritto nell’occhio una ballerina che le si è accucciata a fianco. Ricorda il telefono che squilla, lei che risponde con il battito accelerato, lui che le dice “oggi non riesco a passare. Stanotte non abbiamo chiuso occhio con la bambina che non ha fatto altro che strillare”. Lei che d’improvviso vede tutto rosso e con la voce strozzata gli domanda “ma non avevi due figli maschi?” e lui che dopo istanti di silenzio balbetta qualcosa su una terza figlia nata un mese prima.
Un suo amico le aveva pure fatto notare che “sapere che quello con cui scopi ha due figli oppure tre non fa un cazzo di differenza”. Così le aveva detto. Invece faceva una differenza enorme. Era una questione di principio. Imbecilli, questi uomini.
Ancora culo a terra, con la rabbia oltre ogni limite di sicurezza e il piede sanguinante, guarda il suo ballerino avvicinarsi a lei per soccorrerla. Lei si alza poggiando tutto il peso sul piede buono e scansa con una mano il suo soccorritore mentre ogni cellula del suo corpo, fradicia d’indignazione, le urla “scappa”.

E viene invasa da una nausea improvvisa, le gira anche un po’ la testa. Si porta il palmo della mano alla tempia e si guarda intorno, come uno di quei tori che vengono drogati prima essere liberati nell’arena, tanto per essere sicuri che siano innocui. Ofelia zoppa, con una mano ancora incollata alla tempia e l’altra premuta sullo stomaco per tamponare la nausea, si trascina a bordo pista verso il suo tavolo. Il suo ballerino la tallona.
Ofelia lo liquida secco con un “grazie, faccio da sola”. Il fatto è che non sa bene perché ma quello “scappa” continua a lampeggiarle rosso in testa.
Poi tra un gridolino di dolore e un sospiro, riesce a togliersi i sandali tacco dieci e a infilarsi lo stivale che, proprio sul collo del piede ferito, le fa un male cane.
Si alza, con tutto il peso sul piede buono, indossa il cappotto e, sempre zoppicando, si avvia verso l’uscita.

Appena fuori da locale, infila una mano nella tasca della cappotto per prendere le chiavi dell’auto e tastando si accorge che, insieme alle chiavi, c’è un biglietto.
Lo estrae e legge un “Chiamami, se non sei troppo arrabbiata. Massimo” e un numero di telefono. A bocca spalancata, non fa neanche in tempo a godersi il suo momento di stupore. Infatti, udendo delle voci qualche passo più in là, alza lo sguardo e si accorge che si tratta proprio del suo ballerino e della sua matadora dal tacco assassino. Lui è intento ad aiutare lei ad infilarsi il soprabito. Come se non bastasse, Ofelia lo vede anche poggiarle una mano sulla spalla. In quello, grazie al lampione che lo illumina bene, bene, si accorge che l’anulare sinistro di lui è incastrato in una fede d’oro, per giunta fin troppo spessa per essere una sola, da esibizionisti insomma. Fede che in pista non aveva, lei su certe cose non si sbaglia.

Allora Ofelia realizza il significato di quella sensazione di pericolo che si porta addosso dall’inizio di quella fottutissima tanda: “scappa, scappa da questo stronzo”. E in quello stesso istante, il suo intestino, organo decantanto da tutte le riviste scientifiche del settore per la sua immensa saggezza, le viene in soccorso regalandole un attacco fulmineo di diarrea.
Ofelia rientra di corsa nel locale e si infila nel primo gabinetto libero, stringendo ancora nel pugno della mano il biglietto con il numero di telefono. Biglietto che non molla nemmeno quando, accucciata sul water con le mani premute contro il muro a sorreggerla, sente con tutta se stessa che la sua esistenza è a un passo dal finire liquefatta nell’anonimato di quel cesso.
Lunghi minuti dopo, con la fronte imperlata di sudore e le forze allo stremo, Ofelia butta il biglietto nella tazza, e se ne resta lì, immobile, a bocca aperta e con le mutande calate, a guardare Massimo e il suo numero di telefono mescolarsi a tutta la merda della sua vita.
È a quel punto che sente la porta delle toilette aprirsi e quattro tacchi a spillo avvicinarsi ai lavandini proprio davanti al suo gabinetto. Allora trattiene il respiro, immobile e decisa a far rimanere la sua diarrea nell’anonimato.
«Hai visto? Alla fine Massimo è tornato in città. Ed è pure venuto a ballare, poverino» dice una delle due voci, roca e cantilenante.
Sentendo nominare Massimo, Ofelia si appiattisce contro il muro del gabinetto e appoggia un orecchio alla porta. Poi sente l’acqua di un rubinetto scorrere.
«Io avrei fatto lo stesso. Mica uno si può chiudere in casa a piangere per tutta la vita» risponde l’altra voce, più morbida della prima.
Ofelia di colpo sente una morsa invisibile afferrarle lo stomaco. Poi l’acqua di un secondo rubinetto inizia a scorrere.
«Ha pure invitato Ofelia. Si vede proprio che non la conosce. Sennò qualche scrupolo se lo sarebbe anche fatto. A nessuno piace prendersi i due di picche in pista. Soprattutto a un vedovo fresco» ribatte la prima.
Vedovo fresco. I neuroni di Ofelia vanno in corto e in pochi istanti si ritrova le ascelle grondanti di sudore freddo.
Non ce la fa più, ha un bisogno urgente di tamponarsi il sudore con la carta igienica ma non vuole fare rumore e resiste immobile, con le ascelle appiccicaticce e i fianchi dell’abito ormai bagnati. La ventola si ferma e anche le risate.
A quel punto i quattro tacchi si allontanano e Ofelia sente la porta d’ingresso dei bagni sbattere.
Si toglie il cappotto e, non sapendo dove appoggiarlo, se lo stringe tra le ginocchia.
Quindi si tampona le ascelle e i fianchi dell’abito con la carta igienica.
Poi, sempre in equilibrio con il cappotto tra le ginocchia, infila le mani nella tazza e comincia a cercare.

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