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Quello che resta

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Quella domenica il Signor Gregorio fu pervaso da un’incredibile voglia di bignè con la panna. Decise che poteva andare a fare due passi e arrivare fino al piccolo bar a due isolati da casa, se non altro avrebbe potuto onorare la domenica come un tempo, mangiare un bignè e magari scambiare due chiacchiere con qualcuno.

Quella domenica il Signor Gregorio fu pervaso da un’incredibile voglia di bignè con la panna.
Decise che poteva andare a fare due passi e arrivare fino al piccolo bar a due isolati da casa, se non altro avrebbe potuto onorare la domenica come un tempo, mangiare un bignè e magari scambiare due chiacchiere con qualcuno.
Una volta varcato il portone del grosso condominio, trovò ad attenderlo la desolazione della borgata. “Maledetto il giorno che siamo venuti a vivere qui giù” – borbottò il Signor Gregorio mentre si incamminava lungo il vialone contornato di palazzi e spazi verdi che avevano conosciuto il degrado come unica destinazione d’uso.
La controra domenicale nelle vie di periferia era spietata come il coprifuoco durante la guerra. Mentre camminava lungo il vialone si ricordò di quando 15 anni prima ambiva ad avere delle domeniche tranquille, senza le lamentele della moglie, che era in cucina dalla mattina e i figli adolescenti che non si svegliavano mai in tempo per dare una mano. Mai avrebbe immaginato che quella tranquillità potesse rivelarsi sorella gemella della solitudine. A parte un paio di indiani il signor Gregorio non incrociò anima viva durate la sua passeggiata. Più avanzava più avvertiva una strana sensazione, come se stesse scappando da qualcosa, e qualcuno lo stesse seguendo. Eppure le strade erano deserte.
Quando finalmente arrivò al piccolo bar, si sentì rincuorato, ce l’aveva fatta. “Buongiorno!” disse sorridendo. Dietro al bancone c’era un ragazzetto con parte dei capelli rasati e le testa piegata verso il basso, talmente assorto che sembrò non accorgersi della sua entrata nel bar. Gregorio guardò nella piccola vetrina frigo posta sul lato del bancone, al suo interno un paio di torte gelato di uno sbiadito color rosa e dei cannoli siciliani con la ricotta visibilmente ben salda all’interno.
“Di dolci avete solo questi da frigo?” chiese cortesemente Gregorio. E senza muovere un muscolo e quanto meno la testa il ragazzo rispose: “No, ce so pure du cornetti qua davanti” “Ma non fate più piccola pasticceria?” incalzò timidamente Gregorio cogliendo al volo il cenno di vita dato dal ragazzo. “Pasticceria? Ma ‘na vorta forse, mo so almeno 3 anni che è solo bar” rispose alzando incredibilmente la testa verso il suo interlocutore.
“Vabbè, mi dia un caffè…e poi…” si fermò a riflettere amareggiato dalla mancanza di dolci “Si potrebbe per caso avere con panna?” “Si certo, come o’ voi in tazza grande o piccola?” “Grande, ma con più panna che caffè” rispose compiaciuto Gregorio. Il ragazzo non battette ciglio alla bizzarra richiesta dell’anziano e mentre preparava il caffè si richiuse con il suo cellulare. La speranza di conversazione finì lì.
Il ragazzo, dopo aver preparato il caffè in una tazza da cappuccino, tirò fuori da sotto al bancone una bomboletta bianca con scritto in fucsia “Voilà”, dalla quale, annunciata da un fruscio roco, venne fuori la panna.
Gregorio fiducioso affondò il cucchiaino in quel ciuffo di panna dalle linee spigolose, e ne fece un gran boccone. Il sapore gli ricordò di quando da bambino giocava ad aspirare l’elio dai palloncini, ecco quella panna sapeva di elio, ma con lo zucchero, molto zucchero.
Mentre Gregorio in silenzio cercava conforto nel glucosio, nel bar entrò un ragazzo, che dopo un “Bella zi!” riuscì subito ad avere una conversazione con il barista circa una tale Sara. Fu in quel momento, mentre i due ragazzi parlavano, che Gregorio si rese conto che lì al suo fianco, poggiata tra un espositore di patatine e il bancone, c’era lei, la solitudine. L’aveva raggiunto.
Stava lì, ferma e lo guardava. Questa volta si era presentata in maniera spavalda, ancora più tronfia di prima. Da principio Gregorio fece finta di non riconoscerla, concentrandosi a leggere quanto riportato su una bustina di zucchero, ma poi si rese conto che era troppo stanco per scappare di nuovo e che fingersi interessato alle scritte su una bustina di zucchero era davvero poco credibile. Così, in silenzio le andò incontro e si incamminò verso casa.
Questa volta mentre percorreva il lungo viale, Gregorio non ebbe più la sensazione di scappare da qualcuno, ormai la solitudine era lì con lui. Verso casa si accorse che nella stradina sulla destra si intraveda il grande palazzo color ruggine dai grandi balconi dove anni prima al secondo piano abitava il suo vecchio amico Adriano. Nel guardare quel balcone avvertì un senso di tristezza così per il resto del cammino non sollevò nemmeno più la testa per guardarsi intorno.
Arrivato finalmente a casa si mise in soggiorno e accese la tv.

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