La favola di nonno che non ho mai sognato prima di dormire

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Oi tu, piccoletto homo che sei nipotèmio e figlio di mio figlio, sangue mio, scostati dal tuo postamento e radicalizzati in modo che il timpano ascoltatore del buco tuo non sia lontano dall’orifizio oratore del buco mio.

Oi tu, piccoletto homo che sei nipotèmio e figlio di mio figlio, sangue mio, scostati dal tuo postamento e radicalizzati in modo che il timpano ascoltatore del buco tuo non sia lontano dall’orifizio oratore del buco mio.
Ho da svelarti un vicissitudinale accaduto, che tu, fortuna che t’è catapultrattata, hai nonnuto un tizio pressoché normale, almeno d’affisicamento, ma ti dico che io non è come tu.
Il mio annonnimato era un homo sapiente, ma lo stranimento ha assalito tutto d’ellui.
Era innamoratanto della femminilesca compagnità, bella, bella, bellassima.
Occhiata di verde e pelosa lungamente dorata in testa che qualunquosa a vederella facesse drizzitudini; oltrando il bellimento fisichesco, era concettualstrattamente toroppo ragionevole.
Intellegentamente issima.
Tutti gelosavano il coppiamento del mio nonnato alla donna nonnata, e lui, uh, fissato chiodato all’ella che smacconava se staccava l’occhiatella.
Al momentanto poco amato morente di lei, giovanilmente, lui si esiliatò, sparicchiò da lui e da tutto, tanto, tanto. Tantossimo.
Tempava il passare e lui sempre più niente.
Sempre più niente.
Alla domandesca affermazione “che finale avesse aspettorato il nonnile uomo” babbone e mamamma distrazionavano e attemporavano, oppuramente regaleggiavano spiegature giustificatorie come “sta ritirandosi spirituosalmente in sellui”, e io mi chiedovo “ma che finaccia si è prospettivata allui?” ma nullulla si chiariva.
Passeggiarono giorni, mesi, mesosi numeri scorreggiavano, ed il nonno mio non ombreggiava a dimora.
Il capocasata, il padraone mio, che figliava allo sparito, non dicetteva nulla, ma era palpolabile la soffranza.
Finoaché un diurnale, bussandone alla legnata entrazione, si fece occhiatare l’uomonno, mio nonno, sorridendone dell’ accadutato. Nessunalcuna domandizione da neancuno, nullulla, e me che posseggavo meno della spartizione para del numero dopo ventinove di annuali vissuti, mi stetetti zittuto, non chiedendulla.
Giornali e giornali momenti passeggiarono, e nononno mio era ill’homo scherzosone e gentiluone di semprima, ma la strananza di azionanti operette giornaliere mi rindongoloravano la capoccia dal dentro, professionando mentanti discorsi.
Lugli, l’homo nonno, s’ingabbionava aggressivoltomente in stanza sua, parlando e parolando tantolto con un’altra presenziatura, che all’iniziatura tralascialavo per non pensarcisi, ma poiiddopo non potecchiavo, non capacitavo di tralasciandare stastramba azionatura.
E così orecchiai.
Orecchiai tanto e bene.
Non voglii credere all’orecchiature.
Sentavo il vocalare della donnonna. Lei, la mortata oramai quattro mesi messi addizionalati al numero dei piedi, statava nella statanza di nonnolo. E discorsava collui.
Non voglii credere alle orecchiature.
Non voglii credere alle orecchiature e dunque occhiatai, dalla serrazione portuale, occhiatai e vidissi, vidissi uno stramboide fatto.
“Mammella”, chiamai, “mammella”, e lei mi rischiese di direle, ed io “mammella ma vogliata occhiatare? Cosa esse? Nonno è strambito, tatanto, cos’è?”
La mammoide non schiarì le mialtre oscuranze, ma io continuavai a chiedurre “mammutta, ma che ha il nonnato? Ossarda, occhiatizza, il suo patacchio è starano tanto. Mi ricordiglia la…” mi gelatai, toccheggiando la rispostata da me echeggiata.
Pensatai, Perdìolo se pensatai.
“Mamamma la nonnata da quanto è privitata? Morata?” chiesetti, ma la mammutta mia mi osservaggiò e mi minacciosò di non chiedendare nullulla piummai.
Il patacchio nonnato, il pisellollo del nonnolo era talamente egualato alla nonna che sembravella. Ava un duo di occhiati verdati, il nasano, la boccatura labbreggiante. Il pelo lungato d’oro in testata. Erala bellona, tatanto, come la bellona donnònna.
Ma era il suo cazzabubbo.
Il penello.
Il cazzuttoletto.
Il fallato del nonnuto era tale e quatale alla nonna. No gambata né bracciata, manco la fisicatura tutta, ma solo la capocchia della donnonna era al posto del glande penonnale.
Come possibilava tala cosa?
Come vitava la nonnola sul penno del nonnolo?
Io, nipotonchiolo mio, non so esprighiarlo, ma ci pensatavo nottate e dìate.
Attrapassavano i giornati ed io non potecchiavo aboliravare il ricordante momentolo che vedecchiai il dì lì,dalla serracchiature della porta nonnale, ed ero turbatanto, il picchio mi pensierava sempre, fino al decisidorio istantanto che chiedisi allui, il nonnulo.
“Nònnomio” chiamigiai “nònnomio, io ho scopertuto la nonna cazzata” dicheggiai allui, e l’ello vuoi scoperchiare che rispostatò?
“Sono me la nonna” rispostette, disseccante, e me non chiesettai mai piùllaltro allo nonno.

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