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Anna Cambi, Rosso fuoco

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Moira è una ragazza insicura e introversa che passa la maggior parte delle sue giornate nel bosco a leggere, bere e fumare.

Nel suo primo romanzo, Rosso fuoco (Alter Ego 2016), Anna Cambi si rivela una scrittrice capace di toccare con leggerezza e sensualità temi molto difficili, ma senza il peso della cronaca, piuttosto con la leggerezza dell’invenzione poetica. Scrittrice dalla vena decisamente pop, con una passione non mascherata per la cantante Lana Del Rey e il gusto del racconto moderno, anzi post moderno, dove temi antichi, quasi classici, si fondono con l’immaginario della sua generazione. Anna Cambi ha frequentato i corsi della Scuola Omero e collabora da tempo con il MAG O, dove ha pubblicato due racconti brevi e vari articoli. Ama il cinema, le serie tv, i cani, il trash televisivo, i tatuaggi, il prosecco e la letteratura contemporanea, soprattutto quella di genere. Nella pagine che seguono, potete scoprire con noi l’infuocata e ambigua amicizia tra Moira, che passa la maggior parte delle sue giornate nel bosco a leggere, bere e fumare, e Fiamma, che non si separa mai dal suo accendino. Entrate senza paura e soprattutto senza far rumore nella casa di Fiamma e attenti a non disturbare il paparino che aspetta la figlia insieme con la sua nuova amica.

 

(…)

 

Capitolo 16

 

Scesi i gradini al buio trottando dietro a Fiamma, poi il colore tornò nel mio campo visivo, rosa e arancione che entravano dalle finestre, bucavano la penombra e infuocavano mobili e pareti. Sentivo le piastrelle tiepide sotto le piante dei piedi e la pelle del divano attaccata alle mie cosce nude, ma al tempo stesso mi sembrava di fluttuare in quella luce morente che in un attimo passò al rosso e poi al viola.

D’un tratto realizzai di avere la bocca secca, impastata, come se qualcuno mi avesse appena succhiato via tutta la saliva sostituendola con una manciata di sabbia. Provai a dirlo a Fiamma, ma non riuscivo a muovere la lingua, allora presi ad agitarmi, a tirarmela fuori dalla bocca con le dita, quasi fosse un brandello di carne morta finito per sbaglio contro il mio palato. Lei si mise a ridere, e pochi secondi dopo aveva in mano un bicchiere rosa, un altro cocktail di papà. L’odore mi provocò un leggero conato ma lo ignorai e ingoiai metà di quella roba d’un fiato, mi riappropriai della mia lingua e tornai a galleggiare in quello stato di benessere artificiale che mi avvolgeva da chissà quante ore.

Mentre fuori diventava buio nuovi fuochi si accesero nella stanza: una lampada a stelo, l’accendino di Fiamma che lei si divertiva ad avvicinarmi alle gambe ma di cui quasi non percepivo il calore e candele sul tavolo che illuminarono dal basso il volto di suo padre, trasformando per un attimo quei lineamenti perfetti in una maschera diabolica.

L’uomo stava posando dei vassoi sul tavolo: la nostra cena. Mi aspettavo roba raffinata, tipo qualche piatto dal nome francese che non avevo mai assaggiato, invece nei nostri piatti c’erano pizza, patatine e, per dessert, una montagna di biscotti al cioccolato. Da bere, una caraffa di quella roba alla ciliegia. Il padre di Fiamma non mangiava nulla, aveva tra le mani un bicchiere basso e massiccio – whisky, credo – che continuava a portarsi alla bocca giusto per bagnarsi le labbra mentre ci fissava ingurgitare quella cena da bambini.

Un attimo prima di avvicinarmi al tavolo avevo creduto di non avere fame, ma una volta seduta spazzolai tutto in pochi minuti, impaziente di arrivare alla fine per potermi riempire la bocca di quei biscotti. Stavo masticando l’ultimo rimasto sul vassoio quando partì la musica. I like the snake on your tattoo, I like the ivy and the ink blue, Yayo, Yeah you, Yayo…

Doveva essere stata Fiamma ad accenderla perché si trattava ancora una volta di un pezzo di Lana. Mi alzai e il mio corpo, di propria iniziativa, prese a seguire le note e a ondeggiare, la testa in una direzione e i fianchi nell’altra, e poi il contrario. Fiamma mi raggiunse alle spalle, mi cinse la vita e mi accompagnò per un po’ in quel ballo sempre uguale. You have to take me right now From this dark trailer park life now, Yayo, How now, Yayo – poi avvicinò le labbra al mio orecchio e disse: «Dobbiamo sfilare per papà adesso» indicandomi il tappeto che portava al divano sul quale lui era andato a sedere dopo essersi riempito il bicchiere.

«Sfilare per papà» aveva detto.

Rimasi qualche secondo ferma a riflettere su quelle parole, poi mi concentrai e lo feci, stetti al gioco, sfilai con lei avanti e indietro sulla trama rossa del tappeto per un’infinità di volte, dapprima ridacchiando, facendo le scema, poi in maniera più lenta, sensuale, attenta a mettere i piedi uno davanti all’altro come faceva Fiamma in modo da far ondeggiare il più possibile i fianchi, ammiccando con i movimenti delle mani e delle spalle.

Lei era stupenda, sembrava un vera modella, io la imitavo meglio che potevo e, in effetti, a ogni movimento mi sentivo più bella, più sicura. Percepivo lo sguardo dell’uomo su di noi, su di me, lo sentivo che mi bruciava la pelle, incitandomi a fare meglio, a seguire le istruzioni della canzone, sempre la stessa di prima, ancora e ancora.

Let me put on a show for you daddy diceva, Fiamma l’aveva scelta di sicuro apposta, Let me put on a show, Let me put on a show for you tiger, let me put on a show…

«Brave le mie bambine» disse lui, a un certo punto, abbassando la musica con un telecomando e alzandosi in piedi «e ora è il momento di proclamare la vincitrice, perché solo la reginetta può andare a sedere sulle ginocchia di papà giusto?» continuò rivolto a Fiamma, con un’intonazione artefatta da presentatore televisivo.

«Sì papà» disse lei in tono serio e con una vocetta alterata, da bambina piccola, che in condizioni normali mi avrebbe probabilmente fatto ridere ma che in quel momento mi fece accapponare la pelle, forse perché mi pareva di averla già sentita.

Avvertii la nebbia che mi offuscava la mente diradarsi per qualche istante e mi chiesi che diavolo stessimo facendo.

«Giusto Moira?» chiese lui sollevandomi il mento con le mani invitandomi a guardarlo negli occhi.

«Ehm… sì papà» risposi imitando il tono infantile che aveva usato Fiamma, mentre la lucidità di poco prima scivolava via, sostituita dal torpore.

In cambio ottenni il sorriso compiaciuto dell’uomo, che continuò a girarci intorno per un po’, come se fosse incerto sulla decisione, poi si bloccò di fronte a Fiamma, le posò le mani sulla testa e disse sfilandole la coroncina dai capelli: «Mi dispiace tesoro, la reginetta è Moira».

Fu così che mi ritrovai sul divano, seduta sulle ginocchia di suo padre con quella ridicola corona in testa.

«Ricordati, siamo bambine piccole, non fare nulla che una bambina non farebbe. Non dire niente e resta immobile, ameno che non sia lui a chiederti di dire o fare qualcosa» mi aveva sussurrato Fiamma stringendomi il braccio prima che l’uomo mi attirasse verso di sé, ma a contatto con quel corpo caldo, che odorava di bagnoschiuma al muschio bianco, mi era difficile concentrarmi su qualunque cosa che non fosse la mia pelle contro la sua.

Vedevo Fiamma accovacciata in un angolo, intenta a martoriarsi la pelle con l’inseparabile accendino, ma con gli occhi fissi su di noi. E sentivo quell’uomo bello da togliere il fiato dimenarsi sotto di me, sentivo la sua erezione premere contro la mia gamba, nascosta dalla stoffa dei jeans.

«Brava la mia bambina» stava dicendo lui con un filo di voce, la faccia immersa nei miei capelli e le dita della mano destra che scorrevano sulle mie gambe dalle ginocchia fino a metà coscia e poi più su, fino al bordo di merletto di quelle stupide mutandine. Cominciai a eccitarmi e il mio corpo si animò di una smania inarrestabile, un’urgenza quasi dolorosa di accoppiarmi con quel corpo, all’istante. Mi girai di scatto per mettermi a cavalcioni su di lui, dando così le spalle a Fiamma – e privandomi della possibilità di accorgermi dell’espressione di rabbia mista a delusione che probabilmente comparve sul suo volto in quel momento – e cominciai a leccargli la faccia e il collo, mentre con la mano sinistra mi scostavo gli slip e con la destra cercavo di aprirgli i pantaloni.

Lo sentii irrigidirsi, poi le sue mani mi afferrarono per le spalle e mi spinsero all’indietro, mandandomi a sbattere con la schiena e la testa contro il pavimento.

Credo di aver perso conoscenza per un po’, forse solo pochi istanti. Quando riaprii gli occhi lui era sparito, la musica era cessata e Fiamma era in piedi accanto a me, le braccia incrociate al petto, e mi fissava dall’alto con occhi di fuoco.

Sollevai la testa e la stanza cominciò a vorticare, allora la riappoggiai sul pavimento e tentai un respiro profondo, che fu però interrotto a metà dallo schiaffo con cui Fiamma mi colpì. Sgranai gli occhi e cercai di dirle qualcosa, ma dalle labbra mi uscì solo un mugolio incomprensibile. Tentai allora di alzarmi, ma senza successo. Mi sentivo come se qualcuno mi avesse tolto lo scheletro, riducendomi a un ammasso di carne informe incollato al pavimento.

L’ultima cosa che ricordo di quella notte è la voce di Fiamma che dice «Hai rovinato tutto» prima di scomparire dalla mia vista appannata dalle lacrime.

 

(…)

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