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Rivelazioni di famiglia

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Studio neozelandese rivela: le donne sessualmente soddisfatte ottengono risultati lavorativi migliori. La ricerca, condotta a Wellington da un team di sociologi, sessuologi ed esperti in neuroscienze comportamentali, ha dimostrato come ci sia un’elevata corrispondenza tra la frequenza e la qualità dei rapporti sessuali e il livello di carriera

Studio neozelandese rivela: le donne sessualmente soddisfatte ottengono risultati lavorativi migliori.

La ricerca, condotta a Wellington da un team di sociologi, sessuologi ed esperti in neuroscienze comportamentali, ha dimostrato come ci sia un’elevata corrispondenza tra la frequenza e la qualità dei rapporti sessuali e il livello di carriera delle donne neozelandesi. Su un gruppo di studio di cento donne comprese tra i trenta e i cinquantacinque anni, circa l’85% che ha ottenuto uno scatto di carriera nell’ultimo anno ha dichiarato di avere rapporti sessuali in media tre volte a settimana con un compagno fisso. Il restante 15% ha di chiarato o di essere single (4%), o di essere impegnato ma non soddisfatto della propria vita sessuale (10%), oppure è dedito a relazioni occasionali (1%) [continua a pagina 25]

Andrea Rabotti piegò il giornale davanti a sé e lo poggiò sull’enorme scrivania in vetro: tutte cavolate. Non si era mai fidato di quelle ricerche scientifiche. Gli ricordavano i numeri che faceva sparare a caso dal suo ufficio stampa durante le conferenze. Figuriamoci! In genere se li inventava mentre si faceva la barba, e comunque non ci perdeva mai più di dieci minuti. I numeri veri li conosceva, ovviamente, ma nessun Amministratore Delegato che si rispetti li avrebbe mai dati in pasto ai giornali. Quelle riviste si trovavano lì solo per completare la sua immagine perfetta: rotocalchi di scienze, economia, a volte persino politica. Un vero uomo a tutto tondo. Il fatto, poi, che un buon 80% di quelle riviste non fosse mai stato aperto non lo turbava affatto, purché stessero là a fare la loro bella figura. L’abito fa il monaco, pure se il monaco non prega.
Guardò l’orologio: le otto in punto. L’appuntamento con Annarita era fissato alle nove, il che voleva dire che lei si sarebbe presentata intorno alle otto e mezza. Otto e un quarto, se non avesse trovato traffico. Arrivare in anticipo agli appuntamenti era il suo modo di mettere pressione, ma lui non si era fatto scoraggiare: alle sei e mezza aveva aperto la sede assieme al portiere, che lo aveva salutato sbigottito. Aveva aperto la finestra della sua stanza e si era seduto sulla sua poltrona, dove un’ora e un quarto più tardi lo aveva trovato una altrettanto sbigottita segretaria. Una sorta di toro seduto post moderno.
Quell’incontro avrebbe potuto spianare la strada all’accordo che avrebbe garantito il salto di qualità alla sua piccola azienda. Anni e anni di sacrifici, di scherni in famiglia. A Natale, sua madre chiedeva ai nipoti se avessero la fidanzatina, e a lui se la sua azienda non fosse ancora fallita. Dimostrando un genuino stupore nel constatare che invece l’attività del figlio prosperava, peraltro. Appoggiarsi ad un’azienda forte come quella in cui lavorava Annarita avrebbe ufficialmente permesso la stabilità a lui e a tutti i suoi dipendenti, facendo di lui un Amministratore Delegato responsabile, un buon padre di famiglia e un uomo capace di curare i suoi interessi. Una persona solida, matura. Avrebbe ottenuto quell’accordo e poi sarebbe andato a sbatterlo sotto il naso di sua madre. Sempre in maniera matura, si capisce.
L’incontro doveva andare bene. Ecco tutto.
Proprio su un piccolo vassoio posato sul lato destro della scrivania era poggiato il caffè amaro che la sua segretaria gli aveva diligentemente fatto recapitare. Lo bevve in due sorsate e pensò di farsene portare un altro. O una grappa. Quella mattina ne aveva particolarmente bisogno.
No, no, non doveva pensare all’accordo, rimuginarci sopra lo avrebbe reso teso e irritabile. Chiuse gli occhi: molto meglio distrarsi con qualche pensiero felice e distensivo, come la sua perfetta vita familiare. Poi ricordò.
La verità lo aveva colto con la forza di una martellata in testa. “Puoi essere chi vuoi”, pensava, “un povero impiegatuccio, un fruttivendolo o lustrascarpe – esistono ancora, i lustrascarpe? – oppure l’Amministratore Delegato di una multinazionale, ma la verità è che se trovi dei giornaletti pornografici sotto il letto del tuo bambino di dieci anni, ti sentirai spezzato in due. Da una parte l’orgoglio virile per questo fanciullino che così prematuramente si avvicina alla sua sessualità di uomo e dall’altra la delusione.
Ma dai, manco io alla sua età nascondevo i giornaletti sotto il letto. È il primo posto in cui si guarda, lo sanno tutti.”
E così aveva dovuto dare una strigliata al bambino – ma gli aveva fatto il discorsetto sui nascondigli in serata, lontano dalle orecchie della madre – e aveva sequestrato le riviste da quattro soldi che probabilmente si era comperato con la paghetta del mese. Forse ripensare alla sua perfetta vita familiare non era stata una grande idea.
Ma sorrise, soddisfatto: il suo spirito di imprenditore si era rimesso in moto velocemente! Così aveva fatto lo stesso discorso a entrambi i suoi figli, anche al più piccolo. Aveva solo cinque anni, ma qualcosa avrebbe assorbito lo stesso, intelligente com’era, e lui si era risparmiato la doppia fatica. Minimo investimento, massimo guadagno. È così che si arriva al vertice!
Seguendo la linea dei suoi pensieri, si voltò a guardare il piccolo razzo che il figlio minore gli aveva regalato: era un piccolo genio, quel bimbo. All’asilo gli avevano dato dei rotoli di carta igienica, un po’ di colla, dei pezzi di giornale e dei colori. Dicevano che serviva per stimolare la creatività dei bambini: prima avrebbero costruito qualcosa, poi la avrebbero ricoperta di carta di giornale e colorata. Lui avrebbe voluto rispondere che attaccare dei pezzi di giornali su qualunque cosa si trovasse in casa era un hobby che aveva anche sua moglie, si chiamava découpage, era un passatempo tipico delle povere casalinghe disperate e in genere era il passo immediatamente precedente all’alcool e all’analista. Però non disse niente.
E aveva fatto bene! Tutti gli altri bambini avevano costruito dei piccoli aborti tumorali, roba informe che sembrava stare in piedi oltre ogni legge della fisica, ma suo figlio no! Lui aveva preso il rotolo di carta igienica – senza la carta igienica attorno, e srotolarlo tutto gli aveva preso un bel po’ – aveva appallottolato i metri di carta igienica residui per farne una palla del diametro del rotolo, così da poterla inserire in alto e creare la punta arrotondata del missile, e in fine aveva arrotolato della carta all’estremità per creare gli alettoni. Così ora il regalo del bimbo campeggiava sereno su una delle mensole più basse della libreria in vernice bianca posizionata alla sue spalle.
Il telefono poggiato sulla scrivania squillò. Sul display comparve il numero interno della sua segretaria.
“Buongiorno dott. Rabotti, la signora Di Stefano è arrivata.”
“Fai passare, grazie.”
Andrea si alzò, sfregandosi i palmi delle mani contro le cosce. Non si erano mai visti nel suo ufficio privato, ma era stato lui stesso a voler svolgere lì questo incontro, per giocare in casa. Qualcosa di informale, giusto una chiacchierata, per strapparle un sorriso e farle abbassare un po’ la guardia. In realtà solo Dio sapeva se quella donna fosse in grado di sorridere, ma quel giorno Andrea era intenzionato a scoprirlo.
Osservò la stanza con occhio critico: luce del mattino, c’era. Molto gradevole, intensa, filtrava dalla finestra, posizionata a est (desiderio che aveva ribadito più volte. Alla fine aveva dovuto sfrattare dei dipendenti per avere una diamine di stanza con la finestra a est). Libreria pulita: c’era. Ben spolverata, rifletteva adeguatamente la suddetta luce del mattino. Poi scrivania in vetro fumé, sedie in pelle bianca, vasi in acciaio. Tutto molto moderno, pulito, efficiente. Tutto perfetto, tutto perfetto. Magari era il caso di raddrizzare le cornici delle foto sulla scrivania: quella con sua moglie e i figli in campeggio era finita dietro quella con Fifi Abera – autografata da lei in persona! – tanto da non essere quasi più visibile. Le raddrizzò una volta, poi due, poi tre. Così andavano bene. No, non era vero, erano ancora storte. Si fermò prima di ripetere quel gesto compulsivo per la quarta volta.
Alzò gli occhi e provò un moto di fastidio: i tomi di psicologia di sua moglie dovevano essere eliminati da lì al più presto. Quando Clara aveva deciso di abbandonare la professione per scoprire davvero quel che voleva dalla vita – ovvero dedicarsi al découpage, da quel che aveva potuto capire Andrea – aveva espresso il desiderio di non vedere più quei ricordi ancestrali del suo passato, in cui il suo io si era allontanato dal suo essere provocando delle fratture nella sua parte subconscia. E così piuttosto che buttarli o infilarli in qualche scatolone, Andrea aveva deciso di portarli nel suo studio, pensando più all’effetto che avrebbero avuto sui suoi ospiti che non all’arredamento in sé. Stupidi tomi. Aveva creduto, infatti, che entrare nello studio di un amministratore delegato e scoprire che era anche esperto di psicologia avrebbe fatto sentire l’ospite ancora più a disagio, e gli avrebbe permesso di tenerlo in pugno. La cosa, per qualche motivo che non riusciva a spiegarsi, non aveva funzionato e ora Andrea doveva ammettere che quei libri lì erano un doloroso pugno nell’occhio.
Un bussare lieve alla porta e la sua segretaria entrò, con Annarita alle calcagna. Un tailleur scuro, molto di classe, decolleté col tacco. Impeccabile come sempre. Orripilante come sempre. Andrea represse il moto di ribrezzo che gli procurava la sua vista col pensiero dell’accordo, ma era difficile non notare l’enorme bozzo che le campeggiava sul mento, soprattutto visto il dritto e duro pelo nero che ne fuoriusciva. I denti erano talmente sporgenti da fuoriuscire dalle sue labbra anche quando queste erano chiuse e il trucco fa miracoli, ma davanti a lei si doveva essere arreso. Andrea deglutì e le si avvicinò con la mano tesa. Quella donna era un osso duro, ma lui aveva denti e stomaco robusti.
“E così, questo è l’ufficio dell’Amministratore Delegato della piccola Infosalt. L’azienda rivelazione” commentò lei prendendo posto su una delle sedie in pelle. “Sono nella tana del lupo.”
Andrea si accorse in quel momento che la donna stava fissando la tazzina di caffè vuota sulla scrivania.
“Il lupo sa essere ospitale” rispose, sfoderando un sorriso pieno di charme. “Gradisci un caffè? Un ginseng?”
“Un ginseng, grazie. Con mezzo cucchiaino di zucchero della Malesia, in tazza da cinque centimetri e mezzo, girato due volte in senso orario con la tazza rivolta a ovest.”
“Non c’è problema.” Andrea sollevò la cornetta del telefono e dettò alla segretaria l’ordinazione.
Fu solo in quel momento che si accorse che la donna non stava affatto fissando la tazza di caffè, ma bensì il giornale lasciato sulla scrivania, il cui titolo campeggiava prorompente: “Studio neozelandese rivela: le donne sessualmente soddisfatte ottengono risultati lavorativi migliori”.
“Cos’è, stamattina ti chiedevi come abbia fatto a fare carriera?” gli chiese.
Merda.
“Ma certo che no”, rispose Andrea, prendendo il giornale e lo piegandolo in otto parti “di sicuro tu non hai potuto utilizzare certi espedienti per arrivare dove sei ora.”
“Cosa intendi, scusa?”
“Con questo non voglio dire che tu non abbia una vita sessuale appagante.” Andrea buttò il giornale martoriato nella spazzatura. “E comunque io neanche ci credo a quello che dicono queste riviste, pensa un po’…!”
Il provvidenziale arrivo della sua segretaria gli permise di tirare il fiato. Era accaldata e il leggero tic all’occhio destro, che aumentava in momenti di stress, aveva assunto una tale potenza da farle piegare la testa di lato, segno che era stata un’ordinazione particolarmente impegnativa. Ma dall’espressione soddisfatta – almeno stando a quel che si poteva notare a causa del tic – era riuscita a scovare lo zucchero della Malesia, di cui lui in tutta onestà non aveva mai sentito parlare. Doveva proprio darle un aumento.
Annarita prese il ginseng e lo assaggiò. La sua faccia, se possibile, divenne ancora più storta.
“Signorina, non va affatto bene.”
La testa della segretaria si piegò definitivamente di lato.
“Questo ginseng è stato girato in senso antiorario, e non orario come le avevo chiesto. Sento i grumi che ha formato lo zucchero! Cos’è, non è in grado neanche di eseguire un compito così semplice?”
Andrea fece per parlare. Non avrebbe di certo permesso che quella donna venisse a dettar legge in casa sua, con i suoi dipendenti. Doveva dimostrarsi forte e chiaro nelle sue posizioni, non importava quanto Annarita potesse essere influente.
“Lo so, lo so, la mia segretaria è un po’ svampita” disse con tono conciliante, “non è colpa sua, poverina. Dovrei licenziarla ma mi ci sono affezionato, ha famiglia e di certo non posso lasciarla in mezzo a una strada.”
Annarita lo guardò, stupita. “Ti fa onore, Andrea. Davvero!” Poi, rivolgendosi alla segretaria: “Comunque il fatto che quest’uomo la protegga non la dispensa dal far bene il suo lavoro, sono stata chiara? Ora può anche andare.”
Andrea osservò la povera donna uscire, sempre con la testa irrimediabilmente piegata di lato. Si chiese se avrebbe più ripreso la sua posizione normale. Oltre all’aumento, si ripromise, dovrò pagarle pure il fisioterapista. Non si dica che non mi occupo della salute dei miei dipendenti!
Annarita continuò a sorseggiare il suo ginseng e questo gli permise di notare un surplus di salivazione che si accumulava agli angoli della bocca. La donna si passò la lingua sulle labbra, rendendole ancora più viscide. Non riusciva a distogliere lo sguardo, affascinato, quando si accorse che anche lei lo stava guardando, perplessa. A scanso di equivoci, Andrea indicò la foto che lo ritraeva con moglie e figli: “Andiamo in vacanza insieme tutte le estati, la famiglia è uno dei valori più solidi della mia vita.”
Tiè, prendi e porta a casa, pensò. Una frase da marketing vincente, quella foto l’ho usata pure per una campagna pubblicitaria.
Annarita lo fissò con un sorriso storto e Andrea sentì con tutte le cellule del suo corpo che qualcosa non andava. Fu solo in quel momento che si accorse di quanto fosse grande la foto con Fifi Abera. Era circa il doppio rispetto a quella con la sua famiglia, ma d’altronde aveva dovuto ingrandirla così tanto perché l’autografo fosse ben visibile. Autografo fatto su uno dei prosperosi seni della ragazza, ora che ci faceva caso.
“E questa invece è una straordinaria danzatrice” disse d’un tratto, travolto dalla necessità di fornire una spiegazione. “È una delle ballerine di danza kamoji più famose al mondo.”
“Danza kamoji” ripeté lei lentamente. “Capisco.”
“Davvero, è tra le professioniste più gettonate. Io sono un appassionato di questo tipo di danza da quando sono piccolo.”
“Addirittura?” chiese Annarita, “Sin da quando eri piccolo?”
“Beh, sì. Sono sempre stato un bimbo precoce.” Andrea si schiarì la gola. “Sono interessato da sempre ai riti tribali, hanno un forte aspetto sociologico… anche se so che può apparire uno strano hobby.”
“Oh, non me ne parlare!” esclamò lei, sporgendosi in avanti. “Sapessi come mi guardano quando confido che il mio passatempo preferito è catalogare gli scontrini fiscali! Ho trovato ben sei modi diversi di catalogazione, a seconda delle esigenze finanziarie. È così soddisfacente! Ma la gente non lo capisce” aggiunse, mesta.
Andrea rimase per un istante in silenzio. “Già. Già, lo immagino.” aggiunse, ricomponendosi, “No, invece i miei interessi spaziano molto. Mi piace conoscere il comportamento dell’uomo, sia nella sua profondità che nel suo rapportarsi agli altri.”
“Ma che cosa interessante” fece lei, scorrendo la libreria con gli occhi. “Sì, noto in effetti che hai una vasta collezione di saggi psicologici. E li hai letti davvero tutti?”
“Ovviamente.” Andrea fece spallucce, con nonchalance. “D’altronde, sai, quando si ha una passione…”
“Certo.” Annarita prese ad attorcigliarsi una ciocca di capelli attorno a un dito. “Certo.”
“Beh, direi che a questo punto possiamo iniziare a parlare di cose serie, che ne dici?” Andrea si batté le mani energicamente. “Ho anche preparato un piccolo prospetto informale con i miei consulenti commerciali.”
Si alzò e si diresse verso una piccola cassettiera laccata, in cui aveva riposto sotto chiave le cartelle più importanti o private. Annarita annuì, seguendolo con lo sguardo. Lui fece scattare la serratura con gesto morbido e guardò dentro. In bella mostra, uno dei giornali sequestrati a suo figlio tre giorni prima, mostrava una succinta infermiera intenta a leccare una siringa.
All’anima dell’esperto di nascondigli, pensò.
Sentì Annarita trattenere il respiro.
“Sai, sono di mio figlio!” farfugliò Andrea. “Nella fretta forse… avendo solo dieci anni glieli ho sequestrati…”
“Dieci anni?”
Oddio, pensò Andrea, mio figlio è un piccolo maniaco sessuale.
Chiuse di scatto il cassetto e, senza darsi la pena di dare ulteriori spiegazioni, si voltò verso la libreria, quando per la prima volta mise a fuoco quel che aveva davanti: nell’abbagliante luce della prima mattina, riflessa dalla vernice bianca dei mobili, il razzo del figlio più piccolo spiccava come un enorme pene rossastro.
Il bimbo avrebbe voluto colorarlo di bianco e rosso, gli aveva detto, ma il bullo dell’asilo gli aveva rubato i colori, e quindi si era adattato a una sorta di rosso brunastro. Sugli alettoni alla base, però, il pennarello doveva aver dato cenni di cedimento, in quanto erano via via più chiari, dando vita a ciò che somigliava in maniera esasperante a un reticolo di piccole vene.
“Andrea? Tutto bene?”
Annarita alternava lo sguardo tra Andrea e il pene-razzo. “Oggetto particolare.”
“È un…. un regalo… dell’altro mio figlio… sai, l’ha fatto all’asilo…”
“All’asilo?”
Oddio, pure quello più piccolo è un maniaco sessuale.
Andrea fece per sedersi, ma la stanza aveva cominciato a trasformarsi sotto i suoi occhi: l’enorme quadro contemporaneo sulla parete di fronte alla sua scrivania, costituito da una tela bianca con un unico taglio nero in mezzo, sembrava la stilizzazione di una vagina; i piccoli vasi comprati recentemente a un’asta di beneficienza, svasati sulla base e appuntiti all’estremità, riprendevano le forme dei seni femminili. Persino la donna che aveva davanti gli sembrava in lingerie.
No. Un momento.
“Credi che non abbia capito dove voleva mirare il tuo invito qui, Andrea?” Annarita, effettivamente in mutande e reggiseno, si sedette a gambe accavallate sulla scrivania. Per qualche lunghissimo istante, Andrea non riuscì a distogliere gli occhi dalle vene varicose dei suoi polpacci.
“Lo avevo sospettato, ma ho accettato lo stesso. Devo dire che sei stato bravo, nessuno aveva mai usato tutti questi espedienti per sedurmi. Sono stupita.”
Andrea boccheggiò. Tutti quei segni, ora li vedeva chiaramente: forse aveva sempre avuto una qualche fissazione per il sesso e l’aveva passata ai bambini, che si sa, in quell’età sono molto recettivi. Forse tutta la sua famiglia era così! Ma possibile che sua moglie Clara, con tutti i suoi studi di psicologia, non si fosse mai accorta di niente?
“Ascolta, Annarita.” Andrea deglutì più volte. “So che tutto questo può apparire fraintendibile, ma…”
“Oh, no, non ho frainteso proprio niente. Ti ho capito benissimo.” Lo afferrò per la cravatta e lo attrasse a sé, il pelo lungo del mento che gli solleticava la faccia. “Allora, vogliamo provare un po’ quella famosa danza kamoji? Oppure preferisci i giochi di ruolo? Edipo, magari?”
“Edipo?”
In quel momento, Andrea capì. Girò il viso quel tanto che poteva verso la libreria e, per la prima volta, li vide. O meglio, li lesse:

Sigmund Freud: Tre saggi sulla sessualità
Sigmund Freud: Scritti sulla sessualità femminile
Antonio Vita: Il concetto di libido in Carl Gustav Jung

E tanti, tanti altri, i cui titoli si sovrapponevano davanti ai suoi occhi. Tutti quei saggi che ad Annarita aveva detto di aver letto interamente e che da mesi campeggiavano alle sue spalle.
“Vieni qui, non essere timido! Fammi vedere qualche passo di danza, bambino precoce…!”
Andrea non resse oltre. Il buio lo travolse, assieme allo spigolo della scrivania in vetro fumé.

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