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Accirere è ‘na strunzata

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Aspetto. Sono le sei del mattino. Fa freddo. La brina scolorisce l’asfalto. In piedi da sei ore su una cassetta di frutta sorveglio 200 cilindretti di eroina. Davanti agli occhi niente. Solo una feritoia dalla quale, col fiato sospeso, spio l’arrivo dei clienti o degli sbirri.

Aspetto. Sono le sei del mattino. Fa freddo. La brina scolorisce l’asfalto. In piedi da sei ore su una cassetta di frutta sorveglio 200 cilindretti di eroina. Davanti agli occhi niente. Solo una feritoia dalla quale, col fiato sospeso, spio l’arrivo dei clienti o degli sbirri.
Aspetto e intanto penso a lei. L’ho osservata in questi giorni, tutte le mattine prima di tornare a casa, anche se mi avevano detto di non farlo. Non la conosco. Mi hanno detto che è meglio così. Non so nemmeno che ha fatto per meritare di essere scelta, proprio lei, tra infinite possibilità. Forse niente. Comunque non deve interessarmi, mi hanno detto. È solo una prova. L’ultima. Un colpo secco, uno solo se ben mirato e dopo tutto sarà finito, dopo finalmente sarò un uomo.
Aspetto. Da qualche parte, dall’altro lato di piazza Sant’Arcangelo a Baiano, sotto l’asse di una luna sbiadita e che non posso vedere, una madre sta sfornando un ciambellone per qualche figlio che deve andare a scuola, a imparare cose diverse da quelle che conosco io. L’odore attraversa la cucina, Via Sant’Arcangelo, poi il mare, rimbalza sul Vesuvio e ritorna a me, caldo, mentre il ghiaccio di febbraio irrigidisce il fango.
Fa freddo. Aspetto Francuccio che in motorino verrà a portarmi il cambio e i cornetti caldi della colazione. Ma ancora tocca a me, di starmene qui impalato, il mio turno non è ancora finito.
Aspetto. Ma non come gli altri fratelli di sangue. Il mio onore è in disparte, angolo d’ombra guadagnato per rimettermi a un servizio, per consistere in qualcosa. Una famiglia. Ma quando sarà la mia ora, imparerò il dono della resa alla legge di gravità con la famiglia a reggere a spalla il mio peso irrigidito, ma non peserò sulla schiena di nessuno che sia veramente mio.
Da qualche altra parte, nemmeno così lontana, febbraio porta il carnevale, e i ragazzi lanciano manciate di farina colorata sulle strade. Ma là dove sono io, invece, la farina la squaglieranno in cucchiaini da caffè, per provare a imbrogliarla la legge di gravità.

“Unisciti a noi”. È così che a 13 anni è iniziato il mio apprendistato, dopo mesi di botte, da parte di Francuccio e la sua banda. Poi quel giorno mi fu offerto di passare dall’altra parte. Esitai, perché credevo che fosse un imbroglio, l’ennesima presa per il culo, il preludio di un attacco peggiore del solito: “Sto chiacchiello s’è creduto o’ vero d’esse degno de trasì int’a’ banda” avrebbero detto ridendo dei calci sferrati in cerchio.
Invece una voce grossa mi ha teso la mano: “Si Angelo, viè co’ noi, e tutti te porterann’ rispiett’ – mi disse il padre di Francuccio – mio figlio dice ca sì’ nu guaglione sveglio”.
Francuccio gli aveva detto che potevo avere talento, che non avevo mai pianto, nè supplicato e che avevo tenuto sempre la bocca chiusa. E poi aveva ripetuto: “Viè co’ noi e tutti te porterann’ rispiett’.” Non sarei più stato solo, non avrei più dovuto sopportare la vergogna.
“Non piglierai cchiù mazzate” aveva aggiunto il padre di Francuccio. Ma nessuno mi stava obbligando: potevo rimanenere nu chiachiell ‘e merda se preferivo, come mio padre.
“Puoi scegliere – mi aveva detto il padre di Francuccio – l’onore, e’ suord, o rispiett o” – e fece una pausa per mettersi a ridere.
“O ‘a puzza! – aveva completato Francuccio – “come a chella che s’è azzeccata addosso a tuo padre”. Mio padre, che aveva preferito spalare merda nella vita, come un topo di fogna, uno spazzino del cazzo.
Quando poi ho alzato gli occhi per guardarli, non erano più i miei. “C’ aggia fare?” chiesi.
“Rubare into o’ supermarket”.
“E il bottino?”
“Portammello. Na parte sarà toje. Nun ave’ paura”. E si tirò fuori una cosa dalla tasca interna della giacca. “Ecco, pigliatella” mi disse il padre di Francuccio. Era una calibro 7.65. Il primo regalo. Era più pesante di me.
Mi mise nelle mani il freddo di febbraio.
“A’ saje usà? – mi chiese il padre di Francuccio. Scossi la testa. – “T’ o’ ‘mpar’ io – mi ha rassicurato mettendomi una mano sulla spalla – Te ‘mparo tutte e’ cose.”.
E ho imparato. A non avere trastulli e a non commettere errori. A 13 anni ho imparato a pestare i miei coetanei a sangue, a 14 a scippare, a 15 a fare la sentinella nelle piazze dello spaccio, a 17 a riscuotere le rate del racket. Ho imparato a stare all’erta, sempre, col fiato in gola, giorno e notte, per turni di sei ore di fila. Ho imparato ad essere rispettato dal clan. Ho imparato ad essere rispettato da tutti.
Quando poi sono tornato a casa quel giorno, ho preso le mie cose, le ho buttate in uno zaino e ho salutato per sempre mio padre, con le stesse parole che aveva usato mia madre anni prima: “Si nu vigliacc’. Nun ne posso cchiù de sta puzz’ e’ merda”.
Lui aveva alzato gli occhi dagli spaghetti e aveva indicato il mio piatto facendo cenno di sedermi, calmo, inerme, come di fronte agli occhi gonfi e al naso sanguinante che quasi tutti i giorni, insieme ai compiti, riportavo a casa da scuola. Non aveva detto niente, nemmeno quella volta, solo la solita e inutile frase fatta del cazzo: “Nun avè paura, prima o poi o fridd ha da passà”.
Stronzate! Perché il freddo invece ti penetra dentro, nelle ossa, e allora tu ti chiudi in un abbraccio, a stringerti più forte, per incollartele le ossa e farle smettere di tremare.
Prima di chiudere il portone, dalla tromba delle scale, mi aveva gridato: “Quann’ tuorn’?”
Io avevo sollevato il mento per guardarlo. Gocce d’acqua stillavano lente dall’infiltrazione sul tetto ammuffito del palazzo e rigavano le guance con solchi profondi, tanto erano pesanti. Il freddo le ha imbrigliate in una ruga d’espressione.
Non gli risposi. Niente fu la mia buona parola. L’ultima di un vocabolario che si era ghiacciato, come la brina sui vetri le mattine di febbraio.
Alla scuola di tiro, nel cortile davanti casa di Francuccio, con la calibro 7.65 sono diventato il migliore, dopo pranzo, quando il resto del mondo fa una pennichella cullato dal suono degli spari, credendoli petardi per la festa del rione.
Pasquale, un nuovo adepto, ha 8 anni. Mi ammira.
“Quanto guadagni?” mi chiede.
“nu cuofano e’ sord”.
“Quanno sarò grande voglio esse comm’ a te”. Non rispondo, lui continua e mi chiede perché vivo lì, da Francuccio. Mi chiede che fine ha fatto mio padre.
“È morto” rispondo “s’ è sparato pe’ nun parlà”. Impugno la mia 7.65 e la scarico sulla sagoma di cartone davanti a me, in piena faccia. Poi la guardo. Fori in successione ai lati della bocca. La luce li attraversa in una ruga di espressione.
Mi chiede se ho già ucciso. “Fatti i cazzi tuoi!” gli rispondo.
“Io ieri aggio fatt a’ primm lezione” mi dice ancora.
Fingo che mi importi: “e comm è iuta?”
“Buon’ – risponde fiero – Avimm’ acciso e’ mazzate a chillu damerino de Via Cimarosa”. Sul più bello però sono dovuti scappare, mi spiega, perché sono arrivati gli sbirri, ma intanto però, a quello stronzetto, gliel’ hanno fatto capire chi è che comanda.
“Bravo” gli dico e gli spettino i ricci sulla fronte.
“Angelè, ma vero è che quanno hai fatt ‘a prova d’o giubbott’ si rrimast’ ferm’?”
“È chella ‘a prova Pasquà. Devi restà calmo e immobile quann’ te sparano.”
“No, no. Ma io ‘ntendevo aropp‘o sparo!” Mi giro a guardarlo, lui continua: gli avevano raccontato che dopo lo sparo io non avevo perso i sensi, anzi, gli avevano detto che non mi ero nemmeno accasciato a terra. “Dicono ca’ nun era mai successo primm,.”
“Chi o’ ddice?”
“Tutti. Tutti o’ ddicono. Non se parla d’altro. Dicono che se’ nu piezz e’ ghiaccio perché a te o fierro nun te squaglia”.
Gli sorrisi. “Ei? – gli dissi – o vuò vedè u livido into ‘o piett?” Annuisce entusiasta e io mi alzo il maglione per mostrargli il segno inconfutabile della mia impresa.
Mi piaceva essere un pezzo di ghiaccio, perché amo il freddo e l’inverno. Mi immagino la neve quando il vento la stacca, ancora pulita, dai rami e la congiunge all’asfalto con il tonfo di un bacio che la sporca per sempre. La immagino la neve, che nasconde l’odore abbrustolito dei colpi di pistola, il frastuono delle grida in una mischia. La immagino che scende a coprire l’odore dei lubrificanti che bagnano i calabri dei ferri spiegati a misurare il valore, metallo lucente nell’arcobaleno dell’olio. La immagino solamente, perché qui, a Napoli, la neve non cade mai.

Ormai sono pronto per l’ultimo esame. Non perché ho compiuto 18 anni sono diventato un uomo. No. Solo ammazzando il mio apprendistato di minore sarà completo, e contro chi sbaglia non è previsto esame di riparazione.

Aspetto. La testa sbollisce lontana. È solo una delle parti del corpo nel freddo di Febbraio, mentre la brina scolorisce l’asfalto sotto i miei piedi, fermi da sei ore su di una cassetta di frutta a sorvegliare 200 cilindretti di coriandoli, farina di carnevale da sciogliere al sole. Ma i deliri del freddo non sono vaghi, sono meticolosi, appuntiti di dettagli. Penso a lei. Che tra poco torna a casa, che non la conosco, che non so che ha fatto ma che non importa, che è solo una prova, l’ultima, che poi sarò un uomo, finalmente.
Arriva Francuccio coi cornetti, a darmi il cambio. Non è ancora finito il mio turno ma lui ha la fretta del racconto, perché è figlio di un capo clan e a lui l’onore dello svezzamento è toccato per primo.
Smonta dal motorino, felice. “L’aggio fatt’ Angelè’”, mi dice passandomi la busta con i cornetti.
“Racconta” gli chiedo “chi era?”
“Peppiniello. Nu guaglione e’ merda. Faciva ‘o spacciatore pe’ noje, ma aveva ‘mparato comm fars ‘e ccazz soje”. Fa una pausa, d’effetto. Riserva all’ultimo il meglio della storia.
“E?” gli chiedo. Non tanto per impazienza, ma per dargli soddisfazione.
“Che t’aggia dicere! Gli aggio scaricat ‘n cuollo na valanga e’ proiettili a chella merda, finché a faccia non gl’ è esplosa ncopp’a o parabrezza! Aggia verè a machina! – ride.
Suo padre era contentissimo mi dice. Me lo immaginavo che andava in giro a un metro da terra.
Io, invece, ho freddo e non riesco a dire niente. Francuccio se ne accorge: “Oh! Angelè, ma stai tremmann’?”
“Febbraio ‘ro cazz’!” spiego “nun aggio sentuto a mammeta e nun m’ o so’ miss o’ golf e’ lana prima e’ venì a faticà”.
“Mammà! Tiene sempre raggione!” commenta, poi esclama “Oh! È l’ora!”. Mi dà il cambio. Tocca a me mi dice, perché è arrivato il momento di farglielo vedere a tutti quanti che non puzzo di merda come mio padre.
Ci battiamo il pugno in segno di fratellanza. Salgo sul motorino per lasciarmi via Sant’Arcangelo alle spalle. Prima di partire Francuccio mi richiama: “Angelè!” mi volto a guardarlo “Vedrai” mi dice “Accirere è na strunzata!”
L’odore di ciambellone è sparito.

Le indicazioni sono chiare: alle 6 e 30 lei ritorna a casa dal lavoro. Devo aspettarla davanti al portone. Il ritardo è il lusso dei perdenti e io sono in anticipo.
Ma lo è anche lei.
È più accovacciata che seduta, sul bordo del marciapiede davanti casa sua. La posizione compressa del dolore. Oscilla avanti e indietro stringendosi le ossa in un abbraccio.
Mi fermo a un metro, non mi accosto ancora ma lei si accorge e mi alza in faccia un volto di donna che abusa l’amore. Non so niente di lei. Non so chi è o come si chiama. Non so che ha fatto. Probabilmente è solo una puttana tra le tante, scelta a caso per non destare clamore. Non so niente di lei, so solo cosa devo fare, e lo faccio:
“Ti serve aiuto?” le chiedo.
Sorride. “Sì” risponde “mi serve uno che mi uccide.”
“Uno che t’ accide. – ripeto – Uno che ti ama fà ‘o stesso?”
“No. Mi serve uno che mi uccide. Un assassino lo trovo, uno che mi ama no”.
“Io sono un assassino – rispondo – tengo una pistola nella tasca. Una calibro 7.65. Se vuoi la tiro fuori e ti sparo”.
Lei abbassa gli occhi, dalla mia faccia alla tasca dei pantaloni per cercare conferma. La trova.
“Che vuoi in cambio?” mi chiede, con l’abitudine di chi ha imparato con la pelle che ogni offerta ha un prezzo preciso.
“Niente” le rispondo “a primma vota è gratis.”
“Sei generoso” risponde incerta, con una perplessità smarrita e impastata di delusione. La aspetta, lo sa, ci è abituata, ma oggi non ho voglia di darle questa soddisfazione.
“Per forza” rispondo “siamo a Napoli, qui c’è più solidarietà!”
E finalmente mi accenna un sorriso ma un attimo dopo scoppia in lacrime. Mi siedo a terra, un metro vicino, faccio un respiro profondo, equivoco di comprensione, rivelatore di paura.
Smette di piangere. Dice “Grazie”.
“Per cosa?” rispondo io.
“Come ti chiami?” chiede lei “ Angelo” dico.
“Imprudente per un assassino!” Esclama.
“Dipende” rispondo io “se t’accido di certo non puoi andarlo a racconta’ a nisciuno”.
Mi fissa, annuisce, poi afferma – Hai freddo! Hai la faccia da freddo. Sei un pezzo di ghiaccio, però profumi di neve!
La guardo. Non rispondo.
“E la mia di faccia com’è? – si azzarda a chiedere.
“Di donna che abusa l’amore.” Dico io.
Lei abbassa gli occhi, a seguire un pensiero che l’ appassisce.
“Perché mi aiuti?” mi chiede, e pretende una risposta. Ma io non rispondo. Non lo so.
Allora continua: “Ma chi sei, sei un uomo? – e questa volta non l’aspetta una risposta, perché un pensiero la ferisce.
Invece io rispondo: “Sono solo un assassino. Hai chiesto un assassino, ed eccomi qui.”
Mi guarda: “Uno che mi ama va bene uguale?” chiede e questa volta sorrido io.
“Fammi vedere la pistola?” dice. E quindi mi cavo di tasca la calibro 7.65 e gliela metto vicino.
La prende tra le mani. “Allora non sei un assassino” afferma. “Cosa fai?” chiede.
Io rispondo: “Sono uno spazzino”.

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