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Il posto giusto

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I lavori di ristrutturazione dell’appartamento che avevo acquistato erano terminati. Entrai in quella casa deserta e odorosa di stucchi e vernici fresche e completamente vuota e ripassavo a mente le posizioni già decise dei vari arredi.

I lavori di ristrutturazione dell’appartamento che avevo acquistato erano terminati. Entrai in quella casa deserta e odorosa di stucchi e vernici fresche e completamente vuota e ripassavo a mente le posizioni già decise dei vari arredi.
Mentre giravo nelle varie stanze valutando soddisfatto i lavori fatti notai in un angolo del pavimento, poggiato per terra, un martello. Gli operai erano andati via il giorno prima e sicuramente lo avevano dimenticato.
Lo presi in mano, soppesandolo. Era un normalissimo martello, asta di legno e testa di metallo massiccio; roba ordinaria, da ferramenta.
Tenendo il martello in mano continuavo il mio ozioso giro per le stanze vuote quando bussarono alla porta.
Nessuno sapeva che fossi lì, c’ero andato giusto di passaggio per verificare se tutto era a posto prima di organizzare il trasloco; ero sorpreso, comunque andai ad aprire la porta. Mi trovai di fronte un omino magro, quasi completamente calvo. “Scusi” disse “sono il proprietario dell’appartamento qui a fianco ed ero anch’io interessato all’acquisto dell’appartamento che ora è suo. Sarei curioso di sapere come l’ha sistemato. Le dispiace se do una occhiata?”. Risposi che no, non era un problema e dandogli il passo lo feci entrare; pensando ad una cosa di pochi minuti, lasciai la porta aperta.
Cominciò a girare per le stanze osservando minuziosamente i dettagli e le rifiniture. Dopo qualche minuto di quell’ispezione, per rompere il silenzio che stava cominciando a stancarmi, gli chiesi come mai avesse desistito dall’acquisto. “Era per una mia zia che voleva venire a vivere vicino a me”, rispose “ma poi, accadde una disgrazia e non se ne fece più nulla”. Gli chiesi cosa era successo, se questo non fosse per lui un problema. “ Mia zia aveva già deciso di trasferirsi e stava liberando l’appartamento che occupava. La mattina del trasloco gli operai venuti per trasportare i mobili trovarono la porta aperta e mia zia morta, uccisa a martellate. Non fu mai trovato il colpevole né chiarito il movente”.
Balbettati un: “è terribile, mi dispiace”.
I suoi occhi si diressero verso la mia mano che stringeva il martello e il mio sguardo seguì il suo.
“Però” disse il tipo “ vedo che anche lei..” “Anche lei che? risposi sorpreso “che cosa vuole dire?. “No niente, niente, è che ora ogni volta che vedo un martello mi allarmo e ripenso alla mia povera zia” “Capisco” dissi, con un tono rassicurante, “ il suo lutto è ancora troppo recente. A causa della sua sensibilità tutto può sembrare pericoloso, che so, anche un mazzo di chiavi..”. “Ma perché lei ha mai saputo di uno morto a causa di un mazzo di chiavi?” rispose. “Ma no, dicevo così per dire, una cosa come un’altra, che so, un mestolo o un.. ma non mi veniva altro in mente. “A questa poi!” esclamò l’omino. “Mai sentito uno ammazzato da un mestolo!” “ Ma scusi” ripresi a dire un po’ imbarazzato “capisco che ha subito un trauma, ma immaginare in ogni cosa un pericolo.. addirittura mortale!” “Eh, lei la fa facile, lo sa quanti incidenti succedono ogni giorno per cause che solo apparentemente – e dico ap-pa-ren-te-men-te – sembrano casuali? La gente non se ne accorge, ma vive tra mille minacce!” Cominciavo a pensare di avere a che fare con uno un po’ fuori di testa e tentai di finirla li. “ Senta mi scusi ma ho da fare ancora parecchie cose, le dispiace? e gli indicai la porta di casa con il martello. “Eh, lo so”, disse mentre si incamminava verso l’uscita, “quando si affrontano certi argomenti si cerca di far finta di nulla, di rimuoverli, come dicono gli psicologi”.
Ora mi stava facendo innervosire. “Ma quale far finta di nulla”, dissi, “è che mi sembra esagerato parlare di minacce e di vedere pericoli ovunque, e poi non scomodiamo la psicologia per favore, qui non sta rimuovendo nulla nessuno”. Io continuavo a tenere il martello in mano che ora nervosamente passavo di mano in mano, come giocandoci un po’.
“Mah, sarà come dice lei,” rispose dubbioso il tipo, “ma a me lei con quel martello in mano non mi convince. Si comincia così con disinvoltura e poi…” stavolta mi incazzai sul serio: “Senta la faccia finita per favore con queste sue ridicole e assurde insinuazioni. Ma di cosa sta parlando? e di che cosa non è convinto, che io possa essere un assassino?” “Ah, questo l’ha detto lei!”, disse, “io non l’ho neanche pensato; certo, a vedere uno che se ne va in giro per casa con un martello.. certe cose vengono in mente.” “Per favore esca e se ne vada!” urlai “altrimenti ..” cominciò a urlare anche lui: “Ecco, ecco vede che ho ragione? Lei mi sta minacciando!” disse mentre indietreggiava tendendo fissi gli occhi sul mio martello.
A quel punto persi la calma e pensai veramente a dargli una martellata sulla quella bella pelata; io sono piuttosto corpulento e non ci misi nulla ad afferrare il piccoletto per il bavero della giacca; mi fermò solo il pensiero delle macchie di sangue sull’intonaco fresco e forse anche della macchia, quella sì indelebile, che ci sarebbe stata per sempre sull’appartamento, teatro di un efferato delitto.
In quel momento si materializzarono nella stanza due poliziotti “E che cazzo!”, pensai “ho solo immaginato di ammazzare questo cretino e già ho l’incubo dell’arresto?!”.
Mi ricordai improvvisamente che avevo lasciato la porta dell’appartamento aperta e, mentre nascondevo istintivamente la mano con il martello dietro la schiena, chiesi ai due della polizia: “cosa cercate?” “È mezz’ora che giriamo per sta camorria di palazzo” disse il più anziano con uno spiccato accento siculo “stiamo cercando il signor Mariani Domenico, che ci risulta residente nell’appartamento a fianco, ma non risponde nessuno; abbiamo visto la porta aperta e siamo entrati. Si trova per caso qui?”.
“Sono io” disse il piccoletto, alzando il braccio. “Lei è in arresto per l’omicidio della signora Mariani Gina, sua zia” dichiarò il poliziotto.
Poi si guardò un po’ intorno come se avesse un sospetto, mi fissò per un attimo e scorse il mio braccio piegato dietro la schiena; chiuse gli occhi a fessura e mi domandò: “E lei chi sarebbe? E che cosa nasconde là dietro?”
Adesso cominciavo veramente a preoccuparmi per la piega che stava prendendo la faccenda e a complicare ancora di più la questione ci si mise pure il piccoletto che disse al poliziotto siciliano: “Sa, lei mi ricorda un po’ Montalbano, quello dei film che fanno alla televisione..” Il poliziotto andò fuori di testa e urlò: “ma quale minchia di Montalbano e Montalbano, faccia poco lo spiritoso! Lei e il suo amico spiegherete tutto in questura, fuori tutti e due!”
Insomma andò a finire che passai tutto il resto del pomeriggio e la sera in questura.

Quando tornai a casa stremato avevo ancora il martello che mi era stato restituito dalla polizia. Mentre lo osservavo pensavo che tutto era nato da questo maledetto martello che chissà come si trovava lì per terra, nel posto sbagliato. Ma forse al posto giusto quel giorno non c’ero stato neanche io, e a pensarci meglio nessuno dei protagonisti di quel folle pomeriggio era al posto giusto:
Io ero nell’appartamento vuoto solo di passaggio e per una voglia improvvisa; il piccoletto poi, stava ficcando il naso dove non avrebbe dovuto per chissà quale psicotica fantasia; i poliziotti erano entrati solo perché non avevano trovato il tizio là dove avrebbe dovuto essere.
Non rimaneva da fare che una ultima cosa per chiudere quella giornata.
Andai nel ripostiglio, presi la cassetta degli attrezzi e ci posai il martello.
L’ordine era stato ripristinato.

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