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La parte più difficile sono i calzini. Sto qui seduto sul cumulo di vestiti già tolti con le scarpe volate due metri più in là e i calzini non vengono via. Sento distintamente i granelli umidi grattare le piante dei piedi mentre l’elastico infeltrito scivola a stento sotto il tallone ruvido.

La parte più difficile sono i calzini. Sto qui seduto sul cumulo di vestiti già tolti con le scarpe volate due metri più in là e i calzini non vengono via. Sento distintamente i granelli umidi grattare le piante dei piedi mentre l’elastico infeltrito scivola a stento sotto il tallone ruvido. La mano sinistra mi tiene in equilibrio precario e quando faccio pressione per rialzarmi il palmo mi brucia anche un po’.

Non mi resta che andare. Il vento mi gela le caviglie e sale fin dentro ai pantaloncini, facendo agitare il tessuto acrilico come una vela in una tempesta. Con i polpastrelli mi strofino nervosamente le braccia e le spalle, segnate dall’ultima dieta come il legno dell’albero maestro di un vecchio galeone. L’estate dopo lo Scudetto, quando Maradona ci fece perdere i Mondiali, mi portasti due o tre volte da un dottore sempre scocciato che mi misurava con il suo metro da sarto giallo, graffiandomi le ascelle. Tu mi mettevi una mano sulla testa e gli promettevi che mi avresti portato in piscina.

Non mi resta che andare. Ricordo ancora la spinta delle tue mani lunghe e affusolate, la pressione sulla schiena e poi sul fondoschiena e subito dopo il gelo. Qualche volta mi buttavi dentro anche coi piedi, poi mi guardavi dalla riva con le mani sui fianchi e non sapevi mai se richiamarmi o lasciarmi fare. Nel dubbio, ti tuffavi e mi trascinavi a riva per le mani simulando con le labbra il rombo di un motoscafo.

Non mi resta che andare. Ormai sono dentro fin quasi alle ginocchia. I pescetti hanno già iniziato a mordicchiarmi le dita dei piedi, come tutte le volte. Inizio a camminare per disperderli in una nube di sabbia, ma loro sanno che a novembre non si fa il bagno, cercano soltanto di fare il mio bene. Mi lascio cadere sul petto dei piccoli rivoli d’acqua, come mi dicevi sempre tu. “Così quando ti butti senti meno freddo”, dicevi. Non era vero per niente, non è mai stato vero. L’acqua continua a scivolare sulla pancia e dondolare tutta insieme all’altezza dei fianchi.

Non mi resta che andare. Succede sempre all’improvviso. Sto lì a pensare se ne uscirò vivo mentre mi inumidisco il collo e la nuca e un attimo dopo mi lancio in avanti, con la fronte corrugata e gli occhi chiusi. In un attimo sono completamente avvolto dal mare. Comincio a toccare il fondale, agitare istericamente le mani e le braccia per andare più in basso, per roteare su me stesso. Reagisco all’attrito dell’acqua con energici movimenti dei piedi, vincendo ostinatamente il brivido che percorre avanti e indietro la schiena. Non vedo niente, non sento niente. Per quei trenta secondi sono come scomparso dalla faccia della Terra, tornato al tempo in cui tutti i miei amici si chiamavano Diego e i tuoi vasi erano pieni di margherite. Quando riemergo porto sempre le mani agli occhi. Strofino forte e tiro indietro i ricci neri che mi hai donato senza neanche volerlo. Mi afferro le guance, ruvide della barba di una settimana, e le stringo tra pollice e indice per ricordarmi che è tutto a posto. Mi volto verso la spiaggia. C’è soltanto un mucchio di panni e due scarpe un po’ più in là. Come sempre. Mi rivesto senza neanche asciugarmi. La camicia e i pantaloni si appiccicano ovunque e sembrano due taglie più stretti. Ho imparato a nuotare ma non a farmi il bucato. La parte più difficile sono i calzini.

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