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Synchronettes

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“Ha la scoliosi, si può risolvere solo facendole fare un bel po’ di nuoto. Almeno quattro volte la settimana. Così magari dimagrisce un po’” erano bastate queste poche parole del dottore per firmare la mia condanna a morte. Mia madre mi guardava con la sua faccia di compatimento come a dire “ha solo tredici anni e già ha più problemi di sua nonna”.

“Ha la scoliosi, si può risolvere solo facendole fare un bel po’ di nuoto. Almeno quattro volte la settimana. Così magari dimagrisce un po’”
erano bastate queste poche parole del dottore per firmare la mia condanna a morte. Mia madre mi guardava con la sua faccia di compatimento come a dire “ha solo tredici anni e già ha più problemi di sua nonna”.
Non che non fosse vero. Ero sovrappeso e ogni volta che andavamo dal dottore era la stessa sinfonia. Poi erano iniziati i mal di schiena: mi avevano portata a fare le lastre e questo era il verdetto.
“Io non voglio andare in piscina” dissi uscendo dallo studio medico “e invece ci andrai e zitta! Devi dimagrire e poi hai la scoliosi: sei in piena crescita, vuoi venire su storta?”
Il giorno dopo mia madre mi portò alla piscina per informarsi sui corsi. “deve allenarsi almeno quattro volte alla settimana” disse alla signora della segreteria che le spiegò che per il nuoto agonistico non era possibile iscriversi prima di settembre e, siccome era marzo, ci sarebbe stato da aspettare. Ma la signora le disse pure che c’era un corso di nuoto sincronizzato con delle ragazze della mia età in cui mi avrebbe potuta inserire: erano cinque e avevano bisogno della sesta per la coreografia di fine anno.
Avevo fatto nuoto da bambina, a sei anni, sapevo tenermi a galla, ma non sapevo nulla del nuoto sincronizzato. Nonostante le mie proteste, mi ritrovai iscritta quella sera stessa.
Li iniziò la tragedia.
A scuola mi chiamavano tutti Palletta, perché ero cicciona, dicevano.
Potete quindi immaginare l’imbarazzo di doversi mettere in costume da bagno davanti ad una piscina gremita di miei coetanei. Con quel costume nero lucido sembravo una foca. Una grassa foca unta.
Mia madre mi lasciò con l’istruttrice, tale Tania che sorrideva in continuazione. Arrivai alla zona dove si faceva il riscaldamento e mi presentò alle mie nuove compagne di corso “lei è Gaia, la vostra nuova compagna” tutte si voltarono a guardarmi incuriosite e anche un po’ stupite.
Erano bellissime. Avevano dei corpi magri ed atletici praticamente perfetti, le gambe lunghe e flessuose. L’istruttrice mi mise in coppia con una ragazza di nome Flavia che non sembrava per niente contenta di dovermi mostrare gli esercizi. Le altre quattro erano Cinzia, Lara, Simona e Alba.
“Bene ragazze, mostratele gli esercizi, io vi aspetto in vasca tra mezz’ora”
Lara mi strinse la mano con ripugnanza, cosi fecero le altre. “quanti anni hai?” mi chiese Flavia “tredici” “maddai, sei cosi bassa che sembra che tu ne abbia otto” e risero. “iniziamo” disse Lara “dieci serie da venti di addominali” tutte, come se fossero un corpo solo, si stesero sui tappetini. Lara iniziò a contare mentre le altre contraevano l’addome e buttavano fuori l’aria. Io cercai di fare altrettanto, con il risultato di sembrare una foca con le convulsioni.
Non riuscii a fare tutto l’esercizio ovviamente. “ora vediamo quanto sei sciolta” mi disse Lara, che sembrava essere il capo “che vuol dire?” balbettai “fai una spaccata” una spaccata? “non la so fare” “non è difficile, basta aprire le gambe…” e risero di nuovo. Io non capivo.
Lara si stese con la schiena in terra mentre Alba si metteva cavalcioni sulla sua gamba sinistra e le spingeva, senza sforzo, la destra sin dietro l’orecchio “vedi cosa vuol dire? Flavia, tirala un po’, vediamo dove arriva” Flavia con riluttanza si mise cavalcioni sulla mia gamba sinistra ed afferrò la destra con le due mani “che schifo!” “cosa?” chiesero le altre in coro “ha i peli!” “oddio!” gridarono disgustate e poi si misero a ridere “ma non te li fai i peli sulle gambe? Ma che schifo è? Non ci vai dall’estetista?”
estetista? Peli? Nessuno si era mai posto il problema, meno che mai io. “io non la tiro questa…” disse Flavia lasciandomi la gamba “lo devi fare Flà, altrimenti Tania si arrabbierà…” “si ma dovrebbero fare una selezione prima di prendere tutti in squadra…” si mise a spingermi giù la gamba e sentii uno strappo all’inguine. Gridai di dolore. “ma non sei scesa neanche di novanta gradi con quella gamba! Ora non venirci a dire che ti sei strappata!” si giustificò Flavia. Volevo piangere ma non dissi niente. Le chiesi di continuare con l’altra gamba. Faceva un male cane. “Vuoi che ti tiri io?” le chiesi dissimulando il dolore “lascia perdere, se sali sopra a Flavia la rompi!” disse Lara suscitando le risa di tutte le altre. Quando finalmente fu l’ora di entrare in acqua mi sentii ancora più persa. Loro avevano tutte delle ciabattine carine, chi con dei fiori e chi con degli animaletti. Avevano le cuffiette impermeabili tutte uguali, fucsia, in silicone. Erano difficili da mettere ma aderivano benissimo alla testa, come dei cappellini. Io invece avevo le ciabatte infradito di mia madre dell’estate scorsa con su scritto “defonseca” ed un’orribile cuffia molle bianca e rossa che mi faceva sembrare una vecchia sotto la doccia.
Le mie gambe erano tozze e corte: le cosce si toccavano, anzi, strusciavano. Quelle ragazze longilinee invece avevano delle gambe lunghissime. Non appena furono in acqua iniziarono a tirarle fuori, a fare piroette, ad immergerle e poi slanciarle, come se vivessero di vita propria. Ero affascinata da quello spettacolo.
“iniziamo con trenta vasche stile per riscaldarci” disse Tania sorridendo. Le ragazze sorrisero di rimando. Avevano i sorrisi più finti che avessi mai visto.
Iniziò il mio calvario a stile libero. Inutile dire che in poche bracciate mi avevano già doppiata. Davanti a me c’era Simona, che faceva moltissimi schizzi, muovendo tanta acqua con le gambe, che mi entrava in bocca ogni volta che cercavo di respirare tra una bracciata e l’altra “Gaia, tesoro” mi chiamò l’istruttrice “non devi girare tutto il corpo quando dai la bracciata, devi stare composta”.
Feci dieci vasche nel tempo in cui loro ne fecero trenta. Avevo un fiatone che mi sembrava di aver corso la corsa campestre, tre volte. Ma non era ancora finita.
L’esercizio successivo fu delfino e non lo avevo mai fatto. Mi spiegarono come muovermi, Lara mi fece vedere come dare le bracciate e lasciar scorrere le gambe come se fossero una coda. Si muoveva come una sirena, le sue braccia e le sue spalle forti uscivano completamente dall’acqua. “provaci tu” mi disse Tania. Mi buttai in avanti, tirai fuori le braccia tentando poi di riportami sotto. Finii con il sedere in aria, tanti schizzi e un fallimentare colpo di reni per muovere le gambe. Quando riemersi le ragazze ridevano. Mi si era anche sfilata la cuffia, la mia obrida cuffia rossa e bianca “quello non era delfino, era stile balenottera!” disse Alba sghignazzando insieme alle altre. Sembravano le oche giulive.
Io ero lì, con il mio costume nero, i capelli appiccicati alla faccia, le braccia grassottelle ai lati che non erano state capaci di sollevare il mio busto oltre il pelo dell’acqua e quella ridicola cuffietta che galleggiava come una medusa morta davanti a me.
“rimettiti la cuffia cara! Guarda come fanno le altre e la prossima volta riprova. Intanto fai rana. Quella la sai fare no?” mi disse l’istruttrice sorridendo. Stavo per piangere.
Ancora più inutile dire che quando mi fu chiesto di tirare su la gamba destra e di muovere ritmicamente le braccia lungo i fianchi per tenermi a galla rischiai di affogare “per tirare su quei due prosciutti pelosi che ha ce ne vuole di forza nelle braccia!” continuavano a starnazzare le oche giulive.
Eravamo all’acqua alta, dove non si tocca. Non mi piaceva dover rimanere lì e fare tutti quegli sforzi per stare a galla. Le altre sembravano non fare la minima fatica: tiravano fuori quelle loro gambe flessuose e le rimettevano in acqua come se non avessero peso.
Dopo un’ora e mezza di agonia Tania ci disse sorridendo che potevamo andare. Aspettai che le altre uscissero: si tolsero la cuffia, si bagnarono i capelli che erano rimasti perfettamente arrotolati e poi uscirono spingendo sulle loro braccia come se fossero delle sirene che si sporgono dallo scoglio. Per evitare un’altra figuraccia mi diressi verso la scaletta. Appena fui fuori mi si avvicinò l’istruttrice, tutta sorridente “il nuoto sincronizzato è uno sport faticoso e difficile: non abbatterti, all’inizio è complicato per tutte”. La ringraziai mentalmente per quelle parole, ma non dissi nulla. Cercavo ancora di non scoppiare in lacrime e volevo solo correre verso l’accappatoio per non rimanere in piedi, con i capelli appiccicati al collo e in costume davanti a tutti.
Nello spogliatoio non mi rivolsero la parola. Le docce, come temevo, erano aperte vale a dire sei docce senza paraventi di alcun tipo. Appena entrarono si tolsero il costume immediatamente, abituate com’erano a quei gesti che compivano ogni giorno. Si infilarono sotto l’acqua mentre ammiravo, imbambolata, i loro corpi glabri, muscolosi, perfetti. Tutte avevano un po’ di seno, la pancia piatta e delle gambe da urlo. Me ne rimasi lì, nel mio costume nero come un’ebete senza sapere cosa fare “la nostra amica tricheco non si lava nemmeno” disse sottovoce ma non abbastanza Flavia “forse oltre ai peli neanche si lava” continuò Federica “o forse per lavare tutto quel pelo deve andare alla toeletta per cani” e ridevano.
Iniziai a lavarmi umiliata, senza speranze. Fu un miracolo che non scoppiai in lacrime. Era stato peggio di quanto credessi.
Non mi tolsi il costume: ci passai velocemente il bagno schiuma sopra. Volevo andarmene il prima possibile.
Uscii prima delle altre. Le sentii ridere: stavano dicendo qualcosa su di me.
Mi salì una rabbia incontrollabile.
Me ne stavo in piedi, gocciolante nel mio accappatoio verde pistacchio, i flaconi dello shampoo e del bagnoschiuma in mano, le ciabatte defonseca di mia madre ai piedi.
Andai a riporle nella borsa e notai il gigantesco flacone di bagnoschiuma badedas al pino silvestre di mio padre: doveva averlo messo lì pensando che mi sarei scordata il mio o forse lo aveva dimenticato dall’estate precedente, quando eravamo stati in piscina con mio fratello.
Fortuna che avevo portato quello alla fragola, altrimenti avrei dato un altro pretesto a quelle cinque per prendermi in giro.
Fu allora che, al limite della vergogna, in quel fallimentare primo giorno da synchronette, ebbi un’illuminazione.
Identificai le loro borse, tutte blu con una bella scritta bianca “nuoto sincronizzato” e il logo della piscina sopra. Erano una accanto all’altra, all’angolo, neanche a farlo apposta. Le aprii velocemente una per una. Vi versai l’intero flacone formato famiglia di bagnoschiuma. Ogni tanto mi giravo per vedere se fossero ancora sotto la doccia: le sentivo ridere e parlare sotto l’acqua scrosciante.
Mi concentrai in particolare sui loro fon, che riempii quanto più possibile con il liquido vischioso. Volevo che morissero fulminate, sul colpo. Volevo vederle stecchite, con i capelli carbonizzati in testa, come nei cartoni animati.
Richiusi le borse senza essere notata dalle altre quattro signore che erano nello spogliatoio e che erano assorbite nel discutere se la pasta con i broccoletti fosse meglio con o senza pancetta. Mi diressi verso il mio zaino, presi i miei vestiti e mi preparai per sviare i sospetti.
Andai in bagno per cambiarmi e per evitare che facessero altri commenti sul mio corpo. Gettai nel cestino il flacone vuoto e lo nascosi accuratamente sotto una coltre di carta igienica perché non venisse scoperto.
Inevitabilmente vidi la mia immagine riflessa nello specchio. Sentii un brivido: da allora in poi mi avrebbero conosciuta come Palletta la vendicatrice o Palletta la terribile? Già vedevo i titoli dei giornali: tredicenne uccide con il bagnoschiuma al pino silvestre le sue compagne di squadra, strage nella piscina.
Uscii dal bagno già vestita, pregustando la scena. Due di loro, avvolte negli accappatoi, avevano aperto le borse e stavano rovistando tra i vestiti ed i fon per capire da dove provenisse il liquido appiccicaticcio all’aria di montagna di cui avevo cosparso tutto il contenuto dei loro zaini. Le altre non tardarono a scoprire con orrore che anche i loro vestiti puliti ne erano pieni.
Iniziarono a gridare: “che schifo, ma da dove viene questa roba?” “ma che cos’è?” “anche nella tua borsa c’è questa cosa viscida?” tirarono fuori gli indumenti ad uno ad uno. Alba corse al bagno a prendere la carta igienica per tamponare l’onda anomala di badedas sul suo reggiseno ma la carta igienica era finita. Era servita a mummificare il flacone, immolato per la gloria eterna, cui avevo dato degna sepoltura nel cestino della spazzatura pochi minuti prima.
Flavia aveva tirato fuori tutti i suoi vestiti e stava cercando di capire come affrontare il problema, Simona si era andata a sciacquare le mani, impestate di pino silvestre, Cinzia aveva in mano il fon, da cui era colato il bagnoschiuma in terra.
Lara si voltò verso di me, che mi asciugavo i capelli con aria innocente.
“sei stata tu?” “a fare cosa?” chiesi “a fare questo!” mi disse con aria sdegnata indicando la sua borsa. “non so di cosa tu stia parlando” le risposi con aria ingenua “hai messo tu il bagnoschiuma nelle nostre borse?” “ma no!” esclamai. Non l’avevo convinta “fammi vedere la tua borsa!” “e perché dovrei?” le chiesi “perché se noi abbiamo tutte il bagnoschiuma dentro la borsa: se tu non ce l’hai vuol dire che la colpa è la tua” “o di una delle signore di là, magari” aggiunsi ironicamente “fammi vedere la tua borsa!” ordinò con aria imperiosa “no!” ribattei.
Spensi il fon e mi diressi verso il mio zaino “i tuoi vestiti non si sono sporcati, sapresti dire perché?” mi chiese Lara alzando la voce “certo, perché mi sono cambiata in bagno!” esclamai “e il tuo fon non ha subito danni, come lo spieghi?” “lo avevo già attaccato alla presa prima di andare a cambiarmi” continuai.
Lara mi voltò le spalle e tornò alla sua borsa, prese il cellulare e chiamò sua madre, che stava venendo a prenderla, per chiederle vestiti di ricambio. Le altre la imitarono.
“dall’odore sembra un bagnoschiuma da uomo” disse Simona. Flavia annusò la borsa e guardò con aria incredula Cinzia “i ragazzi della pallanuoto!” esclamò. Si guardarono preoccupatissime. Ci fu un attimo di silenzio “Non possono essere entrati nello spogliatoio delle femmine!” gridò Alba stringendosi nell’accappatoio “perché se lo avessero fatto potrebbero averci viste… nude!” disse Cinzia guardandosi attorno come se ci fosse una telecamera nascosta. Erano tutte visibilmente imbarazzate.
Mormorarono qualcosa tra di loro e poi Lara uscì con il suo accappatoio rosa ed un’aria determinata.
Simona attaccò il fon alla presa. Il cuore mi batteva all’impazzata: stavo per mietere la mia prima vittima.
Dopo alcuni secondi, fece un rumore strano e poi si spense, ma non fulminò all’istante l’oca giuliva.
Continuavo a spazzolarmi sotto al getto di aria calda mentre le altre provavano a turno i loro asciuga capelli che non davano segni di vita o rantolavano brevemente prima di spirare in una nuvola di fumo.
Il mio disappunto si trasformò presto in terrore. Se non morivano si sarebbero vendicate di certo. Mi avrebbero affogata alla prima disattenzione di Tania. Mi avrebbero impiccata nello spogliatoio con i fili dei loro fon rotti. Mi avrebbero soffocata con una delle loro cuffiette fucsia in silicone.
Mi guardarono di nuovo e poi sussurrarono tra di loro. Io le osservavo, non sapendo cosa aspettarmi.
Alba tornò accompagnata da Tania. Le mostrarono le borse piene di bagnoschiuma al pino silvestre, i loro vestiti rovinati, i loro fon che non funzionavano più.
L’istruttrice aveva finalmente smesso di sorridere. Dissero qualcosa e poi mi indicarono. Io arrotolai il filo del mio asciuga capelli e lo riposi in una tasca esterna della borsa.
Tania mi venne incontro “Gaia, sei stata tu a fare questo?” “no” le dissi con disinvoltura. Sbirciò nella mia borsa: evidentemente non mi credeva “puoi farmi vedere il tuo bagnoschiuma e il tuo shampoo per favore?” frugai nella sacca “eccoli” le mostrai il mio bagnoschiuma alla fragola, il mio shampoo e la mia spazzola “guardale nella borsa, Tania” suggerì Cinzia “sì, se nella sua non c’è bagnoschiuma è stata sicuramente lei” “calme ragazze” disse l’istruttrice “Gaia, posso guardare nella tua borsa?” “fai pure” le dissi. Guardavo le altre cinque con aria di sfida. Tania si impiastricciò le dita con il viscido bagnoschiuma al pino silvestre. Ovviamente lo avevo versato anche nel mio zaino per sviare i sospetti.
Le synchronettes si guardarono incredule e spaventate. Io avevo trionfato “hai visto se qualcuno è entrato qui?” mi chiese la nostra insegnante “ero in bagno a cambiarmi mentre le altre facevano la doccia” le dissi ingenuamente “infatti i miei vestiti ed il mio fon si sono salvati…” Tania sorrise “quello che è successo è molto grave, un ragazzo deve essere entrato in questo spogliatoio… questo è evidentemente un bagnoschiuma da uomo!” concluse Tania.
Anche le altre signore si erano voltate a guardarci, interrompendo sul più bello la ricetta della faraona. Gli venne chiesto se avessero visto qualcosa di sospetto ma loro si stavano asciugando i capelli dietro l’angolo, non avrebbero comunque potuto notare se un estraneo si fosse intrufolato. Ci fu un silenzio pesante. Le altre si guardavano piene di imbarazzo ed impotenza.
La cosa più frustrante doveva essere non sapere se erano state colte completamente nude da uno o più dei pallanuotisti quindicenni che si allenavano due corsie dopo di noi “allora io vado, mia madre mi sta aspettando sotto…” dissi a Tania. Mi fece cenno di sì. Mentre stavo per chiudere la porta dello spogliatoio dietro di me, sentii che Simona era scoppiata in lacrime: aveva paura che i ragazzi della pallanuoto l’avessero vista farsi la doccia.
Sapevo bene che non sarebbe finita lì, che avrebbero accusato qualche innocente pallanuotista. Ma avevo consumato la mia vendetta e questo era l’importante.
E se mi avessero scoperta? Speravo che il fatto mi avrebbe causato un’espulsione immediata dalla squadra ma pensavo che la determinazione di mia madre a raddrizzare la mia schiena non avrebbe permesso che questo avvenisse. Quindi, se fosse venuta a galla la verità, sarei morta di sicuro, uccisa in qualche spietato modo dalle mie compagne di squadra. Mi vennero i brividi.
Ma come avrebbero fatto a scoprirmi? Il mio era stato un delitto perfetto.”

“E poi? Ti hanno scoperta zia?” “no, non mi hanno mai scoperta. Le ho detestate per tutto il tempo. Il giorno in cui mi hanno chiamata al CONI per entrare nella squadra della serie C gli ho detto tutto e le ho salutate” “ e poi?” “e poi sono entrata in una squadra di ragazze simpatiche e bravissime. Siccome ero dimagrita ed ero la più bassa sono diventata la migliore per fare i salti e mi sono guadagnata il rispetto di tutti, in piscina” “e quelle altre non le hai più viste?” “no” “Chissà come sono invidiose ora che hai vinto le nazionali!” “beh, in realtà devo ringraziarle: se non fosse stato per dimostrargli che ero più brava di loro non mi sarei mai impegnata tanto nel nuoto sincronizzato” “zia, dici che mi prenderanno in giro ora che inizio il corso di nuoto?” “se ti prendono in giro non ti abbattere: usa la tua rabbia per dimostragli chi sei. Comunque prendi questo flacone di badedas e mettilo in borsa. E’ al pino silvestre. Non si sa mai!”

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