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La rosa che non profuma

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L’abbraccio stretto aveva lasciato Lara quasi senza respiro. Marco nel salutarla quella mattina, prima che lei uscisse per andare al lavoro, aveva affondato il viso nei suoi capelli ondulati. L’odore dello shampoo ancora persistente gli si era impresso nella mente oltre che nelle narici, lasciandolo stordito.

L’abbraccio stretto aveva lasciato Lara quasi senza respiro. Marco nel salutarla quella mattina, prima che lei uscisse per andare al lavoro, aveva affondato il viso nei suoi capelli ondulati. L’odore dello shampoo ancora persistente gli si era impresso nella mente oltre che nelle narici, lasciandolo stordito.
Non si erano detti alcuna parola, ma Lara aveva chiuso dietro di sé la porta della loro abitazione con un peso opprimente nell’animo. Non avrebbe saputo definirlo, ma nel corso della giornata, le era tornata alla mente quella sensazione e il bruciore era rimasto vivo dentro di lei fino al pomeriggio. In macchina avrebbe tanto desiderato piangere, ma non le riusciva più di farlo da diverso tempo.
Avrebbe telefonato più in là nella mattinata, per chiedere se a Carlotta fosse scesa la febbre. Ora non voleva svegliarla, visto che aveva tossito tutta la notte.
Marco con gli occhi lucidi per le troppe notti insonni aveva osservato Lara dallo spioncino mentre lei attendeva nervosamente l’arrivo dell’ascensore sul pianerottolo del settimo piano.
Poi era andato in salone e si era versato un bicchiere di grappa. Un gesto insolito per lui che era sempre stato astemio.
Il liquore era sceso giù come una colata di lava. La brace dentro la gola, nel petto, lo aveva scaldato fino a dargli quel tanto di coraggio che gli serviva.
Marco si era seduto accanto allo scrittoio, nel suo studio. Aveva perso confidenza con la sua postazione di lavoro sin da quando aveva scritto l’ultima sceneggiatura della fiction per una emittente televisiva che gliela aveva poi rifiutata senza troppe scuse. Con il tempo si era sentito sempre più privo di motivazioni, fino a quando i suoi problemi di salute non avevano aggravato una situazione già critica.
“Cara Lara, mia cara dolcissima troia, non ho più voglia di parlare, né di darti spiegazioni. Non ti chiedo neppure perdono per quello che sto per fare e non ho alcuna intenzione di perdonarti per quello che tu hai fatto a me.
Mia stupenda rosa che non profuma, di me non ti rimarrà più nulla o quasi. Gli oggetti forse, le fotografie, quel passato che lentamente si dissolverà. Tutto svanirà per sempre e quando tu non farai più parte della nostra vita, avrà inizio una nuova esistenza per Carlotta e per me. Non cercarci, sarebbe inutile e faresti del male alla bambina. Sei stata la mia più grande illusione, ma anche la mia più grande delusione. Addio Lara, addio per sempre.”
Marco aveva riposto il foglio all’interno di una busta bianca, poggiandola sul tavolo di cristallo della sala da pranzo. Sulla busta aveva poggiato una rosa stabilizzata; il colore rosso cardinale le dava un tocco di sacrale raffinatezza.
“Carlotta… Carlotta, svegliati, amore. Dobbiamo uscire. Andiamo in un posto bellissimo tu ed io”.
Marco si avvicina al letto della bambina, svegliandola con dolcezza.
“Papà, ma dov’è la mamma?” la bambina si guardava attorno frastornata.
“La mamma è andata al lavoro, come sempre.” Marco con voce calda e rassicurante informa la figlia che di lì a poco faranno un viaggio e che la mamma li raggiungerà a breve.
Carlotta, che ha quasi quattro anni, ne dimostra almeno due di più. E’ alta, sottile, autonoma più di molte altre bambine della sua età.
Mentre Carlotta si veste, parlando da sola nella sua stanza, Marco controlla che nella busta dei documenti vi sia tutto. Carta d’identità, passaporto, i biglietti del traghetto che da Bari li porterà a Durazzo, carta verde per guidare in Albania. E’ tutto sotto controllo, tutto pronto o quasi.
Marco si dirige in cucina per prendere le sue medicine. Da quando tre mesi fa ha avuto un infarto, seppure lieve, deve seguire una terapia piuttosto rigida.
Seduto sullo sgabello della cucina dà un’ultima occhiata al foglio sul quale ha annotato con colori diversi gli spostamenti che dovrà effettuare nell’arco di qualche giorno, per raggiungere l’isola di Creta. il programma del suo viaggio senza ritorno è intenso.
Sono mesi che lo organizza e che ci pensa notte e giorno. Con quanti uomini l’ha tradito? Dieci anni di bugie, di messinscene, di finte riunioni di lavoro e di fantomatiche trasferte, consumate a poche centinaia di metri dalla loro abitazione.
Neppure l’infarto l’aveva fatta desistere dai suoi comportamenti; anzi dopo aver recitato la parte della brava moglie che si reca a trovare il marito ricoverato per giorni nel reparto di terapia intensiva, lei aveva persino peggiorato la sua condotta, continuando a frequentare l’ultimo dei suoi amanti, un ragazzo di trentadue anni, sei anni più giovane di lei. Ma era stato proprio in quel letto di ospedale che il desiderio di vendicarsi aveva cominciato a prendere vita dentro di lui, dandogli forza giorno dopo giorno fino a consentirgli di recuperare in breve tempo le sue energie.
Mentre Marco riordina la camera della bambina, che in bagno si sta finendo di preparare, il telefono dell’abitazione prende a squillare. Dal display Marco si accorge che è Lara a chiamare. Non può non rispondere. Tutto deve sembrare normale, come sempre.
“ Ciao Marco, come sta Carlotta? “ La voce di Lara è molto frenetica. Sicuramente si starà già occupando di mille altre cose contemporaneamente.
“Tutto bene, Carlotta dorme ancora. Preferisco non svegliarla. Credo che la febbre sia scesa”. Marco riesce a simulare un tono di voce tranquillizzante.
“ Marco volevo anche dirti anche un’altra cosa…” “Lo so che stai attraversando un momento difficile, volevo parlarne con te, quando vuoi…” La voce di Lara sembra incerta, forse per la prima volta da quando la conosce.
“Non preoccuparti mi sto riprendendo. Sto già pensando anche a un nuovo soggetto”.
“Si ma io vorrei parlarti, prima possibile.”
“Va bene, va bene, Lara. Troveremo il momento”.
“Sento che vuoi salutarmi. C’è qualcosa che non va?”
Marco vorrebbe mettere fine a quella conversazione. “Cavolo non è mai stata così prolissa in tutti questi anni e proprio oggi!” pensa Marco dentro di se.
“Ci vediamo questo pomeriggio, cerco di tornare un po’ prima”.
“ Verso che ora pensi di tornare Lara?” chiede Marco con curiosità, accorgendosi, solo dopo, che Lara aveva chiuso la comunicazione.
Marco si guarda nello specchio della sala da pranzo. Il suo volto è pallido e gli occhi sono ancora più lucidi. Ha caldo, un caldo anomalo, ma deve accelerare la sua tabella di marcia, altrimenti salta tutto il programma. Non può permettersi errori. A Durazzo lo attende un’imbarcazione, lo skipper albanese gli ha Trentamila euro per raggiungere Creta da Durazzo, rimanendo in mare tutto il tempo necessario per allentare il controllo da parte delle autorità italiane e albanesi.
Carlotta, esce dal bagno. E’ una bambina adorabile, si è vestita e pettinata da sola. Solo un attimo di esitazione e poi al volo prende il suo Teddy infilandolo nello zaino insieme all’album e ai pennarelli.
Marco mette le galatine al latte nella tasca dello zainetto della bambina. Sa che le piacciono tanto e che potrebbero addolcire qualche momento di difficoltà.
“ Carlotta, mentre io prendo la valigia, tu indossa il giubbetto rosso, apri la porta e chiama l’ascensore”.
Marco prende la scala e la posiziona in corrispondenza del grande soppalco nel corridoio. E’ lì che ha nascosto il trolley, sapendo bene che Lara non l’avrebbe mai visto, dal momento che il soppalco è pieno zeppo delle sue attrezzature da barca che lei detesta.
La valigia è molto pesante. Ha impiegato quasi venti giorni per riempirla, poco alla volta, sottraendo qualche abito suo e di Carlotta dall’armadio. Piccole cose, perché la maggior parte le ha comprate nel centro commerciale più vicino alla loro abitazione. Le medicine invece, sia le sue che quelle di emergenza per Carlotta, le ha comprate in una farmacia dalla parte opposta della città. Non si sa mai.
Marco tenta di tirare giù la valigia rimanendo in equilibrio sulla scala, ma è un’operazione impossibile e molto avventata. La scala potrebbe sbilanciarsi e lui rischierebbe di cadere.
“Papà l’ascensore è qui. Ci aspetta. Sbrigati!” la vocina di Carlotta lo richiama all’ordine.
“Ecco ho quasi fatto”. Marco risponde e la sua voce rimbomba all’interno del soppalco nel quale lui è dovuto entrare per tentare di spostare la valigia, per avvicinarla il più possibile allo sportello scorrevole.
L’ambiente è polveroso e scarsamente areato. Marco è accovacciato e da questa posizione inizia a trascinare il trolley allungandosi il più possibile per posizionare il manico in corrispondenza dell’uscita del soppalco.
“Sono stato uno stupido, non avrei dovuto riempirla in questo modo “Marco parla da solo. Goccioline di sudore gli cominciano a imperlare la fronte e i capelli brizzolati si sono divisi in ciocche umide ai lati del suo viso.
“Devo sbrigarmi a scendere, fa troppo caldo qui dentro. Non avrei dovuto bere la grappa” pensa. Ma mentre riflette su come fare, avverte una fitta dolorosissima al petto. Questa volta ha giusto il tempo di rendersi conto che il dolore è insopportabile. Tenta di chiamare la bambina, che lo aspetta vicino all’ascensore giocando con Teddy, il suo orsetto, ma la voce gli rimane dentro la gola.
Cerca invano di guadagnare l’uscita, strisciando sul pavimento del soppalco, fino ad accasciarsi senza vita con le gambe penzolanti fuori dallo sportello.
“ Teddy stai buono, devi avere pazienza. Papà sta prendendo le ultime cose che ci servono. Vedrai che ti divertirai anche tu e poi la mamma verrà da noi presto e faremo delle cose bellissime tutti e tre, anzi tutti e quattro. Papà! Perché hai detto tutti e tre? Noi siamo quattro! Tu, la mamma, io e Teddy!”
Carlotta si guarda attorno incerta sul da farsi; rientra in casa e intravede nel lungo corridoio le gambe del padre che fuoriescono dall’apertura del soppalco. Da lontano l’effetto è quello di un curioso lampadario.
“Papà mi senti? Sono giù, sono vicino alla scala. Vedo le tue gambe. Vuoi scendere!!!”
Carlotta si fa coraggio e sale la scaletta metallica che le consente di arrampicarsi sul soppalco, dove vede il papà con la bocca aperta e le mani sul petto.
La bambina si siede accanto a lui, guardandolo, come ipnotizzata. Poi mette Teddy fra lei e il papà.

***

Lara decide di lasciare il lavoro molto prima del termine dell’orario. Prima di uscire chiama il suo nuovo compagno dicendogli che non si sarebbero potuti vedere per via di un impegno con la figlia.
“Ma perché? Mi ero tenuto libero proprio per noi due. Volevo portarti in un posto speciale” le dice il giovane con aria delusa.
“Non posso te l’ho già detto e comunque non so se me la sento di continuare questa storia. Ci ho riflettuto a lungo e preferisco stare per conto mio per un po’ di tempo” risponde Lara con voce ferma, come di colei che non ammette replica.
Lara prende la sua macchina e a tutta velocità percorre i quindici chilometri che la separano da casa. Lo sguardo di Marco, il suo tono di voce al telefono. Soprattutto quell’abbraccio al momento del saluto. Erano anni che la loro comunicazione interiore si era interrotta.

***

Lara prende l’ascensore fino al settimo piano. La porta è aperta e da lontano vede la scaletta metallica a metà corridoio e le gambe di Marco che penzolano dall’apertura del soppalco. Chiama Carlotta prima ad alta voce, poi quasi urlando, finché non sente la sua vocina da lontano.
“Mamma sei tu?” Lara sale sulla scaletta ed entra nel soppalco, rendendosi subito conto che doveva essere accaduto qualcosa di estremamente grave.
La donna attonita guarda il marito ma si fa forza, capisce che deve prima prendersi cura della bambina.
Lara porta giù la bambina che stringe a sé l’orsetto.
“Mamma ma papà è morto vero? Aveva ragione lui; lo aveva detto che eravamo tre”.
Lara adagia la bambina sul divano e le porta un bicchiere di acqua fresca nel quale ha fatto sciogliere un cucchiaino di zucchero. Poi sale nuovamente sulla scaletta e si avvicina a Marco, ricomponendo il suo volto.
Chiamerà l’autoambulanza di lì a breve, ma non prima di aprire la lettera sulla quale è rimasta intatta la rosa rossa.
Lara istintivamente avvicina a sé la rosa e avverte nel fiore stabilizzato un lontano profumo del marito, quel profumo che un tempo l’aveva sedotta.
Ora Lara piange finalmente. Non sa ancora per quante valide ragioni debba piangere, ma sa che piangerà a lungo.

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