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La Divina Marana

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Impiego non oltre centodieci secondi per scorrere il registro dall’apice al fondo. Quattro secondi per colpire. Tutti trattengono il respiro. Tutti tranne Roberto Coletti detto “Robertì” dagli amici. Lui accasciato sulla sedia non si cura di nulla.

Impiego non oltre centodieci secondi per scorrere il registro dall’apice al fondo. Quattro secondi per colpire. Tutti trattengono il respiro. Tutti tranne Roberto Coletti detto “Robertì” dagli amici. Lui accasciato sulla sedia non si cura di nulla.
Inspiro. Non sento l’odore della sua paura, nei suoi occhi brilla una luce sinistra. Un fremito di rabbia mi solletica la schiena. Sento di volerlo interrogare in eterno.
Espiro e annuncio a gran voce: – Roberto Coletti – che goduria, penso. Io alla sua età ero vessato da ogni professore, grassoccio e timido ero il bersaglio ideale. Mai mi sarei potuto permettere un atteggiamento simile al Coletti. Mai. Ma in trentadue anni di insegnamento l’ho fatta pagare ben bene a giovani scapestrati come lui.
– Coletti, vieni pure alla cattedra- Dico. Vieni qua, ora giochiamo stupido diavolo. Penso.
In questo girone scolastico sudicio, sotto il Grande Raccordo Anulare, non c’è nulla che somigli al mio ultimo incarico a Firenze.
Guardo Coletti che si lima le unghie appuntite con un piccolo coltellino, alza la testa:
-Noo, s’è sbajato rigà ma che sempre a me?- Sbiascica Coletti guardando i compagni.
-Noooo Robertì.-I compagni gridano il loro dissenso mentre le loro ombre danzano sui muri grattugiati dal tempo.
Roberto Coletti ha il dono di essere un leader. Sciatto, rumoroso, stupido. Eppure piace. A tutti i compagni e agli insegnati romani piace.
Dopo trentadue anni di insegnamento al Dante Alighieri di Firenze, la culla della nostra lingua, questo luogo di perdizione non è ciò che merito. Ma Coletti sarà la mia preda, il mio bersaglio. La mia vittima sacrificale.
– Sbagliato. S b a g l i a t o. Coletti. Santo cielo – Esclamo rabbioso.
Il suo italiano. Il suo italiano è un insulto alla mia professione. Quel sorriso beffardo, poi.
Se lo tiene stampato in faccia anche ora mentre si trascina al patibolo, distorce la bocca in un ghigno infernale fissandomi con occhi di brace.
E poi la tuta. Indossa sempre la tuta. Io avevo la stessa divisa ingessata persino nell’ora di ginnastica. Coletti no. Coletti non conosce regole. Quei piedi trascinati su quelle zampe magre di gallina. Se solo potessi spezzargliele.
– Coletti. – Continuo – Ci rivediamo dopo la consueta debacle di ieri. Lo sai che rischi il debito in Italiano? – Passo la lingua sulle labbra.
Lui mastica rumorosamente una gomma. Apre la bocca quanto basta perché io possa inorridire mentre fa bella mostra di due fila di denti aguzzi e rosati.
– Daje Robbertì, te volemo sempre qua all’ Iracondi de Labbaro sotteranea!- Una eco dagli ultimi banchi causa risate di tutta la classe. Filamenti di bava si staccano dalle lingue biforcute dei compagni di Coletti.
– Silenzio! – Grido. -Silenzio tutti, inetti!- Grido paonazzo in volto roteando la testa. Sta accadendo di nuovo, sto per perdere il controllo.
– Boni rigà che questo schioppa subito stavorta. – Ghigna Coletti. I compagni ridono ancora, ma si calmano alla sua richiesta. Incredibile, io che a Firenze ero detto “il diabolo” ora in scacco da qualche sbarbatello di periferia.
– Siete tutti ammoniti. Tutti!- Grido più forte. Le vene del collo si gonfiano. Sento il colletto bagnarsi di sudore.
Io non avrei dovuto essere qui in questo inferno. Quel buffetto correttivo alla figlia del procuratore di Firenze mi è costato caro. Non solo l’infarto che è seguito alla notizia di licenziamento, ma persino la beffa di essere sbattuto quaggiù. Ridicolo.
Accenno un ghigno. Resto uno dei migliori insegnanti di lettere dell’universo.
Torno su Coletti.
– Coletti, finalmente – Mi sfrego le mani.
– Sentiamo un pò- Lo fisso ma lui non distoglie lo sguardo.
– Filippo Argenti. Coletti. Parlami di Filippo Argenti. – Lo fisso certo pensi sia un centrocampista della Roma.
Coletti si toglie la gomma e la butta sul braciere che arde sul perimetro dell’aula senza distogliere lo sguardo dal mio.
– Ma quello sta ‘nfangato professò. Ma ancora co sto Dante Alighieri?
Strabuzzo gli occhi di 360 gradi. Lui continua.
– Pippo, Pippo Argenti, quello fumantino. Pe me nun era capito.- Accenna un sorriso beffardo di sfida e fa cenno di no con il lungo dito indice a pochi centimetri da me.
– Ma che pensa che Dante era tanto mejo professò? Co sta storia de sta Commedia se a sentiva n’ po’ troppo calla.
Coletti prende fiato, gli occhi gli si illuminano di un fuoco rossastro.
– Dante, pe me, rosicava che Pippo nun ce lo voleva più a Firenze – Ha ancora il ghigno sul volto, Coletti. Sento il suo fiato fetido su di me. Ho il cuore che pompa rabbioso sangue al cervello. Dante Alighieri da che mondo e mondo è il poeta per eccellenza.
Coletti tira su con il naso rumorosamente aggiustandosi i pantaloni da cui spuntano mutande rosse Calvin Klein.
– Ma poi ma chi se crede de esse sto Dante?- Continua. -Me fa finì Pippo naa broda, naa marana professò. O butta naa marana qua fori ar quinto girone e Dante che fa? se ne sta comodo co quell’artro su na bagnarola?- Si gira verso i compagni e alza le braccia: -A Dante ma chi sei er Libbano? Dante nfame!-
La classe grida in coro battendo i forconi sul pavimento. –Dante ‘nfame!- -Dante ‘nfame!-Lo seguono come un esercito segue il suo comandante. Lui gonfia il petto.
Io non ho più saliva in bocca, sento la lingua impastata.
– Silenzio! Silenzio inetti!- Le vene vogliono uscirmi dal collo, ho gli occhi iniettati di sangue.
Coletti continua impavido: -Professò, parlamose chiaro. Pippo era uno che je rodeva facile. Nun dico de no.
Ma Dante co Pippo ha sgravato. N’omo, pure che arabbiato brutto, non se lascia naa marana magnato. Nun se pò professò.-
Mi mostra i denti. Sa di cosa stiamo parlando, è sicuro di se.
Si gira di nuovo verso la classe e fa vedere i muscoli. – A rigà: daje Pippo!
La classe eccitata lo segue. Lo segue sempre. Devo mantenere la calma, non posso ogni volta perdere il controllo e ricominciare da capo.
– Daje Pippo! Daje Pippo! Daje Pippo! – Gridano. Le loro voci rimbombano nella mia testa come martelli, mi sembra di impazzire.
La rabbia esplode. Un rivolo di schiuma cola ai lati della mia bocca. Il rosso del viso diventa livido. Grido fino a squarciarmi la gola: -Basta!- Rovescio la cattedra e mi scaglio contro Coletti. Sento il cuore esplodermi in petto.
Lui agita la coda sicuro. Non si muove.
I compagni di Coletti si alzano in blocco, vedo le loro ombre affusolate muoversi lente. Io inciampo a terra schiavo del fisico a bottiglia. Il mio viso paonazzo finisce a pochi centimetri dalle Nike rosso fiammante di Coletti, sono ai suoi piedi.
Ora sono tutti raccolti attorno a me. Coletti resta immobile.
Sento del sangue caldo colarmi sulla fronte e sul collo. Le loro bocche fameliche dilaniano la pelle banchettando con il mio cranio, sento i denti aguzzi affondare nella carne. Tremo. Lancio un grido disperato di dolore. Nessuno può sentirmi. Il coro dei ragazzi che segue l’urlo vittorioso intonato da Coletti è più forte del mio lamento. Il loro grido riecheggia di girone in girone superando il Grande raccordo anulare:
– A Filippo Argenti! A Filippo Argenti!

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