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Il mondo dei grandi

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Mamma mi aveva detto che quest’estate, a luglio, sarei andato al campo estivo con la parrocchia. Da quando papà è scomparso, o meglio, se ne è andato con la giovane ecuadoregna, con lei non si può più ragionare.

Mamma mi aveva detto che quest’estate, a luglio, sarei andato al campo estivo con la parrocchia. Da quando papà è scomparso, o meglio, se ne è andato con la giovane ecuadoregna, con lei non si può più ragionare.
L’altro giorno ha fatto una specie d’irruzione nella mia camera. Quando sono tornato da scuola ho trovato il materasso per terra, i cassetti aperti, la lampada coricata sullo scrittoio. Le ho chiesto cosa le prende. Mi ha guardato, ha tirato su le spalle e si è girata verso la cucina.
Le ultime settimane sono state le peggiori.
Una sera mi sveglio di notte con la gola secca. Vado in cucina per bere un bicchiere d’acqua e sento mamma che piange, piange piano per non svegliarmi.
Quando i giorni sono piovosi e bassi l’atmosfera è ancora più brutta. Lei mi abbraccia forte e mi fa giurare che io non la abbandonerò mai. Come ha fatto papà.
L’altra sera ho sentito mamma che parlava al telefono con lo zio, quello che sta al paese.
Gli ripeteva che io mi ero comportato come un vero adulto. Gli diceva che ogni giorno le stavo dimostrando di essere un uomo. Non mi ero fatto prendere dallo sconforto né tanto meno dalla paura di aver perso un genitore.
La famiglia era sempre lì.
Momentaneamente monca, ma sempre lì.
Era fiera di me lo sentivo uscire non dalle sue labbra ma dal suo cuore.
Mi ero sentito grande.
Il giorno dopo mamma ha dato il ben servito alla donna che veniva a fare le pulizie a casa una volta alla settimana.
Subito pensai che mamma avesse scoperto che papà ogni tanto la aiutava nelle faccende domestiche.
Per fortuna no. Era solo per una questione economica.
Poco importa ha detto mamma. Io e te insieme c’è la faremo. Non è vero tesoro? Feci cenno di sì con la testa, anche se dentro di me stavo temendo per il peggio.
Infatti da lì a qualche giorno cominciò la mia nuova vita.
Sapete come si dice no? Piove sempre sul bagnato. Da noi è arrivata la grandine.
Un mattino mi ero preso giorno di riposo.
Mamma era uscita come al solito per andare al lavoro verso le sei, ed io decisi che era giorno di festa.
Ricordo che era lunedì e mi andava di starmene a letto a sentire musica dallo stereo di papà. Lui ci teneva a quello stereo. Ci metteva ancora su degli lp in vinile. Roba incredibile.
Ero immerso in una sensazione di pace, quando suonarono al campanello.
Noo! mamma. Mi ha beccato. Adesso cosa mi invento. Sono stato male? Sono depresso per papà? Peggio ancora. Sto zitto e vediamo cosa mi dice.
Aprii la porta e mi trovai dinanzi a me un uomo non molto alto, con pochi capelli schiacciati sulla fronte e un paio di occhiali spessi.
Lo guardai e aspettai mi dicesse qualcosa. Rimase silente per qualche istante poi mi chiese se abitavo in quell’abitazione e quanti anni avessi.
Preso alla sprovvista, non aspettandomi un tipo come quello, balbettai che, sì, abitavo in quell’appartamento e che avevo quasi diciotto anni.
Non c’è nessun altro in casa figliolo? Mi chiese.
Figliolo. Questo deve essere rimasto un po’ indietro.
Gli risposi, dandomi il giusto tono da adulto che mio cugino sarebbe venuto da lì a qualche minuto. Mamma mi ha sempre detto di non fidarmi e se solo in casa far vedere che si aspetta qualcuno.
L’uomo allargò il giaccone e tirò fuori una busta verde. Mi disse, sempre chiamandomi figliolo, che doveva consegnare un atto giudiziario per mamma.
Se mamma non era in casa poteva notificarla a qualcuno maggiorenne della famiglia. Precisai subito che mio cugino era cugino per modo di dire.
Non era un vero e proprio cugino.
Mi squadrò da capo a piedi e mi disse che avrebbe lasciato un messaggio per mamma giù nella cassetta della posta.
Richiusi la porta.
Lo spiai dall’occhiolino mentre prendeva l’ascensore.
La sera non chiesi niente a mamma. Mi avrebbe scoperto. Non era il caso.
A cena non disse nulla. Io mi persi nel mio auricolare ascoltando litanie estive.
Poi ricordo che si alzò, aprì la porta finestra, si voltò e mi sorrise. Io le sorrisi.
Poi scavalcò la ringhiera e si buttò di sotto.
Non riuscivo ad alzarmi dalla sedia.
Le mani sudate erano attaccate al tavolo. L’orecchio destro era caduto nelle note estive.
La luce della cucina mi era sembrata all’improvviso accecante. L’indomani papà tornò a casa.
Senza ecuadoregna al seguito.
Mi disse che non mi dovevo preoccupare che lui era sempre presente per me. Io pensai e l’ecuadoregna dove la metti?
Non mi chiese di mamma.
Io non gli parlai di mamma.
Mi disse che il prossimo anno era importante per me e che mi sarei dovuto preparare bene per affrontare il mondo dei grandi.
Lo guardai.
Stancamente guardò la sua agenda e vi annotò qualcosa sottolineandolo.
Si alzò e andò in bagno.
Girai l’agenda sul tavolo e lessi l’appunto.
Luglio: campo estivo.
Rigirai l’agenda.
Tornato si sedette difronte a me e mi chiamò “figliolo”.
Non sapevo dove guardare. Il mio sguardo cadde sulle sue dita. La fede era scomparsa.
Lui se ne accorse e prese in mano il bicchiere, come per nasconderne le dita dentro.
Lo guardai interdetto.
Mi domandai se mia madre non avesse ragione.
Mi alzai e andai alla porta finestra.

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