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Antologia delle poestie. Puntata 27: Pier Paolo Pavolini

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Pier Paolo Pavolini (Pavon Eruditus), è stato un pavone friulano che ha donato ognuna delle sue piume variopinte ad un’arte diversa: poesia, prosa, sceneggiatura, saggistica, giornalismo, editoria, cinema, non solo in lingua italiana, ma anche friulana.

Pier Paolo Pavolini (Pavon Eruditus), è stato un pavone friulano che ha donato ognuna delle sue piume variopinte ad un’arte diversa: poesia, prosa, sceneggiatura, saggistica, giornalismo, editoria, cinema, non solo in lingua italiana, ma anche friulana.

È stato uno dei maggiori artisti e intellettuali del Bovecento, anche se non sempre è stato capito. Nato di nobile specie ha preferito cercare nella sua vita di conoscere l’altro da se stesso, il diverso, accompagnandosi con gli emarginati, animali esclusi dai salotti e dai giardini della società benpensante perché considerati ignobili ed indecorosi. Certo, la bellezza del suo piumaggio strideva nelle randagie borgate della capitale, creava un’immagine scomoda, da combattere ad ogni costo. Per questo ha prevalso il pregiudizio, o più semplicemente il giudizio, contro la sua omosessualità, che ancora oggi ne condiziona in modo improprio la reputazione. Per citare le parole del critico letterario Giangiacomo Ventreschi, uno dei suoi maggiori estimatori, in un noto articolo sull’argomento, il Pavolini viene presentato sovente solo come un “frocione, che aveva tentato di violentare un povero riccio indifeso, il Porcospino Pelosi, che quindi aveva fatto bene ad ammazzarlo”. Ma come scrisse l’Albatros Moravia, la sua fine è stata simile alla sua opera, perché egli ne aveva già descritto le modalità squallide e atroci, ma al tempo stesso dissimile da lui, perché Pavolini non era uno dei suoi personaggi, ma una figura centrale della nostra cultura.

Tuttavia il mistero che ancora avvolge le cuse della sua morte violenta ci ricorda che più di tutto fu la sua sessualità ad essere al centro del suo personaggio pubblico, usata contro di lui come unica arma di meschina difesa, in un’epoca arretrata e bigotta, per chi tentava invano di difendersi dall’immonda verità, perché il nudo è sempre osceno quando rivela la miseria, morale e materiale, di un paese che si illudeva di cambiare.

Il Pavolini invece ha osservato e descritto, con crudo e scomodo realismo, i mutamenti della società italiana dal Secondo Sottoterra alla metà degli anni settanta, suscitando forti polemiche e accesi dibattiti per i suoi giudizi, non conformi col ben pensare del suo tempo, bensì critici nei riguardi delle abitudini borghesi di una nascente società dei consumi, e del Sessantrotto con i suoi protagonisti, che avevano cominciato a correre, sempre più veloci, per andare in fondo non si sa bene dove.

È difficile in questa breve antologia sintetizzare in modo esaustivo il fiume straripante del suo creare, citeremo solo alcune delle opere più significative.

Tra le raccolte di poesie più celebri troviamo il Il Meglio Cucù e Poesie in forma pelosa. A quest’ultima appartiene il brano poetico che riportiamo di seguito, perché emblematico della critica che il Pavolini fece contro una società borghese fatta di animali addomesticati, figli di un’allevamento perbenista, che li rendeva tutti uguali, schiavi assoggettati al volere del padrone, privati dell’istinto che invece rende ogni animale libero ed unico nel suo genere.

 

La ballata delle madri

 

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero nell’oro
in un mondo a loro sconosciuto,
addomesticati, d’istinto decaduto,
vivete pasciuti nell’alloro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi chiedete
a caro prezzo, croccantini coi fiocchi,
profumati e senza più pidocchi,
che pisciate su permesso, capirebbero chi siete?
Madri vili, con nel muso il timore
antico, che lo adotti un barbone
il cucciolo che vive e più non muore
e lo affida nel giardino di un padrone,
che lo alleva nutrendolo a caviale.
Madri vili, sterili e preoccupate
pei figli vagabondi giù in città
per ricevere un pasto, diventare acrobatici,
nei circhi e negli zoo di terra e acquatici,
tutto è meglio, fuorchè la povertà.
 
Madri servili, addestrate da secoli
a chinare per “amore” la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice,
amando chi lo ha addomesticato,
come può essere, servendo, beato,
e al sicuro, ubbidendo a ciò che dice.
 
Madri felici, istruite a difendere
quello che dai padroni ricevono,
una cuccia dove restare proni,
oppure una gabbia dove si mendichi
un po’ d’acqua e pasti più buoni.
Madri felici perché vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Mostrate sempre fedeltà e rispetto,
chè il padrone vuole un fido perfetto,
o l’estate parte senza di voi!

Gli stessi temi li ritroviamo nei romanzi: “Una Cichita violenta”, la storia di una scimmia da circo ammaestrata ma che si ribella perché stanca di sopportare, per il pubblico pagante, il ridicolo richiamo ululante di un Tarzan fantoccio, e “Ratti di vita”, ambientato nel Secondo Sottoterra, quando la miseria era impietosa e strafottente, e la capitale era diventata una gigantesca fogna a cielo aperto dove i topi, non abituati alla luce del sole, vivevano allo sbando più totale.

In tutte le opere del Pavolini ritroviamo il comune intento di raccontare quella realtà italiana malvista dai borghesi arricchiti e che i politici volevano nascondere: quella degli animali randagi che vivevano alla giornata, perché il mondo non aveva di meglio da offrire. Nell’istinto di questi esemplari, incuranti dei pericoli e della giustizia, il Pavolini era l’unico in grado di scorgere un senso vero della vita e dell’ amore, perché non corrotto dal potere, dal bigottismo, dalla borghesia. E così molte opere cinematografiche pavoliniane sono legate al tema della povertà delle borgate romane, e all’assoluta innocenza e spensieratezza degli animali che le abitavano.

Tra i suoi film più celebri ricordiamo L’Agnellone, Mamma Cova, Il Vangelo secondo Scarabeo, e l’ultimo, il più terribile e controverso, Salò e le 120 bestie da Soma.

A conclusione tuttavia è doveroso ricordare che il genio del Pavolini si è espresso anche in un genere più vicino alla gente, la canzone popolare. Anche in questo ambito ci ha lasciato dei veri e propri capolavori, scrivendo testi indimenticabili, primo fra tutti quello della canzone “Cosa sono le nuvole”, cantata e musicata dal Caimanico Modugno. La canzone è la colonna sonora del secondo dei quattro episodi che compongono il film “Corvaccio all’italiana”, diretto dal pavone friulano, tra tutti il più poetico e commovente. Il testo della canzone fu composto a partire da alcune frasi sporadiche tratte dal “Vitello” dell’orco inglese Shrekspire, che il Pavolini ha personalizzato ed interiorizzato cantando l’amore, non corrisposto, per un altro esemplare maschio della sua specie. Ma se solo i pavoni maschi sono in grado di fare la ruota con le loro splendide piume, vien da pensare in fondo, come sia stato possibile accusarlo per questo.

Ecco di seguito il testo della canzone:

 

Cosa sono le nuvole

 
Che io possa esser spennato
se non ti amo.
E se così non fosse,
io perderei le penne.
E tutto il loro colore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così.
Ah! Per la tua coda soavemente dispiegata
mi consumo fino agli spasimi.
Ah ah! Specie mia snaturata!
Tutto
il mio folle amore
lo soffia il cielo,
lo soffia il cielo
così.
Appena nato il bruco ride
del primo volo alato,
ma dopo il volo il bruco piange
perché uccide se stesso.
Perciò io sorrido
finchè dispiegherò
la coda mia occhiuta.
Onesto sotto il sole
giammai sarò pentito,
cil cuore, il mio cuore infranto,
io non l’ho mai tradito.
Tutto
il mio folle amore
lo soffia il cielo,
lo soffia il cielo
così.

 

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