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Raúl Arévalo. Quello che non ti aspetti da un uomo felice

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L’idea per la storia l’ha avuta un giorno nel bar di suo padre in provincia di Madrid ascoltando il commento di un avventore.

Il bello di tradurre per il cinema è che capita di incontrare la felicità. Non il sorriso falso delle multinazionali o dei politici, ma la gioia pura.
Oggi Roma è inondata di sole e noi, con meraviglia e stupore, entriamo in una bellissima stanza d’albergo ad angolo. Sembra la prua di una nave che solchi i raggi di luce che dilagano dai tre finestroni. Di là dai vetri il verde di Villa Medici: le chiome degli alberi svettano oltre il muro di cinta.
Dentro c’è quiete e silenzio, un morbido divano, tavolini e sedie, caffè e spremute e tra due finestre l’enorme poster che ritrae il busto di un uomo sdraiato supino lo sguardo rivolto in alto verso lontani pensieri. E di quegli oscuri pensieri che l’uomo cova nel cuore ci parlerà Raúl Arévalo regista de La vendetta di un uomo tranquillo.
Il primo gruppo di giornalisti è già seduto in silenzio e lo aspetta: sono ragazzi giovani e pieni di ammirazione per la maestria del film.
Quando Raúl entra, tutta la luce romana sembra farsi penombra rispetto alla gioia del suo viso e al calore del suo sguardo e noi ora, seduti accanto a lui, ci sentiamo all’improvviso sollevati nel sole, nella luce, voliamo.
Sognava di fare il regista sin da bambino, racconta, ha desiderato questo film con tutte le sue forze e ci ha lavorato per otto anni: non c’erano produttori, non c’erano soldi. Intanto a 17 anni cominciava a lavorare come attore: cinema, teatro, televisione. Pedro Almodóvar, Alberto Rodríguez Librero, i grandi registi di Spagna volevano questo ragazzo dal viso mobile, scabro che si presta ad impersonare ugualmente la parte del cattivo e del buono di ogni storia. Lui recitava e parlava del film che un giorno avrebbe girato. E quando finalmente lo ha fatto, il suo piccolo film, coltivato negli anni, ha vinto tutti i premi Goya, i più importanti del cinema spagnolo, gareggiando proprio con i film dei grandi registi per cui ha lavorato.
“È come se una squadra di serie B vincesse la Champions League” Dice emozionato “Ancora non riesco a crederci”.
Ha 38 anni, il fisico magro, asciutto, gli occhi, vivi, intelligenti. Indossa jeans scuri e una polo blu e risponde con foga.
Non è felice per aver vinto sugli altri, spiega, ma perché grazie ai premi adesso il suo piccolo film può essere visto fuori di Spagna. Un film che spesso ha dubitato di riuscire a portare a termine e di cui certo non si aspettava un tale successo.
“Essere scelti al Festival di Venezia, essere accolto in Italia, in Francia: impensabile davvero.”
L’idea per la storia l’ha avuta un giorno nel bar di suo padre in provincia di Madrid – così simile al bar del film – ascoltando il commento di un avventore. Li conosciamo bene questi bar della provincia spagnola, simili a tanti bar di città e periferie italiane, con la televisione sempre accesa e gli uomini che giocano a carte e le donne che servono al bancone con il peso della vita sulle spalle e il futuro che non esiste.
Un giorno in quel bar la televisione dà la notizia di un omicidio e un avventore dice “Se uccidono qualcuno della mia famiglia io vado e li ammazzo tutti.”
Una frase come tante, dette tanto per dire, ma nella sua mente è scintilla che si incista e lui comincia a chiedersi: “Cosa si prova ad ammazzare veramente un uomo? Cosa succede quando la rabbia dell’uomo comune, che è in ognuno di noi, si trasforma in azione reale, e sentiamo il coltello che buca la pelle dell’altro e il sangue che sgorga?”

A noi che gli sediamo accanto altri pensieri vengono in testa: cosa vuol dire crescere e coltivare il proprio sogno in un bar così? Che forza bisogna avere per proteggere le proprie ambizioni in luoghi dove il futuro non riserva speranze? Tenacia, passione, qualcuno potrebbe chiamarla ossessione. La stessa, sebbene di colore diverso, che anima il protagonista del suo film che per otto anni cova nel cuore un proposito di vendetta e sterminio: otto anni passati ad orchestrare il piano per avvicinare le future vittime.
Otto anni per una vendetta e otto anni di gestazione del film. Deve essere solo una coincidenza perché cosa ha a che vedere la luce dell’uomo che ci siede accanto con il nero cupo del suo film?
Nei lunghi otto anni si è preparato, ha studiato cannibalizzando, dice con un sorriso, i registi per cui ha lavorato. “Da tutti ho imparato qualcosa nel bene e nel male, ma non ho imitato nessuno. Almodóvar (che lo ha diretto ne Gli amanti passeggeri ) ha un modo di essere sul set che nessuno può imitare.”
Ha conosciuto a fondo i meccanismi del cinema spagnolo, per il quale si parla di rinascita, sebbene, contrariamente alle apparenze, fare film in Spagna oggi sia sempre più difficile. La cosa buona è che non si guarda più con sospetto ai film di genere. Negli anni ha studiato i registi al cui stile si ispira. “Sam Peckinpah è stato il mio referente estetico, per la parte più secca della violenza, della solitudine, e poi i fratelli Dardenne, Carlos Saura degli anni ’60, ’70 e Matteo Garrone e Jacques Audiard.“
Sarà forse perché il film ha una tale perfezione tecnica che le domande vanno tutte sulla tecnica e sul virtuosismo, ad esempio, della scena iniziale.
Si parte con un piano sequenza magistrale, una scena di inseguimento realizzata senza stunt, né pupazzi, un inizio mozzafiato per tirare dentro lo spettatore, impedirgli di distrarsi, di annoiarsi, portarlo nel gioco e tenerlo legato quando poi il ritmo del film cambia e diventa un racconto scarnificato, intimista con la macchina da presa incollata sulla nuca del protagonista quasi a scavare nei suoi pensieri, i dialoghi come rumori di fondo, irrilevanti.
“Ho invertito la sequenza: la violenza invece di crescere, da plateale diventa via via più nascosta, più insidiosa.”
Dalla frenesia si passa alla sospensione, una combinazione di stili piuttosto insolita, ma voluta perché, spiega, il ritmo intimista rende ancora più raggelante e improvvisa la violenza quando arriva. Fredda, cruda, che, sebbene fisica, è una violenza dell’anima, perché distrugge i legami e il piccolo angolo di calore che anche gli uomini che hanno peccato, a volte, riescono a ricostruire.
“La violenza fa parte dell’uomo: per questo i film che ne parlano arrivano sempre allo spettatore. Volevo fuggire dall’estetismo, alla Tarantino per capirci, e aderire davvero alla realtà. Nei film d’azione, ad esempio, insegnano a noi attori come fare a botte, ma la realtà non è così: la gente nei momenti di furore picchia come può, senza nessuno stile. A me non importava come dessero i colpi, i miei attori, o come ballassero, erano la seduzione e la ferocia che mi interessavano.

Continuiamo a guardarlo per capire da dove venga tanto nero, perché qui c’è solo luce, cortesia e gentilezza. E il timido sollievo con cui alla fine di ogni gruppo di interviste accetta di prendersi una pausa per fumare. Come un bambino quando suona la campanella ed è libero di scendere in cortile a scatenarsi e giocare.

Poi torna e riprende a parlare con passione minuziosa della sceneggiatura scritta insieme ad un amico psicologo, David Pulido, a cui è grande debitore. Insieme hanno vinto il Goya alla migliore sceneggiatura originale. “Nella vita reale, mi diceva David, il 95% delle persone che covano una vendetta per otto anni avrebbero dei tic e un disturbo ossessivo compulsivo, insomma sullo schermo si sarebbe visto un pazzo, non avrebbe funzionato. Volevo qualcuno che la gente potesse sentire vicino: una persona normale che precipita in una spirale di violenza. Non ne ho esperienza diretta e spero di non averla mai, ma ho voluto portare questa storia sul mio terreno, tra gente simile a quella con cui sono cresciuto, in quel tipo di quartiere, quel tipo di atmosfera. Perché credo che si possa parlare solo di ciò che si conosce, credo che più si parla del locale più si diventa universali.
Mi piacciono i film che, senza essere dichiaratamente sociali, tengano da conto il sociale, io faccio parte di una società e oggi c’ è una sensazione di odio e di violenza, volutamente esasperati, perché in realtà odio e violenza sono sempre esistiti, e come regista voglio indagare questo fenomeno.”

Ma in tanta minuziosa analisi sembra mancare qualcosa, che c’è nel film o in quello che lascia addosso nello spettatore. Forse è il gelo freddo della vendetta a congelare l’analisi su un piano formale? Non è facile uccidere un uomo. Ma lui, giovane uomo appassionato e felice, cosa aveva bisogno di uccidere?

“È stato difficilissimo trovare i soldi” racconta “per finanziare il film volevano interpreti giovani e belli, ma la mia storia aveva bisogno di attori con i volti segnati, che si portassero il peso della vita addosso, il lavoro attoriale qui è tutto sullo sguardo, ci volevano talento e vita vissuta. Volti pieni di rughe capaci di parlare nel silenzio.”

“Ma tanto orrore” chiede una ragazza timida “lei ha voluto mostrarlo per dirci quanto è orribile la violenza. Cosa si può fare per evitarla?”
Di fronte allo sgomento della ragazza, Raúl Arévalo sembra per un istante spiazzato dalla reazione sgomenta che il suo film può provocare negli altri.
E si affretta a rispondere:
“Può sembrare un luogo comune però l’amore per se stessi e per il mondo potrebbe essere un buon antidoto. Anche il mio amico, coautore della sceneggiatura mi ha detto che per covare una vendetta simile bisogna decidere di restare chiusi in una spirale, invece se una persona che vive un grande dolore ha qualcuno a cui appoggiarsi: il partner, gli amici, la famiglia non si arriverebbe a tanto.”

Raúl di certo ha tanti appigli: è affabile e pronto agli scambi, ha il cinema a cui afferrarsi e gli amici attori, che hanno recitato per lui in questo film e si sono presi i suoi sfoghi quando era impaurito e nervoso, e la ragazza il cui padre fa l’interprete come noi, e soprattutto in lui c’è un’immensa curiosità che manca ai sui personaggi, è forse la curiosità a salvare il mondo?

Ma di nuovo le domande portano altrove.

Quando gli chiedono se abbia mai pensato a recitare nel suo film, lui quasi si scandalizza, assolutamente no, “non riesco a capire come fanno quelli che si sdoppiano.” Dietro la macchina da presa si è sentito bene, “ho scoperto tante cose di me che non avrei immaginato” dice con un meraviglioso sorriso “ad esempio che riesco a risolvere i problemi pratici. Tutta una parte della vita che in genere mi opprime, nei panni del regista, mi divertivo a risolverla e ho scoperto anche “aggiunge con una punta di malizia” che mi piace comandare mentre da attore voglio essere ben comandato, l’unico momento in cui ho davvero sofferto è stato al montaggio, sono stato depresso per un mese intero.”
“Qual è secondo lei il segreto del successo del suo film?”
Ci pensa su un istante poi con una punta di malinconia dice:
“Il bello del cinema è che non sai mai perché una cosa funziona, l’impegno per fare un bel film è uguale a quello di chi fa un brutto film, serve lo stesso tanto amore, non so dire quali elementi garantiscono il successo, di sicuro nel mio caso è stato un cast tecnico perfetto, aver lavorato come attore mi ha permesso di conoscere tante persone e di poter scegliere il meglio come l’allenatore di una squadra che ha tanti soldi.”

Non fà nulla perché le domande prendano un altro corso e si allontanino dall’analisi formale, ma anche a lui sembra mancare qualcosa e ora i suoi occhi si illuminano: una giornalista ha notato una piccola luce in un momento del film in cui il vendicatore e una delle sue vittime si trovano a compiere un breve viaggio insieme. “Lei ha voluto mostrare che tra i due nasce una sorta di sotterranea quasi impercettibile solidarietà. È così o è stata una mia impressione?”
“No, no è proprio così” risponde “vengono da classi sociali diverse e hanno un potere diverso, ma entrambi hanno avuto la vita distrutta. Sono nemici, ma sono essere umani, volevo lavorare sulla peculiarità del loro rapporto, su questo aspetto di umanità che nasce anche nell’odio.”

E sono altre nel film le scintille di umanità, ma così nascoste e sotterrane che bisogna afferrarcisi per conservarne il ricordo negli occhi .

“Nel finale mi sono preso una licenza poetica, è stata la parte più meditata, sono stato indeciso fino all’ultimo, non volevo che la cattiveria del protagonista arrivasse fino in fondo, volevo che ne uscisse con onore tenendo fede alla parola data. David Pulido mi spiegava che è difficile capire cosa fa scattare il clic in un uomo che lo porta ad uccidere, la cosa più difficile è uccidere la prima persona, ma una volta iniziato non ci si ferma più fino alla fine. Il realismo avrebbe voluto che morissero tutti, ma ne ho fatto una questione etica, il protagonista ha promesso e manterrà la sua promessa anche se non si può certo parlare di finale felice.”

Certo che no, soprattutto perché nel finale molto più della morte pesa il dolore della donna. La vendetta più crudele non è quella esercitata sugli uomini a cui toglie la vita, ma su quelli a cui leva ogni speranza di futuro, è senz’altro la parte più nera e dolorosa.
La vendetta peggiore è quella sulla donna. E Raúl è sorpreso che nessuna delle donne gli abbia fatto domande al riguardo, ci dice.
È un film che ognuno interpreta secondo la propria etica, la propria morale, come i film di Haneke di cui nelle pause ci siamo messi a parlare.
“Soffro nel vederli però li vedo” ci ha detto.
“E il suo prossimo progetto?” gli chiedono alla fine.
Come attore ne ha tanti, come regista sta scrivendo: il suo prossimo film non è una commedia, né un thriller, ma è sempre di genere drammatico, spera di non dover impiegare di nuovo otto anni per farlo, ma soprattutto di poter mantenere la stessa libertà.
“E poi spero che sia più luminoso, come spettatore mi piacciono i film dove alla fine si intravede un poco di speranza anche se non sempre si capisce quanto sia reale.”
C’è una sorta di malinconia, come se l’immensa gioia per avercela fatta fosse oscurata per un istante da una nube. Cosa fa la differenza tra un buon film e uno cattivo se l’impegno è uguale, non potrebbe forse dirsi lo stesso della vita? Come se non bastasse una vendetta o un film covato per otto lunghi anni a liberarlo per sempre da certi luoghi, come se il futuro senza speranza potesse sempre tornare.

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