Condividi su facebook
Condividi su twitter

Data

Il treno arriva annunciato da un messaggio disturbato, quasi incomprensibile. Però Marina sa che è il suo. È riuscita a distinguere poche parole dall’altoparlante, e una di queste era ‘Viterbo’. Si sposta più a destra possibile, quasi alla fine della pensilina affollata.

Il treno arriva annunciato da un messaggio disturbato, quasi incomprensibile. Però Marina sa che è il suo. È riuscita a distinguere poche parole dall’altoparlante, e una di queste era ‘Viterbo’. Si sposta più a destra possibile, quasi alla fine della pensilina affollata.
– Magari nella carrozza di testa troverò posto più facilmente – pensa. Ma la speranza si spegne man mano che percorre la carrozza. Tutti i posti sono occupati e molta gente è in piedi nel corridoio.
Le porte del treno stanno per chiudersi. Sandro afferra il maniglione esterno dell’ultima carrozza e con un balzo salta dentro evitando per un soffio che la porta, chiudendosi, gli schiacci lo zainetto del computer. Ce l’ha fatta, un sospiro di sollievo, un sorriso che dura un attimo, il tempo di girarsi verso l’interno della carrozza e scoprire che il treno è pieno. Deve scegliere: rimanere lì vicino alla porta, oppure avventurarsi in cerca di un posto libero.

Marina, trentadue anni, bionda, piccola ma ben proporzionata, non è una che si perde d’animo.
– Permesso? – chiede.
– Permesso? – chiede più forte. Finalmente l’omone davanti a lei la vede e si sposta per farla passare. E dopo di lui si spostano i due universitari in trasferta. E poi l’anziano rassegnato cui nessuno ha lasciato il proprio posto a sedere. Poi si sposta la signora in tailleur che si lamenta dei propri colleghi al cellulare, e ancora l’impiegato con in tasca la copia ingiallita di un Urania. Marina è minuta nel suo giaccone blu, ma il suo “Permesso?” è perentorio e ottiene il suo effetto. Ci mette un po’ ad attraversare tutto il vagone e quando si affaccia dall’altra parte scopre che la situazione nella carrozza 2 non è molto diversa.

Per Sandro, quarantenne, leggermente brizzolato, con la passione per la palestra e i bei vestiti, è stata una giornata davvero pesante. Quando in ufficio gli avevano detto che doveva andare subito a Roma per parlare con l’Assessore si era sentito mancare. Due ore di treno ad andare e altrettante a tornare. E chissà quanta anticamera prima che ‘Sua Maestà’ lo degnasse di attenzione. Quello era proprio un brutto periodo per Sandro, al lavoro ma soprattutto a casa. Le cose con sua moglie non andavano bene. Lui si faceva in quattro per migliorare la loro situazione economica, e lei invece di ringraziare era sempre lì a criticarlo, a cercare il pelo nell’uovo. E poi era sempre assente, lontana, con la testa chissà dove.
– Forse ha un altro – dice a se stesso Sandro.
– Come? – chiede il sergente in divisa davanti a lui.
– No, intendevo… permesso? Vorrei passare, grazie – balbetta Sandro. Il militare a cavallo del suo zaino si sposta quel tanto da consentirgli di fare un passo avanti. Già che c’è, Sandro continua: – Scusi, permesso? – chiede a una ragazza con le cuffiette nelle orecchie. –Permesso? – dice ancora picchiettando con l’indice sulla spalla di lei e poi spostandolo a indicare la direzione dove vorrebbe andare. La ragazza toglie un auricolare, finalmente lo sente e si sposta di lato per farlo passare. Sandro continua il suo slalom fra persone e bagagli e passa nella carrozza 6, dove l’affollamento è minore. Ma mica poi tanto.

Marina è indecisa se continuare la sua marcia a ostacoli verso la coda del treno oppure fermarsi lì dov’è, in attesa della prima fermata quando, magari, qualcuno scenderà lasciando dei posti liberi. Non lo sa, lei non è molto pratica di quei treni. A Roma di solito va in macchina, con suo marito o con sua sorella. Anzi ormai con suo marito non ci va da un pezzo. Lui è sempre più indaffarato col suo lavoro, ha sempre da fare e sempre meno tempo per lei. E lei ora è stanca di sentirsi trascurata. Quando Giovanni, un suo vecchio compagno di scuola, dopo tanti anni l’aveva contattata su Facebook e poi invitata a mangiare qualcosa insieme, si era sentita prima imbarazzata, poi lusingata e infine irrimediabilmente incuriosita. Quel giorno a Roma era stata bene. Giovanni era stato gentile, il pranzo all’aperto in una piazza del centro era stato perfetto. Ma non era scattato nulla. Non sarebbe stato Giovanni a darle quello che le mancava. Marina stringe al petto la sua imitazione di Louis Vuitton, si fa coraggio e riparte: – Permesso?

– Sì, probabilmente ha un altro – pensa Sandro, mentre come un automa avanza verso la testa del treno alla ricerca di un posto dove sedersi. Ma non è l’eventualità del tradimento a dargli pensiero. È piuttosto la sua totale noncuranza per la possibile relazione della moglie. Non gliene importa niente. D’altra parte anche lui in passato si è dato da fare diverse volte, e se proprio deve essere sincero, lo farebbe ancora se trovasse la persona giusta, il modo giusto o l’occasione giusta. Due pensieri attraversano la sua mente.
Primo: – La verità è che non ci amiamo più.
Secondo: – Ho già attraversato tre carrozze e non ho ancora trovato uno straccio di posto libero.
È più preoccupato per il secondo che per il primo pensiero.

Quel giorno, intanto, Marina il primo passo lo aveva fatto. Aveva accettato l’invito di Giovanni, si era lasciata corteggiare a pranzo e le era piaciuto. Era giunto il momento di rialzare la testa e guardarsi intorno. C’era sicuramente qualcosa di meglio per lei da qualche parte. L’importante, ora, è non lasciarselo sfuggire. Meglio cominciare a guardarsi intorno. E guardandosi intorno, Marina vede che la situazione sul treno intanto è migliorata. Molte persone sono scese alle prime due fermate. Marina non vede ancora posti liberi, ma attraversare il treno è diventato più semplice e veloce. Percorre la carrozza 3 in pochi secondi, non trova ancora posto, ma si sente più ottimista, rinvigorita quasi dalla sua nuova consapevolezza.

Sandro è appena passato nella carrozza 4, quella centrale. Davanti a se vede un uomo uscire dal bagno. Si infila in quella specie di bugigattolo e chiude la porta alle sue spalle. Istintivamente tira un sospiro di sollievo, finalmente solo, dopo almeno un’ora di gomiti nei fianchi e piedi pestati. Subito però un effluvio disturbante gli arriva alle narici. Un misto di urina, disinfettante e chissà cos’altro. Di restare lì dentro fino a destinazione non se ne parla. Ma già che ci si trova decide di usare il bagno per quella che è la sua funzione precipua.
Anche Marina è arrivata nella carrozza 4. La attraversa abbastanza rapidamente, se non fosse per i cinque rumeni, probabilmente operai di ritorno dal lavoro, che si sono accampati davanti allo scomparto dei bagagli, quello accanto al bagno.
– Il bagno! – pensa Marina, che improvvisamente realizza che è dall’ora di pranzo che non ne vede uno. Poi ripensa a quel bagno, nell’elegante bar in quella Piazza al centro di Roma dove ha mangiato con Giovanni, e pensa a questo bagno, su un treno di pendolari che fa la spola fra Roma e Viterbo. Guarda gli operai rumeni, sporchi e sudati di almeno otto ore di fatica, e decide che probabilmente la terrà fino a casa.
– E poi è occupato – pensa, prima di riprendere la sua ricerca verso la coda del treno. Preme il pulsante della porta e passa nella carrozza numero cinque. Proprio mentre Sandro esce dal bagno, si gira verso gli operai rumeni e chiede: – Permesso?

Marina affronta la nuova carrozza quasi meccanicamente. Cammina come un automa verso la coda del treno ma la sua mente è altrove. Giovanni non le ha fatto scattare la molla, ma ha attivato qualcosa dentro di lei che ora pianifica il suo nuovo inizio: – Potrei fare come lui e cominciare da Facebook e dai compagni di liceo. Per esempio Roberto. Cavolo se era carino lui… Se solo fossi stata un po’ più sfacciata. E se solo trovassi un posto a sedere. Possibile che me la debba fare in piedi fino a Viterbo?.
Nella carrozza 6, il bagno è fuori servizio. Marina ora non ce la fa più e si domanda se sia meglio provare nella carrozza 7 o tornare indietro. Nel frattempo il treno si è fermato alla stazione di Bracciano. Scendono poche persone. Altrettante ne salgono. Marina gira i tacchi e torna nella carrozza 5.

Sandro ha percorso inutilmente le carrozze 3 e 2, e avanza a fatica verso la testa del treno. È stanco. L’idea di dover passare in ufficio prima di tornare a casa lo affligge. Però poi pensa a sua moglie che lo aspetta in cucina, probabilmente per una nuova discussione basata sul nulla, su un asciugamano messo male o sul dentifricio lasciato senza tappo, e improvvisamente la possibilità di tardare ancora un po’ il rientro a casa non gli sembra più tanto male. Butta un occhio davanti a se per vedere se nella carrozza 1 c’è un posto libero. Niente da fare. Magari a Manziana si libererà qualcosa. Si gira, chiede permesso, e riprende a camminare verso il centro del treno.

– Permesso? Permesso? -, chiede Marina camminando velocemente. Ora la sua voce è meno perentoria e più supplichevole. Qualcuno si alza dai sedili e si prepara a scendere, ma a lei ora sedersi interessa relativamente. Quello che conta è trovare prima possibile un bagno libero. Le viene quasi da piangere quando vede che quello nella carrozza 5 è occupato. Passa velocemente nella carrozza 4, vede che il segnalino della toilette è verde. Il bagno è libero. Compie gli ultimi passi quasi correndo, si infila dentro e chiude con forza la porta. Lo stato della toilette è vergognoso, ma a lei non interessa. Con un ultimo sforzo apre la borsa e tira fuori un pacchetto di fazzoletti di carta. Pulisce alla meglio il sedile e poi ne mette un po’ tutto intorno alla tavoletta. Si siede e finalmente si lascia andare. Liberarsi dopo essersi trattenuta così a lungo, le provoca quasi un brivido di piacere che le sale lungo la schiena e fino al cervello. Poi assapora per qualche minuto un altro piacere, quello di essersi finalmente seduta dopo essere stata in piedi tutto il pomeriggio. Ma dura poco. Alla fine prevale il fastidio per le condizioni del bagno: pezzi di carta igienica in terra, peli nel minuscolo lavandino, acqua (e forse non solo) sul pavimento. Marina si alza e mentre si risistema, sente qualcuno correre davanti alla porta del bagno. Quando apre la porta, però, è tutto tranquillo e riprende la sua strada verso la testa del treno.

A Sandro non pare vero. Mentre il treno rallenta entrando nella stazione di Oriolo, vede un uomo nella carrozza numero cinque che si alza dalla sua poltrona. Sandro non è uno che fa complimenti, se vuole qualcosa cerca di prendersela. Ed ora lui vuole quella poltrona. Tanto da mettersi a correre pur di arrivarci per primo. Poco importa che non ci sia nessuno con cui gareggiare. Si siede quasi di slancio, mentre l’uomo che si era alzato sta ancora tirando via le sue buste di plastica dal portabagagli sopra i sedili. – Che modi! -, si lamenta quello. Ma Sandro neanche lo sente. Tira fuori il cellulare e chiama in ufficio per avvertire che sta per arrivare.

Nella carrozza 4 una donna di colore, addormentatasi durante il viaggio, si accorge all’ultimo momento che il treno è arrivato a Oriolo, la sua fermata. Si alza e corre verso le porte di uscita. Riesce a scendere per un pelo, proprio mentre Marina si siede, finalmente, al suo posto. Mancano solo venti minuti alla stazione di Viterbo, ma quella di sedersi era diventata una vera e propria questione di principio per Marina. E ora Marina non è più disposta a derogare ai propri princìpi.

Quando il treno arriva alla stazione di Viterbo, Marina è la prima della fila di persone in attesa che la porta posteriore della carrozza 4 si apra. Sandro è la prima delle persone in attesa che la porta anteriore della carrozza 5 si apra. Il treno si ferma. La porta posteriore della carrozza 4 si apre e Marina scende. La porta anteriore della carrozza 3 non si apre, malgrado i tentativi di Sandro e delle altre persone dietro di lui. La fila si divide: alcuni vanno verso l’altra porta della carrozza 3, altri passano nella carrozza 4 e pazientemente aspettano che la fila si esaurisca per poi poter uscire. Sandro è fra loro. Prova a chiedere: – Permesso? -, ma le altre persone lo guardano male, deve attendere il suo turno. Quando riesce finalmente a scendere dal treno, Marina è già nel parcheggio a destra della stazione, che mette in moto la sua auto per tornare a casa. Sandro si incammina verso l’uscita della stazione, gira a sinistra e si dirige a piedi verso il suo ufficio. La riunione si protrae per almeno un’ora. Quando Sandro sale sulla sua auto, sono le otto e mezza, telefona alla moglie e l’avvisa che sta tornando. Arriva a casa dieci minuti dopo e trova Marina intenta a togliere dal forno una teglia riscaldata con pollo e patate di rosticceria.
– Ciao -, dice lui appoggiandosi allo stipite della porta della cucina, – com’è andata oggi?
– Normale – risponde lei – e tu?
– Normale -, ripete lui automaticamente.
Marina si avvicina con la teglia in mano, si ferma davanti a lui, gli sorride e chiede: – Permesso?

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'