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Il desiderio di sognarla

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Anche quella notte non l’aveva sognata. Eppure desiderava sognare Marta più di ogni altra cosa. Di giorno era il suo pensiero ricorrente. Affioravano tutti i ricordi: il caffé della mattina, le parole scambiate sulla porta al momento di uscire, le risate tra una battuta e l’altra,

Anche quella notte non l’aveva sognata. Eppure desiderava sognare Marta più di ogni altra cosa. Di giorno era il suo pensiero ricorrente. Affioravano tutti i ricordi: il caffé della mattina, le parole scambiate sulla porta al momento di uscire, le risate tra una battuta e l’altra, il suo corpo sodo e la pelle liscia. La sera le parlava, rievocava apposta alcuni episodi, per favorire poi il proseguimento durante il sonno. Voleva riaverla, almeno in sogno, almeno per una volta.
Si, sapeva che il sogno, è tutt’altra cosa: il tuo vissuto, le tue ansie, le tue paure, le tue introspezioni, le tue proiezioni. Ne aveva parlato tanto con la sua psicanalista. Ma si ostinava a desiderare di rivedere l’ironia dei suoi occhi, di risentire la sua risata carezzevole, di sentirla stretta contro di lui con la testa sulla sua spalla come tutte le notti.
Qualsiasi attività facesse, questo desiderio rimaneva lì, nascosto, in ombra, ma sempre presente.
Ma anche quella notte non l’aveva sognata. E così aveva ricominciato di nuovo a vagare tra il lavoro ed i ricordi.
Telefonata al fornitore: “Siete in ritardo. Dovete consegnare le macchine. La lettera di credito sta per scadere e non possiamo più aspettare”. “Sì, sì, ha ragione”, aveva risposto quello, mettendosi subito sulla difensiva, “ma abbiamo avuto un problema: i motori non sono arrivati in tempo”. Poi aveva assicurato: “ Martedi al massimo sarà tutto pronto”. “Allora organizzeremo il ritiro per la mattinata” e aveva attaccato. Clic.
E a quel clic era scattato il ricordo. Aveva fissato l’appuntamento per telefono ed era andato a parlare con la dottoressa Cristina, la responsabile del reparto. Già all’altro ospedale gli avevano detto che cosa aveva Marta. Aveva capito, ma era come se non si fosse reso conto di tutte le implicazioni. Lo studio era grande e pieno di luce. Lui era seduto proprio in faccia alla finestra e la luce lo infastidiva. Ora la dottoressa lo guardava con i suoi occhi azzurri. Sembravano freddi. “Ma le hanno spiegato cosa ha sua moglie?” gli chiedeva la dottoressa. “Si”, rispondeva lui in maniera meccanica. E lei aveva proseguito: “Ha un microcitoma, un tumore da cui non si guarisce. È soltanto questione di tempo” gli aveva detto. Aveva continuato dicendo altre cose, ma lui non l’ascoltava più. Nella testa gli rimbombavano solo quelle parole: “microcitoma, …questione di tempo”.
Squilla il telefono: una, due, tre volte. Risponde: è Renato, il consulente tecnologico per i mulini. “Ti ho inviato la prima bozza del progetto di ampliamento del mulino” gli dice. “ Si, ho visto”, gli risponde Gianni, “ma non arriviamo alla capacità che vuole il cliente”. Così Renato gli spiega che si può arrivare a quanto richiesto, ma soltanto facendo spostamenti molto complicati e molto onerosi. “Va bene, Renato. Allora facciamo così: prepariamo due proposte, una a capacità ridotta e l’altra a piena capacità con gli spostamenti necessari”. Renato è d’accordo e riattacca. Clic.
E ripartono i ricordi. Era ritornato dalla dottoressa Cristina, dopo il primo ciclo di chemioterapia per sapere cosa si poteva fare e per sollecitare il suo intervento. Non gli aveva risposto subito e lo aveva guardato per qualche lunghissimo istante. Poi gli aveva spiegato che la situazione non era certo migliorata, anzi si erano manifestate delle metastasi. “Lei non si è rassegnato”, gli aveva detto. Era vero, era proprio così. Non si era rassegnato e non voleva rassegnarsi. Poi la dottoressa gli aveva raccontato di sé, di suo marito e della sua malattia: anche lui aveva avuto un microcitoma. Ancora quella parola, asettica, minacciosa. La sua voce si era incrinata ed i suoi occhi si erano velati. Quegli occhi azzurri, che gli erano sembrati così freddi, ora erano quasi accoglienti. Poi si era ripresa ed aveva concluso: “La sola cosa che può fare è prendersi cura di Marta e godersi gli attimi belli che può ancora avere con lei”.
Era ritornato al computer, si era immerso nelle cose che aveva deciso con Renato e le ore erano passate velocemente. La giornata era finita, così come i ricordi. Avrebbe mangiato qualcosa che era già pronto nel frigo, avrebbe fatto una lunga doccia e poi sarebbe andato a dormire. Forse sarebbe riuscito a leggere qualche pagina di quel libro sulla storia medievale che stazionava da tempo sul suo comodino.
Sette e un quarto. La sveglia suona, come tutte le mattine. Lui si gira verso Marta, che è ancora nel dormiveglia. “Buongiorno tesoro”, le dice piano e lascia un bacio sulla sua spalla. “Ti va il caffé?” le chiede ed, al suo mugolio di assenso, “vado” sussurra e, con fare lento, si tira su dal letto.
Suona ancora la sveglia. “Ancora la sveglia! Ma l’avevo spenta!” pensa. Suona e continua a suonare. Schiaccia il bottone con violenza e questa volta la sveglia smette. Si gira di nuovo per vedere se Marta dorme ancora, ma il letto è vuoto.

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