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Il culo del mondo

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Mi chiamo Chiara Mamei, oggi è il 20 agosto e ho ufficialmente vinto la guerra. Ho compiuto 15 anni un mese fa e proprio in quel giorno l’ho fatto per la prima volta con Giulio Enresi, amico ventenne della mia compagna di scuola Eliana Andreoli.

Mi chiamo Chiara Mamei, oggi è il 20 agosto e ho ufficialmente vinto la guerra. Ho compiuto 15 anni un mese fa e proprio in quel giorno l’ho fatto per la prima volta con Giulio Enresi, amico ventenne della mia compagna di scuola Eliana Andreoli.
Non mi piace particolarmente Giulio Enresi, ma fra lui e qualcun altro c’è poca differenza, il punto è che dovevo fare del sesso per la prima volta e fra tanti, uno con un po’ di esperienza in più, mi è sembrato sicuramente il più adatto.
Vi starete chiedendo come sia possibile prendere una decisione con tanta freddezza e tanto calcolo? E cosa ha a che fare questo con una guerra? Ecco la risposta.
Per mia somma sfortuna sono nata nel culo del mondo, non esattamente nel posto più sfigato del mondo, ma sicuramente in uno dei più sfigati di Italia. Vi chiederete, “che posto sarà mai?” Beh vi assicuro che è uno dei luoghi peggiori in cui essere ragazze e interessate a cose come il balletto, il teatro o il cinema invece che essere felice per le attenzioni del dj della radio locale, per cui le amiche farebbero carte false.
Sono nata a Crotine in Calabria e abitare in questa città è una noia mortale. Odio tutto, anche il mare, unica cosa positiva di questo posto. Mi dà fastidio il fatto che parlino in dialetto; il fatto che nel quartiere i vicini fino al numero 155 della mia strada (casa mia è al 125) mi conoscano; il fatto che non ci sia niente da fare se non lo struscio dopo la scuola, trovarsi un fidanzato, farlo accettare a papà e da lì, per qualche anno, piazzarselo intorno come unica possibilità, salvo sostituirlo con altro migliore.
Piacere ai ragazzi è l’unica cosa da fare e la cosa mi è stata chiara (e inaccettabile) fin dalle medie. È stato proprio alle medie che ho conosciuto quelle che oggi sono le mie “amiche”, non ricordo come sia successo, ma ad un certo punto mi sono ritrovata, mio malgrado, parte di un gruppo.
C’è Chiara Ruseo, una ragazzina abbastanza scialba, anonima, la classica brava ragazza che prende sempre distinto o ottimo senza essere né troppo secchiona, né interessante. Fa sempre i compiti, va al catechismo e non da retta ai ragazzi apertamente, ma solo quando si “imbosca” a pomiciare dopo il catechismo, dietro la chiesa.
C’è Annabella Saresi, la bella del gruppo, quella con “le tette a pera” già in terza media e le labbra che sembrano rifatte. Lei è quella che attira complimenti e ragazzi, ma è anche quella veramente stupida.

La terza è Eliana Andreoli, l’emancipata del gruppo. A 13 anni aveva già le sue cose da due anni, delle tette gigantesche e un po’ cadenti, qualche smagliatura sui fianchi e cosa che ai nostri occhi la faceva sembrare avanti anni luce, aveva già visto e toccato un sacco di piselli.
Poi ci sono io, musona e sempre altrove con la testa, intenta ad immaginare la mia vita decollare non appena riuscirò a lasciare questo posto. Il futuro meraviglioso è sempre stato il mio pensiero fisso.
Già a 13 anni ero convinta che sarei diventata una grande ballerina, ma sapevo che questo non sarebbe accaduto continuando a studiare danza in una città che non è altro che un grande paese. In questo posto ci vengono insegnanti che nessuno conosce e che di sicuro non mi prepareranno a grandi palchi.
Ho sempre fantasticato sul frequentare una scuola come quelle dei film, ero certa che a Roma o Milano ce ne fosse una e per questo mi sono messa a cercarla.
Fra gli esami di terza media, un’altra estate con struscio e il primo anno di superiori, ho iniziato a cercare online informazioni, numeri e indirizzi di scuole che ritenevo perfette per rendere possibile il mio “Sogno”. Ogni tanto ne chiamavo qualcuna e chiedevo informazioni sulle materie, gli insegnanti, le prove di ammissione…
Il mondo dentro di me diventava sempre più vivo e chiaro, quello intorno era sempre peggio. Le mie tre amiche non facevano altro, se pure con metodi, intenzioni e risultati diversi, che cercare di essere al centro dell’attenzione di qualche maschio. Io, più passava il tempo, più le ignoravo dedicandomi alle mie ricerche e quando finalmente ebbi raccolto abbastanza informazioni, decisi di affrontare i miei genitori per cercare di convincerli che non potevo aspettare di finire le superiori, sarebbe stato troppo tardi, dovevano mandarmi via prima.

Avevo considerato tutto: la scuola da frequentare, i posti in cui poter andare a vivere, loro non avrebbero dovuto perder tempo a organizzare nulla!
Non è andata ovviamente come avevo immaginato. Ho iniziato a parlare della cosa una sera a tavola, ma loro erano troppo impegnati a preoccuparsi di mio fratello maggiore, che già da un anno era all’università e che, a quanto pare, buttava i loro soldi. Ogni volta che provavo a tirar fuori la questione, mi interrompevano con frasi del tipo “ne parleremo fra qualche anno”, “non è ora il momento di parlare di cose che non sono fattibili”, “finisci la scuola e poi vediamo cosa vuoi fare”, ma io lo sapevo già molto bene quello che volevo fare e dovevo iniziare subito.
Per questo, senza che loro se ne siano resi conto, gli ho dichiarato guerra.
Inizialmente ho smesso di studiare e da studentessa modello, sono diventata una delle ultime della classe; poi ho lasciato la scuola, dapprima facendo sega senza che loro lo sapessero, poi rifiutando di uscire di casa la mattina. È una guerra all’ultimo sangue la nostra, si tratta di vincere o perdere tutto e io lo so da sempre che se non potrò fare quello che desidero, non farò nient’altro, resterò qui a vegetare a spese loro. Devo essere spietata, sono loro che mi hanno fatto nascere in questo posto orrendo, sono loro che preferiscono arrancare in questa città emarginata dal resto del mondo, invece di fare come tutti e andarsene.
Ci hanno provato in tutti i modi a riportarmi a scuola, da un lato mio padre con la sua severità e la sua aggressività da padre padrone, dall’altro mia madre con il dolore e l’imbarazzo della delusione provocata da una figlia che “si comporta stranamente”.
Ci sono stati momenti difficili e situazioni in cui ho seriamente avuto paura che finisse male.
Una volta mio padre mi ha tirato fuori dalla stanza in pigiama e mi ha trascinato letteralmente fino alla macchina per portarmi a scuola. Io mi sono opposta in tutti i modi e alla fine, probabilmente per evitare di uccidermi di botte, ha dovuto cedere lui.
Mia madre invece non fa che piagnucolare frasi del tipo “ma noi cosa ti abbiamo fatto, per essere trattati così?” “Mica ti impediamo di fare le cose”, “non puoi essere come tutte le altre e andartene quando avrai finito la scuola…?”
Abbiamo passato un anno intero così e nessuno di noi ha ceduto. Ho perso il mio secondo anno di scuola e le cose non sono cambiate.
Sono ossessionati dal fatto che non sia come le altre. Ma lo sanno come sono le altre? Vogliono davvero che io sia come le mie amiche? Che passi il mio tempo a preoccuparmi di piacere a un maschio? Le altre fanno questo, anche Chiara Ruseo, che loro considerano una tale brava ragazza, va al catechismo solo perché così può farsi gli “amichetti” dietro la chiesa. A quanto pare è proprio lì dietro che, non ricordo più chi, le ha messo le dita nella fica per la prima volta, ed è sempre lì dietro che, allo stesso o a un altro, lei ha succhiato il pisello.

Vogliono davvero che io sia come le altre?
Così siamo arrivati a quest’estate, quella per l’appunto del mio quindicesimo compleanno.

I miei genitori da sempre affittano una cabina in uno stabilimento balneare, lo stesso da anni. Quest’estate hanno però cambiato e siamo anche noi nello stabilimento di tutte le mie amiche. Credo che lo abbiano fatto per provare a riabituarmi alla normalità, qui ci sono un sacco di ragazzi della mia ex scuola, le mie amiche per l’appunto, e un bar in cui tutte le comitive di giovani si riuniscono in gruppo. Mi hanno costretto a venire in spiaggia, anche se in realtà sono io ad aver ceduto, venire al mare non è certo tornare a scuola.
Così essendo “obbligata” a venire, piuttosto che restare con loro, ho iniziato a passare più tempo con le mie amiche, in particolare, per sfuggire alle domande e alle prediche dei genitori delle altre, con Eliana, che è qui non con la famiglia, ma con il suo gruppo di amici grandi.
Giulio Enresi è uno di loro e l’ho conosciuto quasi subito. All’inizio non gli davo troppo retta, perché, anche se più grande, era stupido e vuoto quanto tutti gli altri maschi che ho conosciuto fino ad ora, ha però iniziato ad attirare la mia attenzione quando ho scoperto che a mio padre non piaceva per niente. Ogni volta che tornavo al nostro ombrellone, non faceva infatti che fare battute cattive “su quel mentecatto, maniaco che andava dietro alle ragazzine”. E più a mio padre dava fastidio, più io ci passavo del tempo.
Fu l’ennesima battuta acida a spingermi verso quella scelta finale.
Due giorni dopo era il mio compleanno e come ogni giorno, io e i miei, siamo andati in spiaggia alle 9 perché a quell’ora il sole non brucia. Arrivati allo stabilimento abbiamo occupato il nostro ombrellone, affianco alla solita coppia di anziani. La routine è sempre la stessa: al sole fino alle 10:30, poi ombra, bagno verso le 11:30, per poi raccogliere tutto alle 12:30, tornare in cabina, lasciare tutto e dirigersi verso casa per il pranzo delle 13:30.
In quel 20 di luglio, l’unica cosa diversa è stato il momento di condivisione dei pasticcini con i vicini di ombrellone per celebrare il mio compleanno, il resto è andato tutto come sempre e, come al solito, io ad un certo punto sono andata via in cerca dei miei amici.
Avevo deciso che quel giorno sarebbe cambiata ogni cosa e non avrei accettato di fallire.
Ho trovato tutti al solito posto del bar, mi sono seduta subito vicino a Giulio, facendo in modo che le mie cosce sfiorassero le sue sotto il tavolo. Non ho perso tempo e dopo qualche minuto gli ho messo una mano sulla coscia e ho iniziata ad accarezzarla, mi son detta “funzionerà così, se lo tocco capirà”.
Lui ha capito e mi ha invitato ad andare a fare un bagno. In acqua abbiamo scherzato un po’, giocato ad affogarci, a inseguirci e alla fine lui ha iniziato a baciarmi. Io avevo già baciato dei ragazzi, ma devo dire che dal movimento della sua lingua e dai morsetti che mi dava sulle labbra, si capiva che quegli anni di esperienza in più facevano la differenze. Mentre mi baciava mi toccava il seno e mi stringeva, spingendo il suo pisello duro contro il mio basso ventre. Io ho iniziato ad accarezzarglielo e più lo toccavo, più lui stringeva. Devo dire che più mi accarezzava, più iniziavo a sentire qualcosa nella pancia e questo ha reso le cose molto più facili.
Dopo dieci minuti siamo usciti dall’acqua, dal lato opposto rispetto al punto della spiaggia in cui si trovavano i miei genitori e passando da dietro gli ombrelloni per andare a rinchiuderci nella mia cabina. “Non preoccuparti Giulio, i miei resteranno sotto l’ombrellone ancora per molto, possiamo restare qui” gli ho detto chiudendo la porta.
Ed eccomi lì, schiacciata contro la parete di legno della cabina, a fare come tutte le altre, a farmi toccare ovunque, a farmi mettere le dite nella fica senza neanche abbassarmi le mutande del costume, a farmi guidare la mano su un pisello duro, che mi preme contro il ventre, a farmi dire “piccola troietta, volevi questo?” mentre stringendomi le cosce attorno ai suoi fianchi mi penetra. Eccomi lì, sono come le altre, con uomo che mi ansima addosso mentre spinge sempre più forte. Eccomi lì, a cercare di non pensare a quelle morse alla pancia e al sangue che sento scorrermi giù per le gambe… manca poco, sta per finire tutto e le cose cambieranno.
Eccomi qui, Mamma e Papà, sono come le altre, eravate voi a volermi così…
È questo quello che ho pensato quando, alle 12:30 in punto, i miei genitori hanno aperto la porta della cabina per lasciare tutto e tornare a casa per il pranzo.
Il dopo è facile da immaginare, c’è stato un grande trambusto, mio padre ha quasi ucciso Giulio Enresi, lo ha tirato fuori dalla cabina con le mutande calate, urlandogli “maniaco, io ti ammazzo, schifoso maledetto”. Per separarli è dovuto intervenire l’anziano vicino di ombrellone, che quasi ci rimaneva bloccato con la schiena a seperare mio padre da quel poveraccio seminudo e “colpevole” messo alla gogna davanti a tutti. Mia madre ha iniziato a piangere e a ripetere a mo’ di cantilena “che vergogna, che vergogna”. Lo ha fatto per giorni e chi lo sa, potrebbe continuare a farlo ogni volta che ricorderà l’episodio. Credo che alla fine abbiano anche deciso di denunciarlo Giulio Enresi.
In quanto a me, mi sono rinchiusa di nuovo nella mia passività aggressiva e dopo quest’ultimo traumatico episodio, hanno finalmente deciso di mandarmi via, per lasciarci alle spalle l’accaduto o per evitare che io finissi con “un mentecatto, maniaco in cerca di ragazzine”.
Vado a vivere da mia zia a Milano, riprenderò gli studi e nel tempo libero potrò frequentare una di quelle scuole appuntate sul mio taccuino.
Penserete che io sia stata crudele, calcolatrice e perversa nei confronti dei miei genitori e del povero Giulio Enresi.
Il fatto è che mio padre aveva ragione, quello non era altro che un mentaccato, maniaco in cerca di ragazzine che non si prendeva neanche la briga di abbassargli le mutande prima di farsele, e poi mi sembra di averlo messo in chiaro fin dall’inizio: io non sono affatto come le altre.

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