Condividi su facebook
Condividi su twitter

Cranio leso

di

Data

Io sono il capo di Giorgio Banghini. No, non nel senso che io sia il suo capoufficio o, addirittura, datore di lavoro. Sono la sua testa, cranio, melone. Come ve lo devo dire, per ficcarvi il concetto dentro la zucca, appunto?

Io sono il capo di Giorgio Banghini. No, non nel senso che io sia il suo capoufficio o, addirittura, datore di lavoro. Sono la sua testa, cranio, melone. Come ve lo devo dire, per ficcarvi il concetto dentro la zucca, appunto? E non provate neanche a confondermi con quello che chiamano il mio “prezioso contenuto”, il cervello. È vero che alla fine decide tutto lui, il cervello dico, ma se non ci fossi io a proteggerlo, col cavolo che lui esisterebbe: sarebbe una materia più o meno uguale a se stessa, priva di una propria identità ben definita, non distinguibile da altre masse cerebrali. Senza contare che privo della mia tutela non resisterebbe 5 minuti nel mondo esterno: sarebbe sufficiente poggiare su di esso il solo volume di una Enciclopedia, anche non Britannica, per far cessare la sua pomposa esistenza.
Io e Giorgio abbiamo vissuto a lungo una convivenza tormentata. Fondamentalmente non mi sento riconosciuto da lui. I momenti più belli, i ricordi più teneri sono del periodo seguente alla nostra nascita. Avevo soltanto una lieve peluria, quasi impercettibile e premonitrice, un accenno di quei capelli che tanta sofferenza avrebbero procurato ad entrambi, anche se per motivi completamente diversi. Che bel bambino! Che bella testolina! E giù a darmi bacetti, a sfiorarmi con somma attenzione, a maneggiarmi con cura. Attenzione, trattalo con delicatezza, ché non gli si sono ancora chiuse le fontanelle. È stato un periodo felice, indimenticabile. Mi tenevano tutti, o quasi, nella giusta considerazione. C’era una percezione della mia esistenza e della sua preziosità. Ho detto quasi. Giorgio, essendo un bambino, non aveva consapevolezza alcuna di me. L’età è una spiegazione, non una giustificazione: siamo arrivati intorno ai vent’anni e mai un pensiero, un’attenzione, una parola gentile nei miei confronti. Era sempre concentrato sui capelli, su questi cacchio di tentacoli piliferi attaccati a me.
È passato dalla pettinatura liscia con riga sul lato da gioventù ariana a quella riccia , mossa da un afro pettine di legno fattogli dal padre falegname di un suo amico. Il suo concentrarsi esclusivo sulla capigliatura, la superficiale cura per la copertura del mio essere, tutto quel narcisismo mi ha molto ferito. Le soddisfazioni personali erano poche, come quando gli dicevano “ Giorgio, hai proprio una testa dura!” e io, non visto, arrossivo per l’orgoglio.
Di pari passo alla sua noncuranza aumentava la coscienza di me stesso e il conflitto tra noi due. La guerra scoppiò definitivamente in occasione della separazione dei suoi genitori. Ebbe inizio la caduta dei capelli. Giorgio attribuiva ciò allo stress mentre io ne approfittavo per irrorarmi il meno possibile di sangue e potermi liberare di quella maschera fatua a cui lui teneva così tanto. Era come impazzito. Cercava nello specchio e nelle riviste di divulgazione medica una continua rassicurazione contro quel declino. Fui costretto a incamminarmi mio malgrado per una via crucis. Lozioni inventate da contadine ungheresi, farmaci vasodilatatori scoperti per caso in sala operatoria, centri svizzeri contro la calvizie. Quando questi esperti in camice bianco mi palpeggiavano avevo, per brevi momenti, l’illusione di quell’antica attenzione della prima infanzia. Macché. Era tutto strumentale. Mi toccavano, facendomi pressione con i loro polpastrelli insinuanti e poi dicevano: “Visto come è rosso il cuoio capelluto? C’è un processo infiammatorio in atto. E poi lo sa che i calvi sono statisticamente affetti in misura maggiore da artrosi cervicale e altre patologie?”. Ma bravi. Spendo una vita nella speranza che lui si accorga di me e con volgari tecniche terroristiche voi spostate ancora di più l’attenzione sulla sua ossessione tricologica?
Era guerra aperta, ormai.
Mi faceva massaggi colpevolizzanti con lozioni puzzolenti e appiccicose. In senso orario, in senso antiorario. Quindici minuti al mattino, appena sveglio, e quindi minuti la sera, prima di andare a dormire, per aprire i pori. E io invece i pori glieli chiudevo, volevo strangolare, far soffocare quei bulbi maledetti che si ostinavano nell’essermi ospiti parassiti e mai voluti. La lotta si trasformò in guerriglia. L’atteggiamento di Giorgio si era fatto insopportabile, da indifferenza si era trasformata in negazione. E io reagivo da infame. Ineluttabilmente. Mi faceva sopra dei riporti accurati, trascorrendo anche delle mezzore per costruirli? E io mi mettevo in geometrica e adeguata inclinazione rispetto al vento, mandandogli in un attimo all’aria la sua opera di finzione. Passò poi alla pettinatura all’indietro ma gli feci durare ben poco quella serenità: smisi del tutto di inviare sangue oltre la fronte, che in questo modo da alta si trasformò in una piazza senza monumenti. Lui mi svalutava con la propria indifferenza e io riaffermavo in ogni modo possibile la mia esistenza. Cranio Pride!
Era un crescendo rossiniano ma decisamente più drammatico e malinconico. Gli amici e i conoscenti occasionali facevano sempre più frequentemente battute sulla calvizie, rendendo la sua giovinezza un inferno. Avevamo qualche sporadica tregua durante i suoi flirt. Se le donne lo desideravano, significava che ci accettavano entrambi. I crani femminili provano piacere nell’essere accarezzati e apprezzano l’uomo che passa con dolcezza la mano tra i loro capelli. Quando le ragazze mi portavano al loro petto, appoggiandomi teneramente tra i loro morbidi seni, provavo ancora quella amorevole e struggente sensazione della cura materna. Poi si chinavano per baciarmi, aggiungendo a quella dei seni la morbidezza delle loro labbra. E lui cosa faceva? Si ritraeva vergognoso, imbarazzato, pieno di un pudore fuori luogo. Bastardo traditore. Ed era di nuovo guerra. Quante cattiverie e sgarbi ci siamo fatti tra di noi. Per tanti anni Giorgio si è ostinato ad avere una rappresentazione di me ancora coperto di capelli, una specie di sindrome dell’arto fantasma mentre io, quei pochi rimasti, li facevo spuntare in modo completamente casuale e sparso.
La consapevolezza della calvizie arrivò improvvisa e violenta in un mattino di agosto, dentro un villaggio vacanze. Si era ridotto all’ ultimo dei trucchi patetici per celare la chioma quasi inesistente: il taglio cortissimo. E si impuntava nel non portare copricapo di alcun tipo. Quel mattino in bagno, mentre si tagliava la barba, notò una specie di filo su di me. Fece per toglierlo ma invece tirò via con esso un lembo di pelle secca, ormai morta. Guardò con più attenzione e scoprì delle isole screpolate sulla mia superficie. Prese delicatamente tra due dita una increspatura e la sollevò: questa volta se ne venne via una parte più consistente. La mia epidermide era lì, nella sua mano, inconfutabilmente deceduta. Per la prima volta in vita sua si era scottato sulla testa e di conseguenza spellato. La sua capigliatura, è il caso di dire, aveva tirato le cuoia. Finalmente si era accorto della mia esistenza.
Si guardò allo specchio e poi ci chinammo, esausti.
La guerra era finita. Formalmente ne uscivo vincitore ma era una supremazia amara. Mi ero imposto come un conquistatore, ma non ero stato accettato per quello che sono. Giorgio in estate porta il cappellino da baseball, la bandana o il cappello azzurro di paglia. In inverno invece lo zuccotto di lana e il Borsalino. Il suo non è un atteggiamento di cura nei miei confronti, è semplice rassegnazione. Non è una storia a lieto fine come quelle in cui due, dopo tante traversie, scoprono il profondo legame che li unisce. Adesso Giorgio ed io conviviamo come una coppia matura che probabilmente non si è mai amata, ma che piuttosto si è lasciata andare alla consuetudine e il tenue affetto di una vita insieme, dettata da un destino non scelto da noi.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'