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Bizzarre riflessioni sul romanzo “Misery” di Stephen King

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Se anni fa qualcuno di voi si fosse azzardato a definire l’attività dello scrittore come un banale mestiere, avrebbe rischiato perlo-meno il taglio di un piede o di un pezzo più intimo da parte di Anne Wilkes. Se non ci credete, prendete pure informazioni su Paul Sheldon e vediamo chi di noi ha ragione.
Paul era uno scrittore – nato dalla fantasia di Stephen King – di-ventato famoso grazie ai romanzi con la protagonista Misery, una fanciulla afflitta da frequenti tachicardie d’amore. Lui per primo, morso da un complesso di inferiorità, si autodenunciò scrittore di un genere minore di letteratura, di una branca leggera senza ap-pigli con il turbamento delle coscienze.
Tuttavia, non dovete stupirvi se era capace di vendere milioni di copie, perché raccontava esattamente quello che le sue adoranti lettrici volevano leggere. E tanto gli bastava.
Come ben sapete, però, una vita senza conflitti è una vita attana-gliata dalla routine, non offre spunti nuovi e alla lunga rischia di diventare noiosa. È per questo che a Paul nacque una grande am-bizione: volle confrontarsi con gli altri autori, quelli con la A ma-iuscola, e dimostrare a se stesso e ai critici che poteva volare mol-to alto, scrivendo un Grande Romanzo. Ma, come avrete già capi-to, c’era un prezzo che Paul avrebbe dovuto pagare: uccidere l’eroina Misery.
Egli, quindi, si prese sul serio e partorì l’ultima avventura di Mi-sery, celebrandone il funerale; poi, al riparo dai riflettori del suc-cesso, si ritirò a scrivere il suo Grande Romanzo in un albergo tra le nevose montagne del Colorado, con una buona provvista di al-col.
Va detto che per Paul la paura della sconfitta si condensò nell’alcol ma, se può aiutare, ognuno di voi è libero di immagina-re la forma di dipendenza che più si attaglia a un autore moder-no.
Quando Paul terminò di scrivere la sua nuova opera, si convinse che avrebbe catturato ugualmente l’ammirazione del pubblico anche senza Misery. Ma per tragica ironia della sorte e per una catena di inspiegabili coincidenze fu proprio una sua fan, anzi la numero uno delle sue fan, a catturarlo, a drogarlo e a rinchiuder-lo per mesi in una sudicia camera di una topaia sperduta tra i bo-schi.
Paul voleva volare alto, ma si ritrovò in balia della sua lettrice più assidua che gli tarpò le ali. Lei era Anne Wilkes un’ex infermiera e, sentite bene, pluriomicida psicopatica. Definita l’angelo della morte, manteneva ancora un leggero contatto con la superficie delle emozioni umane proprio grazie alle avventure di Misery. E a queste non voleva rinunciare.

La storia raccontata da Stephen King è una grande metafora di come il sacro fuoco dell’arte e quello profano del successo possa-no, in certi casi, divorare l’anima e il fisico dello scrittore. E pog-gia sulla premessa drammaturgica che l’eroina Misery era stata accolta in tutto il mondo da una grande ovazione del pubblico, troppo grande per permettere all’autore Paul Sheldon di librarsi su una prosa di qualità e benedetta dai critici letterari.
Perciò, se Paul voleva mettere davvero fine al personaggio in cui milioni di lettrici si immedesimavano, doveva prima di tutto fare violenza a se stesso, salendo sulla croce per diventare il martire della separazione tra letteratura colta e di genere.
Anne incarnò questa violenza, che nella metafora si fece delirio accecante. Prima, strappò via a Paul un piede e poi un pollice, per levargli dalla testa l’idea di abbandonare Misery. E, nella came-retta insudiciata da schizzi di sangue e frammenti d’ossa, l’ex in-fermiera ottenne ciò che desiderava.
Infatti, Paul non aveva alternative a resuscitare Misery se non morire egli stesso. Accettò, così, di scrivere ancora un episodio della famosa serie. E per questo bruciò letteralmente il sogno di pubblicare il suo primo Grande Romanzo. I mesi passarono scan-diti dalle torture che Anne inflisse a Paul; e lo stillicidio di tor-menti fu ovattato fuori dalla neve e dentro dalle droghe.
Arrivati a questo punto, so per certo che molti di voi non vedono di buon occhio il giallo, il rosa e il nero; e giurano di leggere ben altro. Sappiate, quindi, che anche voi avete avuto un ruolo nel generare il travaglio interiore e fisico di Paul Sheldon.
Egli combatté contro la parte popolare di se stesso per scavare fi-no al midollo dei suoi personaggi, ma alla fine prevalse l’istinto primitivo di sopravvivere alle terribili menomazioni fisiche e mo-rali, alle rinunce insite nel cambiamento. Primum vivere.
È così che l’autore di bestseller mise a nudo la verità e scoprì con orrore di non essere il dio indiscusso dei personaggi che inventa-va. E scoprì, soprattutto, che sopra di lui c’era l’ossessione tiran-nica del pubblico per il mondo immaginario di Misery, che di fat-to gli corrompeva l’anima e il corpo. La protagonista dei romanzi era la sua vera carceriera: se Misery fosse morta sulla pagina, lui sarebbe morto nella gabbia che si era costruito attorno.
Ma vi chiedo un attimo di pazienza prima di dire che questo è il finale circolare che vi aspettavate, e cioè che nessuno riuscirebbe nell’intenzione di lasciare la vecchia strada lastricata di soldi e gloria, per quella ancora da costruire tra mille ostacoli.
Perché fu proprio grazie a questa umiliazione fisica e morale che Paul Sheldon realizzò la sua trasformazione. Infatti, terminata l’ennesima avventura di Misery, secondo i desideri di Anne Wil-kes, ecco che nello scrittore scattò qualcosa che gli fece riguada-gnare la propria dignità di uomo. Ferì a morte Anne, usando l’antiquata macchina da scrivere con cui nei mesi di prigionia a-veva dovuto lavorare e che aveva odiato profondamente. Quella macchina da scrivere, che nella vita di Paul diventò simbolo di espiazione e rinascita.

Non so se sia bello da parte mia augurarmi che qualcuno di voi si sia riconosciuto nel tormento di Paul, cercate comunque il senso positivo della storia: quello di mettersi in discussione e di riuscire a cambiare il proprio punto di vista.
Finalmente, lo scrittore conobbe se stesso. Non ricacciò più nell’antro oscuro del proprio subconscio l’ossessione del succes-so; ma la rese palpabile, l’affrontò e la superò.
Ne uscì devastato ma vivo. E seduto davanti a un monitor, trovò, tra le 9 dita delle mani, la libertà di scrivere piangendo lacrime di gioia.

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