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L’infortunio

di

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La vita non perdona nulla: basta un errore, un’esitazione e in un attimo il mondo è lì a presentarti il conto e quello che senti è come il colpo ravvicinato di una pistola, capace di stroncarti le gambe e l’esistenza

La vita non perdona nulla: basta un errore, un’esitazione e in un attimo il mondo è lì a presentarti il conto, e quello che senti è come il colpo ravvicinato di una pistola, capace di stroncarti le gambe e l’esistenza. Il 18 novembre del 1985 Joe Theismann, quarterback dei Redskins si prepara a giocare la sua ultima partita: non sa ancora che sarà l’ultima, ma sa che sarà quella decisiva, quella capace di dimostrare a tutti che anche a 36 anni e dopo una stagione traballante, il talento, l’impegno e la bravura sono in grado di mettere fine a un periodo no. Joe si è accorto che la gente è volubile: quelli che fino a qualche anno fa ti acclamavano come la macchina infallibile del football, il prodigio dell’american way, ora sono lì con il dito puntato e il fiato sospeso, ansiosi di vederti inciampare. Ma quella dovrà essere la sera del riscatto, la sera in cui ogni cosa tornerà al suo posto. Theismann è pronto a ricoprire il ruolo più importante, quello per cui si è preparato tutta la vita: il quarterback, il leader, colui che porta la sua squadra all’attacco, l’eroe del tempio americano. Ma quando è pronto a lanciare si accorge di essere solo: non trova nessuno che possa ricevere e allora in pochi secondi, gli avversari ne approfittano. Anche un eroe, lasciato solo, può diventare una preda facile. Lawrence Taylor lo placca bloccandolo con tutto il peso: la gamba di Joe si spezza ed è come se una pallottola gli arrivasse dritto al corpo e al cuore. È finita: la partita, la carriera, la realtà che ha sempre conosciuto. Perché la vita non perdona niente: basta una distrazione e in un attimo cambia tutto. Lo sa bene Chis Bachelder che nel suo “L’infortunio” (BigSur) racconta la storia di 22 amici che ogni anno si riuniscono, per ricordare il momento in cui Joe Theismann perse ogni cosa. Non importa chi si è nella vita quotidiana: in quel weekend si è solo un giocatore di football, pronto a rimettere in scena quegli attimi. E l’infortunio più crudele della storia sportiva americana diventa un monito per tutti: la crudeltà del caso è là fuori, ansiosa di agire, ma senza manie di protagonismo. Di chi è la colpa se un giocatore si frattura una gamba? Chi è il responsabile della fine di un matrimonio o di una vita non voluta? Un infortunio è solo un infortunio, così come 22 uomini sono solo 22 uomini che decidono di abbandonare le loro vite per un weekend all’anno, dimenticando famiglia, figli, mogli e lavoro per ripetere all’infinito una partita di football. Nelle pagine di Bachelder il grande freddo lascia il posto ad un’amara ironia, capace di vedere lucidamente la realtà del caso, senza meravigliarsene, ma guardandola dritta in faccia e sfidandola nell’unico modo possibile: ripetendo all’infinito i suoi schemi, fino a frammentarli e a renderli innocui.

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