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La cerva

di

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Questo lavoro ha richiesto più tempo degli altri. Ogni cosa ha il suo posto e deve creare il giusto riflesso nell’acqua. I ragazzi della troupe hanno avuto difficoltà a reperire la vecchia poltrona di velluto giallo, ma alla fine sembrava proprio quella dove sedeva quel vecchio ubriacone di mio padre.

Questo lavoro ha richiesto più tempo degli altri. Ogni cosa ha il suo posto e deve creare il giusto riflesso nell’acqua. I ragazzi della troupe hanno avuto difficoltà a reperire la vecchia poltrona di velluto giallo, ma alla fine sembrava proprio quella dove sedeva quel vecchio ubriacone di mio padre. Per la scelta della ragazza me ne sono occupato personalmente. Non tollero interferenze. Una sfilza di modelle anoressiche dell’est affollavano il corridoio dello studio. Non mi piacciono le russe, sembrano docili ma in realtà pensano a come fregarti. Le americane invece sono troppo disinvolte, non c’è candore sul loro viso, a 18 anni sembrano donne con già 20 anni di vita vissuta. Anna mi apparve come una visione, aveva la pelle di porcellana e indomiti capelli rossi; cercava di trattenere i ricci in una treccia stretta, ma alcuni ciuffi le adornavano il viso. Teneva gli occhi bassi. Nascosta dentro di lei c’era una tristezza e una malinconia a cui non aveva ancora dato voce. Ho avuto subito voglia di toccare la sua pelle, morbida come una distesa di latte, da cui potermi dissetare. Veniva dalla Norvegia; la sua voce era melodiosa, come le onde che s’infrangono sulla sabbia nelle mattine d’inverno.
Dopo averla scelta la rividi solo sul set. Indossava una vestaglia rosa, scelta apposta per lei. Mi avvicinai a lei per darle le ultime indicazioni. Le feci sciogliere i capelli, e un dolce aroma di mandorle si sprigionò dalla sua chioma. Le dissi di lasciare la vestaglia sulla ringhiera delle scale, lasciando intendere l’intenzione di riprenderla più tardi. Si tolse le pantofole ed entrò in acqua.
L’arredamento era completo, le foto in cima alle scale, la coperta abbandonata sul divano, come se qualcuno si fosse alzato di corsa, dimenticandosi poi di sistemarla; l’orologio sulla libreria che segnava le 17,05 e il flacone di pillole lasciato in bella vista sul tavolino. L’equilibrio perfetto. Anna rendeva tutto perfetto. Avrei voluto cacciare la troupe e restare lì a guardarla per ore. La luce si rifletteva sul suo torace, evidenziandone il lungo collo. I vestiti bagnati formavano una seconda pelle, come la pellicola che si crea dopo essere stati troppo esposti al sole. Le labbra socchiuse, trattenevano l’ultimo sussurro. Non volevo che la scena rappresentasse un momento chiaro, lo spettatore doveva lasciar vagare la mente, immaginare le storie possibili che avevano condotto la donna a ritrovarsi senza vita nell’acqua. Solo le donne sono così forti da riuscire a scegliere l’annegamento. Solo loro capiscono che l’acqua è un circolo di vita e morte continua.
Ci sarebbero volute ore, se non giorni, per finire l’intera opera, e questo significava più sedute con Anna. Durante le pause andava in camerino per riposare, mangiare ed asciugarsi. Chissà cosa pensa, lì, immobile, avvolta dalla calma e dal silenzio, estranea da ciò che la circonda. Sembra non guardare nessuno, eppure sa di essere al centro delle nostre attenzioni, dei nostri desideri. Rimane ferma, ci dona il suo corpo. Quando esce, mi chiede se voglio che abbassi una spallina della sottoveste. Le dico di no. Non voglio che sembri volgare. Deve giacere in attesa, senza vergogna. Ferma lì, sospesa senza tempo, senza i suoi ieri e i suoi domani. Per quelle ore è solo mia. Col passare del tempo comincio ad odiare tutte quelle facce che rapiscono un pezzo di lei; la porteranno a casa, ripenseranno alle sue braccia, nude ed infreddolite. Non sono più sicuro che questa foto sia una buona idea, anche se gli altri attorno a me gridano già al capolavoro.
Il volto di Anna non mi abbandona, mi accompagna a casa, e la sera, nel letto, mi ritrovo a rigirarmi tra le mani i provini fotografici. I primi piani del suo viso mi incantano; quegli occhi scuri, custodi di chissà quali segreti, hanno qualcosa di familiare, un’immagine che si è impressa dentro di me fin dall’estate dei miei dodici anni. Da bambino passavamo parte dell’estate nella casa di campagna dei genitori di mia madre, in Massachusetts. Io e mia sorella spesso costeggiavamo il fiume a valle in cerca di lumache o rane. Quella volta vedemmo qualcosa tra l’erba, nel punto in cui la corrente era più bassa. Si sentiva un odore strano, quasi rancido; Sylvia si spaventò e corse verso casa, io invece ero spinto dalla curiosità. Con la testa reclinata all’indietro, e gli occhi spalancati, vitrei, giaceva una cerva annegata. Il ventre era gonfio per l’acqua, e ormai il corpo stava imputridendo. I suoi occhi però sembravano aver immortalato il momento in cui deve aver capito che stava morendo, il terrore impresso nei suoi incavi scuri. Sul fianco aveva una ferita, sembrava la scia di un proiettile, forse un cacciatore. Non era stagione di caccia, mi immaginavo l’elegante animale passeggiare con tranquillità in quelle zone familiari, quando qualcosa a tradimento l’ha colpita. Ha provato a fuggire, ma sfiancata è caduta nel ruscello senza riuscire a trovare la salvezza. Ora giaceva immobile, avvolta solo dall’acqua.
Anche Anna era avvolta, ma nei suoi occhi non c’era terrore, anzi, trasmetteva come un senso di liberazione, come se quel liquido la riportasse al sicuro nel grembo materno, cancellando qualsiasi dolore passato. Era meravigliosa.
Non la rividi che qualche settimana dopo la fine delle riprese. L’ora di cena era passata e non aspettavo nessuno. Il suono del campanello rimbombò amplificato nella casa vuota. Sull’uscio della porta c’era lei; i capelli rossi liberi, gli occhi non più bassi, ma decisi, piantati nei miei. Aveva con sé una busta di carta. La feci entrare e la portai in salotto. Prima di sedersi sul divano di pelle mi porse la busta. Dentro, ben ripiegata, c’era la biancheria che aveva indossato sul set. Non era lavata, ma solo asciugata. Potevo sentire il suo odore.
“La costumista ha detto che potevo tenere i vestiti, o meglio, la biancheria. Credevo potesse farle piacere averla lei. Dicono che la foto avrà molto successo.” Non sembrava la ragazza remissiva che ha lavorato con me per tre intere giornate. L’ho osservata per ore, e adesso nei suoi occhi c’è una luce diversa, quasi spavalda, seducente. Accarezzo la sottoveste, il cotone sembra così soffice sotto i miei polpastrelli. Si alza per avvicinarsi a me.
“Vuole sapere a cosa pensavo nell’acqua?”
Si lo volevo sapere, una parte di me lo voleva disperatamente. Entrare nella sua testa, vedere attraverso i suoi occhi. Ma dall’altra parte, volevo che mi rimanesse l’immagine che io avevo di lei, che nulla interferisse e potesse rovinarla. Era così vicina, percepivo l’elettricità dei suoi ricci, l’odore di mandorle del balsamo.
“Pensavo che tutte quelle attenzioni fossero solo per me. Che ogni gesto era rivolto a me.”
Avvicinò le sue bianche mani alle mie, erano morbide come avevo immaginato. Si portò le mie dita alle labbra e su fino alle gote. Nei suoi occhi scuri, riuscivo a vedere la sua voglia che cresceva, certa che mi sarei abbandonato a lei. Ripensai alla cerva, anche lei sicura del terreno nel quale si stava addentrando, ignara dei pericoli.
Mi spinse le mani attorno ai suoi fianchi, baciandomi le labbra, il collo. La cosa mi inorridiva. Non era l’Anna che avevo scelto, così docile, sopraffatta dal dolore e in cerca di redenzione. Mentre continuava a baciarmi le mie mani salirono sul suo collo, liscio, così esile che le mie mani, nello stringerlo, si toccavano. Era semplice, bastava una piccola e costante pressione. Mi guardava, estasiata. Ma io continuavo, sentivo le vene pulsare sotto la calda pelle. Anna portò le mani sopra le mie, sta volta per allontanarle. Ed eccolo apparire. Il medesimo lampo di terrore di tanti anni prima. Il nero della pupilla si dilata, i capillari attorno agli occhi si fanno più vivi e dai suoi occhi sgorgano limpide lacrime. La bocca rimane socchiusa. Dopo quanto tempo nella stanza svanirà l’odore di mandorle?

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