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Il dubbio di Agnese

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So tutto, ho capito… non ho più il dubbio… ma voi non mi ascoltate… È domenica e Agnese è invitata a pranzo dalla zia paterna. Da sei mesi, dopo la morte del padre, è rimasta sola a vivere nella villa di famiglia allontanandosi di giorno in giorno da parenti e conoscenti: oggi si è trovata costretta a non poter declinare ancora una volta un invito.

So tutto, ho capito… non ho più il dubbio… ma voi non mi ascoltate…

È domenica e Agnese è invitata a pranzo dalla zia paterna. Da sei mesi, dopo la morte del padre, è rimasta sola a vivere nella villa di famiglia allontanandosi di giorno in giorno da parenti e conoscenti: oggi si è trovata costretta a non poter declinare ancora una volta un invito.
Tutte le mattine Agnese si occupa della gestione del patrimonio ereditato e il resto della giornata lo passa nella villa: la sua intenzione è riordinare la casa. Nel farlo si perde nei ricordi, ogni oggetto la riporta al passato.
Ha rivisto tutti i filmati di famiglia: circa venti anni della loro vita. Nel farlo ride da sola e poi piange accorata la perdita dei familiari. Taglio
Sei mesi evaporati in un battito di farfalla.
Oggi si è truccata e ben abbigliata. A colazione ha preso l’ansiolitico: il dottore, dopo l’ultimo lutto, ne ha aumentato il dosaggio perché non dormiva più.
Si sorride davanti allo specchio e prova altri possibili sorrisi. Nessuno le piace, ma sono tutti una buona maschera.
Giunta dalla zia trova la famiglia riunita al completo. Baci, abbracci, parole di convenienza intorno al tavolo domenicale. Dopo pranzo, seduti in giardino a prendere il caffè, la conversazione si indirizza su di lei. Tutti vogliono sapere come sta e cosa fa. Agnese risponde che sta bene, che è serena, che il lavoro la impegna molto: alle cinque del pomeriggio decide di andar via. È esausta: chiede che venga chiamato un tassì. Il cugino Dario, vedendola pallida, si offre di accompagnarla: dopo un attimo di esitazione, Agnese accetta.

Due settimane dopo il pranzo domenicale dalla zia paterna, Agnese è in casa a visionare ancora una volta i film della famiglia: ma questa volta qualche cosa l’ha spaventata.
“Accidenti, dove ho messo le pasticche?” dice a se stessa mentre sposta gli oggetti sul comodino, poi tutti quelli sul cassettone e non trovandole corre in bagno. Una goccia di sudore le scende dalla fronte sul naso e la scaccia con fastidio. Eccole li, sul lavandino. Ne prende due e le inghiotte bevendo acqua direttamente dal rubinetto. Insicura sui passi va a sedersi sulla poltrona vicino alla finestra della sua camera.
“Agnese dove sei?” La voce del cugino Dario la risveglia dal torpore nel quale è caduta.
“Sono qui” risponde Agnese con voce piatta.
“Ma cosa ti è successo? Hai una faccia…”
“Non sto bene.”
“Dimmi cosa ti accade.” Il cugino Dario si siede accanto a lei prendendole una mano.
“Ho rivisto i video della famiglia e…”
“e…?”
“ mi sono turbata.”
“Perché?”
“Ho visto una cosa che non ho capito. Una sensazione, un fantasma.”
“Un fantasma? Ma cosa dici…” Dario è sorpreso, ma anche contrariato.
“Sì un’ombra, una idea… ma poi non l’ho più ritrovata. Mi sono spaventata”
“Fammi vedere il video” chiede con voce ferma il cugino.
Scendono nello studio, le finestre sono rimaste chiuse e il proiettore è in stand by con la spia rossa accesa.
Seduti sul divano iniziano a visionare il filmato.
“Ecco deve essere qui: è quando Carlo e Giorgio stanno andando a prendere la macchina… è l’ultima immagine che abbiamo di loro. Mia madre ha visto questa ripresa centinaia di volte, noi volevamo che smettesse. Poi è morta di crepacuore. Ma lo sai già.” Conclude Agnese appoggiandosi allo schienale del divano.
“Non sapevo che guardasse sempre questo video…” Dice sottovoce Dario
“Non scherzare! Lo sapevano tutti: era un segreto di famiglia, no? Stava impazzendo. Come sta accadendo a me.” Risponde dura Agnese raddrizzandosi sul bordo della seduta.
“Cosa dici?!” Dario si alza contrariato e le si mette davanti in piedi.
“Che forse ora so perché mia madre è morta consumandosi. Il dubbio, aveva un dubbio. Ora il dubbio è mio.”
Blocca le immagini e le fa tornare in dietro.
“Guarda, guarda qui… la vedi l’ombra?” Chiede speranzosa Agnese
“No”
“Riproviamo”
Nessuno dei due riesce a vederla. L’operazione viene ripetuta cinque volte.
“Eccola, l’hai vista?” Chiede Agnese quasi gridando.
“No. Scusa, ma no.” Risponde secco il cugino.
“Ma si, guarda ancora!”
Dario continua a dire che non vede nulla.
“Ora spegni il video. E raccontami cosa è che hai visto” Impone Dario ad Agnese.
“Un’ombra vicino alla macchina. Che scappa via… l’incidente, hanno detto che forse la macchina era rotta, o che Carlo ha avuto un malore… la macchina era completamente distrutta. Ricordi? che orrore….i corpi bruciati nell’incendio …” mentre la sua voce si spegne le salgono le lacrime agli occhi.
“Basta Agnese, basta, smettila. Domani andiamo dal dottore. Non puoi restare in questo stato.”

Mi ricordo tutto! Voi non mi credete! Voi pensate che io sia matta e che ora sia incapace di sentire….ma io sento tutto….

La grande villa dove Agnese vive da sola è buia e silenziosa. Mentre sta sdraiata sul letto sente un rumore. Pensa ci sia qualcuno in casa e si alza a piedi scalzi. Si affaccia al corridoio e nella penombra della sera le sembra di vedere qualche cosa muoversi. Sto veramente diventando pazza, ora ho anche le allucinazioni, pensa.
La mattina dopo, mentre si prepara la colazione, ancora una volta ha l’impressione che qualcuno si muova in giardino. Apre la porta finestra e guarda fuori. Non c’è nessuno. Ma gli attrezzi da giardinaggio sono buttati a terra davanti alla porta della cucina. Oggi non deve venire il giardiniere, pensa.
Telefona al cugino Dario e gli racconta cosa le accade.
Lui ascolta in silenzio e poi le dice che forse non ricorda di aver spostato lei gli attrezzi la sera prima.
“No, dice Agnese, non penso di averlo fatto“ L’affermazione nella voce non ammette repliche.
“Agnese, ma tu vivi sola: chi vuoi che sia stato?” Risponde Dario, accorato
“Non lo so.”
“Hai preso le medicine ieri sera?”
“Sì.”
“Più tardi passo, ora stai tranquilla.”
Il cugino Dario aveva preso l’abitudine di passare ogni sera a trovarla. Parlavano bevendo insieme a volte un te, un caffè o un alcolico e poi se ne andava.
Con il tempo lui aveva suggerito che lei prendesse qualcuno a vivere li, ma lei si era rifiutata.

Lo so…. tutto quel bere insieme ogni volta che ci vedevamo….posso ricordare e pensare…..tutte le sere….

Poi erano iniziate le vere allucinazioni. Vedeva la madre sulle scale, o seduta nella sua poltrona, e quando cercava di avvicinarsi, quella scompariva. Non faceva mai in tempo a raggiungere le sue visioni. Le aveva sempre quando era lontana da loro.
Il dottore aumentò il dosaggio dei farmaci. Agnese in poco tempo non fu più in grado di lavorare e la cura del ricco patrimonio ereditato dal padre fu affidata a Dario e al notaio Urzi, da sempre amico di famiglia, che l’aveva affiancata dal primo giorno in cui si era trovata da sola al timone dell’impero economico ereditato.

“Ho rivisto il video oggi. Ho visto una scarpa, e una mano e un orologio al polso della mano… dell’ombra.”
“Agnese ti sbagli, non c’è nulla in quel video.”
“Ti dico di sì. Un orologio e una scarpa.”

Possibile che nessuno capisce che ci sono ancora? Sto cercando di parlare, ma nessuno se ne accorge… mi muovo, lo vedete?

Era molto dimagrita facendosi ogni giorno più debole e triste. Le allucinazioni continuavano e Agnese aveva preso l’abitudine di parlare con loro. Erano tutti li, intorno a lei: la madre, il padre e i fratelli. I loro fantasmi le facevano compagnia: non si avvicinavano mai, restavano sempre distanti e nella penombra. A lei bastava.
Dario continuava a passare tutte le sere per prendere un aperitivo insieme.
Un giorno la trovò svenuta a terra in cucina. La fece portare nella clinica di fiducia della famiglia: dove erano nati tutti loro e dove era stata ricoverata ed era morta la madre di Agnese.
Agnese non rinvenne: né quel giorno, né i seguenti.
Passarono i mesi e Agnese fu dichiarata in coma irreversibile. Dario aveva continuato ad andare a trovarla tutte le sere e restava con lei una mezzora a parlarle sottovoce. Aveva anche cura di controllare il calendario previsto per le analisi e si teneva aggiornato sul loro esito. Il personale della clinica, sorpreso da tanta costanza, prese l’abitudine di lasciarli soli nella loro intimità organizzando i turni di accudimento di Agnese sull’orario delle sue visite.
Passarono due anni. Dario e le zie decisero allora di portarla all’estero e di darle la dolce morte.

No! Sono qui! Non vedete che ci sento e che posso muovermi? È ancora solo una mia allucinazione? Ma io vi sento e so cosa volete fare… fermi, fermi non lo fate!

“È giunta l’ora. Procediamo?” Chiede a Dario il medico in camice bianco.
“Procedete.”

Rientrato in Italia, Dario andò direttamente alla villa della cugina. Entrò nello studio e prese l’ultima copia del video dei cugini Carlo e Giorgio. Lo tenne in mano per qualche attimo, poi lo distrusse schiacciandolo con una scarpa. Seduto alla scrivania aprì la cassaforte e ne estrasse quattro voluminosi pacchetti di denaro.
Il compenso per i fantasmi.

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