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I praghesi non usano l’ombrello

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Praga non mi libera. Non scioglie i legami fra noi due. Questa matrigna ha gli artigli. Allora bisogna sottomettersi, oppure dovremmo incendiare due punti, il Vysegrad e il Castello, allora...

Praga non mi libera. Non scioglie i legami fra noi due.
Questa matrigna ha gli artigli. Allora bisogna sottomettersi,
oppure dovremmo incendiare due punti, il Vysegrad
e il Castello, allora sarebbe possibile liberarsi.
Franz Kafka, lettera del 20 dicembre 1902 a Oskar Pollak

Piazza della Città Vecchia. Sullo sfondo la torre del Municipio della Città Vecchia

Una debole pioggia bagnava la Piazza della Città Vecchia, dove la torre del Municipio si innalza e si estende come a voler bucare il cielo. Marco camminava sul selciato bagnato facendo attenzione a non scivolare, anche se non riusciva a tenere lo sguardo fisso a terra. La torre era illuminata di un giallo acceso, spettrale, che risaltava davanti al blu spento del cielo serale. Una folla numerosa se ne stava immobile davanti all’orologio della torre, mentre aspettava i suoi rintocchi col naso all’insù. Marco andò dritto, superò i turisti, e con le mani in tasca e il cappotto ben stretto si incamminò verso il ponte Carlo. La visione che si trovò davanti sembrava dipinta dalla stessa mano che aveva colorato lo scenario di prima. Marco si accorse presto che l’atmosfera gotica dominava l’intera città, trasformandola in una fiaba spettrale e romantica.

 

Superati i suonatori di violino che si esibivano sul ponte, Marco scese le scale a sinistra dirigendosi verso l’isola di Kampa. Non era sicuro che fosse una buona idea visitare il parco dell’isola con quel tempo, ma dovette ricredersi quando lo vide affollato di ragazzi e coppie per la mano. La pioggia non sembrava dare fastidio quasi a nessuno. Per paura di rovinarle, tutti i turisti avevano nascosto le loro macchine fotografiche e risultava difficile scovarli in mezzo alla gente. Come in un gioco infantile, ogni volta che Marco si trovava all’estero cercava di individuare la gente del posto in modo da poterla osservare più da vicino, scoprirne il carattere, le usanze, i comportamenti, per poi confrontarli con quelli del suo popolo e in particolare con i suoi. Marco pensava che la parte più bella da visitare in una città straniera, oltre ai musei, fossero proprio le piazze e le strade e, principalmente, le persone. Quella sera, il gioco si fece difficile perché tutti i turisti avevano nascosto le loro macchinette per salvarle dall’acqua, nonostante non fosse altro che una leggera pioggerellina. Ma ecco che presto, a voler osservare bene, Marco individuò la prima cosa che rendeva i praghesi tali: non portavano l’ombrello. La pioggia non sembrava dare fastidio a nessuno di loro quando correvano, passeggiavano, parlavano. Mentre gli altri, gli stranieri, si riparavano sotto un fiume di ombrelli. Allora, anche Marco chiuse il suo e iniziò la sua vacanza da vero praghese.

 

Marco si svegliò molto presto la mattina del secondo giorno con l’intenzione di sfruttare appieno il tempo a disposizione. Il primo museo che avrebbe visitato era quello dedicato allo scrittore Franz Kafka. Mentre percorreva i vicoli che lo avrebbero portato dall’altra parte del fiume, si accorse di quanto diversa fosse quella città di giorno. La visione della notte disegnata a tinte forti e scure era sparita, per lasciare spazio a un’immagine chiara, splendidamente luminosa e vivace. L’arte si immergeva nella città, che sembrava non riuscire a contenerla all’intero di palazzi e musei, così quella scivolava via inondando interi quartieri. A Marco sembrava di passeggiare all’interno di un museo interattivo, ricco di statue e colori, che invadevano i giardini e le strade e capì subito che Praga era molto più giocosa di quanto dava a vedere.

David Černý, Statua di Franz Kafka
David Černý, Babies
David Černý, Piss

Arrivato molto presto, Marco riuscì a visitare il museo dedicato a Kafka completamente solo. Come un ospite d’onore, lo scrittore lo guidò personalmente lungo un percorso che gli avrebbe dato la possibilità di sbirciare, anche se solo per pochi minuti, tra le sue lettere più private nelle quali si lamentava del suo corpo e del difficile rapporto con il padre. Spinto da una specie di perversione voyeuristica, Marco lesse con particolare attenzione la corrispondenza con le varie fidanzate, sentendo dentro di sé tutta la malinconia e il senso di alienazione che lo scrittore doveva aver provato nella sua vita. Quelle lettere, molto più che i racconti e i romanzi, gli mostravano il volto interiore di un uomo che non riuscì mai ad accettare sé stesso fino in fondo. Terminata la visita al museo, Marco fece una passeggiata in centro per visitare di nuovo i luoghi che aveva visto la sera prima. La torre del Municipio era ancora allo stesso posto, così come l’orologio astronomico, eppure tutto sembrava diverso e reale, e la sera prima pareva solo il ricordo di un sogno.

Orologio astronomico sulla torre del Municipio della Città Vecchia
Vista della città dalla torre del Municipio della Città Vecchia

La giornata terminò con la visita all’isola di Kampa e al suo museo di arte contemporanea. In particolare, un’opera si impresse nella mente di Marco e lo accompagnò per tutta la serata, rivedendola anche dopo essere uscito dal museo. Le tinte forti, nere, che spezzavano il bianco della tela, che colavano verso il basso, come linee sanguinanti, davano a Marco la sensazione di un amore sofferto, di una interiorità dolorante, che pervadeva gli artisti della città e, dopo quella visita, anche lui.

Jan Kotík, Painting 8

La mattina del giorno seguente, Marco si svegliò di nuovo molto presto e ne approfittò per visitare il castello di Praga appena aperto. Entrò come prima cosa all’interno della cattedrale di San Vito innamorandosene all’istante. Il gioco di luci che gli appariva di fronte agli occhi lo stordiva, estasiandolo come l’assenzio che aveva bevuto la sera precedente.

 

Una volta fuori, continuò a visitare il castello, mentre i colori della cattedrale gli restavano ancora impressi sulle pupille. Uscì appena in tempo per il cambio della guardia e subito dopo decise di visitare la collina di Petřín. Da lassù poteva avere tutta la città davanti agli occhi e sentirla propria, stringendola in un abbraccio ideale.

Vista della città dalla Collina di Petřín

Nei giorni successivi, Marco visitò altri musei e cercò di camminare da una parte all’altra della città evitando i mezzi pubblici. Voleva respirare l’aria di Praga, camminarne le strade, perdersi tra i vicoli dei quartieri e chiedere indicazioni alla gente del posto. Una di queste lunghe passeggiate lo condusse al quartiere ebraico. Di nuovo fu accompagnato dallo scrittore Kafka, la cui statua lo attendeva all’ingresso della sinagoga spagnola, nella visita alle sinagoghe del quartiere e al vecchio cimitero ebraico, nel quale ascoltò, sulla tomba del rabbino Judah Löw, la leggenda del golem plasmato con il fango del fiume Moldava per difendere gli ebrei praghesi dalle persecuzioni.

Jaroslav Róna, Statua di Franz Kafka

Da quella visita Marco capì che Praga era anche e soprattutto un paese di storie. La narrazione era qualcosa che la città aveva dentro e le leggende sul suo conto erano numerose. Dalle apparizioni di cavalieri e morti annegati ai diavoli e ai fantasmi che si aggiravano di notte. Ci sarebbe voluta un’altra vacanza per ascoltarle tutte e Marco non escluse che sarebbe tornato proprio per questo.

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Foto: Michele Recine

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