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“Piccolo Lessico del Grande Esodo”: le parole della migrazione

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Le parole per raccontare la migrazione

Raccontare le migrazioni non è mai semplice: occorre saper scegliere le parole giuste, i termini adatti e, soprattutto, saper tracciare i confini esatti. Chi è il migrante? E’ l’altro capace di terrorizzarci? E’il riflesso della nostra umanità vulnerabile che ci fa paura? E’ la dissoluzione della nostra identità? O la dimostrazione che l’identità può essere più fragile di quanto pensiamo? Sono queste le domande, più o meno esplicite, che ci poniamo di fronte alle ondate migratorie degli ultimi anni. Spesso, trovando risposte inadatte, aggravate da un lessico inadeguato e da un pensiero fuorviante. A farci riflettere sulla complessità semantica del racconto migratorio è un libro, edito da MinimumfaxPiccolo lessico del grande esodo: ottanta lemmi per pensare la crisi migrante”, a cura di Fabrice Olivier Dubosc e Nijmi Edres.

80 parole per raccontare un “esodo”, tale è la forza politica, sociale e culturale che i flussi migratori stanno assumendo: è il ritorno drammatico e potente di ciò che avevamo dimenticato, cacciando sotto il letto i fantasmi della crudeltà e della complessità, talvolta violenta, dei giochi geopolitici. La vulnerabilità ci terrorizza, così come raccontare in modo diverso una storia che nella sua semplicità ci rassicurava: inciampiamo negli errori, confondendo termini e situazioni, desiderosi di confortarci in una storia spesso stereotipata. Ma d’altronde parlare di migrazione significa confrontarsi con temi complessi, come la vita e la morte, noi e gli altri, l’identità individuale e sociale: per farlo occorre imparare le parole giuste e comprendere come e quando usarle.

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