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L’invasione

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Flavio Carlucci si alzava ogni giorno alle 4:30 di mattina, usciva di casa alle 5:15 per aprire il bar che stava a pochi minuti da casa sua, all’incrocio fra Via Casilina e Via Tempesta. Per questo stava dormendo già da un’ora quando, alle 23 del 10 settembre 2014, riaprì gli occhi, svegliato da una strana e incomprensibile litania, simile a un canto religioso, che arrivava dalle finestre lasciate aperte per il caldo.

Flavio Carlucci si alzava ogni giorno alle 4:30 di mattina, usciva di casa alle 5:15 per aprire il bar che stava a pochi minuti da casa sua, all’incrocio fra Via Casilina e Via Tempesta. Per questo stava dormendo già da un’ora quando, alle 23 del 10 settembre 2014, riaprì gli occhi, svegliato da una strana e incomprensibile litania, simile a un canto religioso, che arrivava dalle finestre lasciate aperte per il caldo.
“A stronzo, ma che cazzo stai a cantà, vedi d’annattene, senno scendo e ti sfondo” disse affacciandosi la prima volta… “ao m’hai sentito, statte zitto, che cazzo stai a dì, terrorista de merda, io devo lavorà, vattene al paese tuo a cantà”.
Alle 23:05 rientrò in casa una prima volta, chiuse la finestra sbattendola, spense di nuovo tutte le luci e provò a dormire. Probabilmente si girò e rigirò nel letto, senza riuscire a fare altro se non concentrarsi su quella voce e sul caldo che faceva in camera ora che aveva dovuto chiudere la finestra. Così la rabbia deve essere aumentata, minuto dopo minuto, prendendo il posto del sonno.
Alle 23:25 si alzò di nuovo dal letto e come un furia iniziò ad urlare contro la moglie.
“Sti stronzi criminali che vengono qua a rubacce er lavoro e a dacce fastidio, sto quartiere non se po più guardà, è na schifezza co tutti sti stranieri.”
“Li devono fa morì in mare, sti bastardi, e pure a chi li aiuta! È n’invasione, ce stanno solo loro ormai, i negozi so tutti dei bangla e dei cinesi e fra un po’ ce ne dovemo d’anna noi perché ce devono sta loro.”
“Sto pezzo di merda, e prega e continua a pregà questo…”
“T’ho detto che devi smettere, vattene a stronzo… a terrorista de merda, vattene”, gli urlò contro, affidandosi per la seconda volta e lanciando una bottiglia che aveva preso da una delle cassa d’acqua che conservavano fuori in balcone.
“T’ammazzo, di te ne devi andà.”
È in quel momento che suo figlio, all’angolo fra Via dei Dulceri e Via Pavoni, deve aver riconosciuto la voce del padre e visto la reazione di stizza dell’uomo sotto casa sua, mentre la bottiglia gli cadeva addosso.
Massimiliano Carlucci quella sera aveva fatto un po’ più tardi del solito, ma il mercoledì aveva la scuola calcio e il padre era sempre un po’ più flessibile se non rientrava per le 23. Di solito, anche solo un quarto d’ora, lo faceva diventare una bestia, ma nel giorno del calcio chiudeva un occhio, per premiarlo della costanza che aveva negli allenamenti.
A Massimiliano il calcio in realtà non piaceva per niente, ci andava per assecondare suo padre che era particolarmente fissato con il pallone, la Roma e con l’idea di avere un figlio “meglio de l’altri a tirà calci”.
Ultimamente gli allenamenti non andavano così bene, era stato sostituito e messo in panchina per atteggiamenti fallosi, era la terza volta di seguito e quella sera, mentre tornava a casa con Riccardo M., amico di scuola e compagno di squadra, gli rodeva un bel po’.
A lui il padre gli aveva insegnato a reagire quando subiva un torto, pure in campo… “mena, tu mena sempre pe primo” gli ripeteva in continuazione, ma agli altri non gli piaceva il fatto che lui “menasse pe primo.”
“E chi lo sente mi padre, quello ora fa un casino con quello stronzo del mister, Riccà… che palle, speramo che sta a dormì e che quanno o vedo domani s’è scordato e nun me chiede niente.”
“A Max, ma è lui che sta ad urlà come un pazzo? Ma che succede, annammo a vedè… corri?”
Massimiliano Carlucci esitò per un attimo, sperava di evitare l’incontro con suo padre e lui invece era lì, già eccessivamente infuriato per qualcosa. A volte proprio non riusciva a capire perché si arrabbiasse tanto e quella sera avrebbe preferito non incontrarlo, avrebbe evitato volentiere una delle sue sfuriate violente.
“Nnamo Max, e daje” gli disse di nuovo Riccardo M., spronandolo a seguirlo sotto casa.
Shandaz, aveva 28 anni quando incontrò Massimiliano Carlucci, non era un bel periodo per lui. Da pochi mesi era nato suo figlio, ma la sua famiglia era in Pakistan. Non l’aveva mai visto il bambino e non sapeva quando sarebbe accaduto perché il lavoro l’aveva perso e trovarne un altro era un bel po’ complicato.
Quando era arrivato in Italia, lo zio lo aveva assunto nel suo ristorante, ma poi era partito per Londra e lo aveva lasciato a spasso senza neanche più una casa.
Come altri nella sua situazione s’era messo a vendere fiori e accendini e pregava, pregava il suo Dio, come fanno in molti in momenti di difficoltà. Vagava e a volte pregava, cantando versi del Corano per le strade dell’unico quartiere che conosceva un po’. Era per questo che si trovava sotto casa Carlucci quella sera.
“Come cazzo te permetti de sta sotto casa mia eh?Mi padre t’ha detto che te ne devi andà, hai capito, vattene che è meglio, se te dice che devi annà ascoltalo.”
“Ammazzalo Massimilià, ammazzalo de botte sto stronzo.” Urlava dal balcone Flavio Carlucci.
Shandaz continuò a pregare, se ne sarebbero andati, quelli come Massimiliano Carlucci gli davano fastidio di continuo, ormai aveva capito com’erano i ragazzini italiani, se ne andavano sempre alla fine…
“Menaglie Massimilià gonfialo, ammazzalo…”
“Vattene te ne devi d’anna, lo senti, hai capito vattene…”
“Lascialo sta Max, annamo non t’aggità anche tu” deve aver detto Riccardo M. prima di farsi da parte, spaventato dall’ improvvisa furia dell’amico.
“Se ne deve d’annà, se mi padre je dice che deve annà, deve spari, hai capito?” Ma Riccardo M. si era già allontanato, mischiandosi alle persone che iniziavano ad avvicinarsi.
“Hai capito! Hai capito! Vattene, vattene pezzo di merda, ao m’hai sentito, non rispondi, non capisci, stronzo, m’hai stufato, se te dico che te ne devi andà, tu te ne vai”
Non sapremo mai se la causa di quello che sarebbe accaduto in pochi minuti sia stata l’indifferenza di Shandaz o la gran brutta giornata di Massimiliano Carlucci.
Alle 23:40 del 10 settembre 2014, Massimiliano Carlucci, smise di urlare e colpì per primo, come gli aveva insegnato suo padre, prima un pugno dritto in faccia e poi calci, calci e ancora calci nello stomaco, nelle costole e alla testa di Shandaz che era a terra e che quella sera stava vagabondando e pregando per strada come fanno in molti in un periodo di difficoltà.
“Daje Massimilià fagliela pagà, gonfialo, ammazzalo!”
Quando è arrivata la polizia Massimiliano Carlucci, circondato dalle persone che hanno provato a fermarlo ha detto “so stato io, solo un pugno gli ho dato.”
Non se li ricordava nemmeno tutti quei calci, il padre gli aveva insegnato a menà sempre pe primo, a tirà calci… e lui aveva menato e tirato calci e non s’era accorto che la gente dai balconi gli urlava di smettere, che Shandaz era a terra, che Shandaz non reagiva, che dalle orecchie di Shandaz usciva sangue, che Shandaz non si muoveva più.
“Se deve sempre menà per primo, ricordatelo Massimilià, tu mena pe primo!”

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