Recensione Moonlight

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Si dice che non l’abbia meritato. No, Moonlight proprio no. Il Premio Oscar 2017 come miglior film doveva andare a qualcun altro.

Si dice che non l’abbia meritato.
No, Moonlight proprio no. Il Premio Oscar 2017 come miglior film doveva andare a qualcun altro.
Ad esempio a un acclamato musical di paillette, lustrini e buoni sentimenti, che strizzando l’occhio alle pietre miliari di quel filone, ripercorre le orme degli immortali Singin’ in the Rain, West Side Story, Grease e Cabaret.
Già, si pensa che non l’abbia meritato.
Ne era convinto persino l’uomo delle buste, che ha bello che deciso di consegnare a Warren Beatty quella col nome sbagliato. Qualcuno in principio ha tentato di spiegare l’impeachment paventando la galoppata arteriosclerosi dell’ex Dick Tracy il quale, invece, si era semplicemente limitato a declamare ciò che era stato riportato dentro quella busta.
Insomma, si ritiene che non l’abbia meritato.
Che Moonlight sia un’opera che non lascia il segno. Che i suoi riconoscimenti – ma l’Oscar è davvero un inequivocabile sintomo di qualità? – altro non siano che l’istintiva risposta del Liberal Political Thought alle reazionarie suggestioni trumpiane. E che del regista Berry Jenkins ci si dimenticherà presto e in fretta.
E se in un senso più intimo lo avesse invece meritato?
Perché Moonlight non è solo un prodotto. Non è necessariamente l’ennesima pagina scopiazzata di emarginazione razziale. E non è soltanto, e forse non vuole essere, un autoreferenziale manifesto della black condition all’interno della sempre più intollerante società americana. La storia di Chiron, narrata in tre distinte fasi della sua esistenza – infanzia, adolescenza e prima età adulta – riesce in larga parte ad avere un significato e un valore intrinseci.
All’inizio ritroviamo un bambino che fa fatica ad esprimersi. Introverso ai limiti del mutismo, lo vediamo percorrere con andatura ciondolante i boulevard fatiscenti di una Miami lugubre e periferica. È già solitario come un adulto, Chiron, pur senza averne gli strumenti per consapevolizzarlo: la madre, drogata e fuori di testa, è una crudele miscela di disinteresse e anaffettività. Lo salva Juan, spacciatore con la faccia da buono, che si prende di cura di lui, lo accoglie in casa, lo accudisce pur rimanendo nei limiti border line della propria condizione umana. L’inquadratura a pelo d’acqua, che ci mostra il bambino tra le braccia del padre putativo mentre gli insegna a nuotare tra le onde dell’oceano, suggella una sorta di battesimo pagano in cui si ufficializza l’investitura di Juan a figura di modello e riferimento per il futuro.
Il Chiron adolescente accentua quello status di sostanziale estraneità al contesto, che è un po’ come quello di una nota a margine non occupata dalla scrittura. Subisce il bullismo dei coetanei, che captano la sua matrice eccentrica e peculiare. Il tutto viene accentuato dalla morte di Juan (non sappiamo né perché né da quando) e dall’esponenziale inadeguatezza della madre a… fare la madre. Nota di merito per l’attore, l’esordiente Ashton Sanders, che riproduce la camminata zoppicante del Chiron bambino adattandola a un corpo di teenager, e replicandone allo stesso tempo lo sguardo sperduto nei confronti della vita. Anche qui, c’è la fortuna (o il merito) di un incontro decisivo: il plot lascia intravedere una sorta di infatuazione di Chiron per Kevin, suo compagno di high school. I due, ritrovatisi sulla stessa spiaggia dove il primo ha imparato a nuotare, vivono un momento d’intimità in cui il protagonista scopre consapevolmente la natura e l’indirizzo della propria sessualità.
Il Chiron adulto sembra raccogliere i frutti di quanto seminato. È diventato uno spacciatore tra i più influenti della malavita di Atlanta. Indossa una bandana nera uguale a quella che metteva Juan, e sfoggia una tagliola d’oro massiccio che gli ricopre la dentatura. È un duro, in sintesi, il che cozza un po’ col tono dimesso e quasi tenero del Chiron infante. Eppure il cinismo, ereditato in prima istanza dai comportamenti materni e dalle angherie subite nel periodo scolastico, è la maschera da indossare per chiudere all’angolo i sentori delle proprie insicurezze. Per dimenticarsi, in buona sostanza, delle scorie del passato. Una telefonata, alla fine, cambierà il corso degli eventi, dando la possibilità a Chiron di tornare a dare ascolto a quel bambino triste e arrabbiato che, semplicemente, reclamava il suo posto nel mondo.
Il marchio più forte di Moonlight è senz’altro quello registico. Le immagini che voyeuristicamente si soffermano sui corpi, sulle facce, e sui dialoghi per lo più frastagliati di pause e silenzi, richiamano molto più al filone asiatico alla Wong Kar-way che al cinema americano indipendente. Nelle inquadrature che lasciano margine al visto più che al detto, al non-spiegato piuttosto che allo spiegato, al vissuto invece che al parlato, trova spazio d’essere una vena poetica che compensa quel filo di retorica e d’incoerenza che talvolta ritroviamo sospesi sopra l’intreccio narrativo.
In altre parole, lo schematismo e la tendenza didascalica del film finisce coll’essere sopraffatta dalla forza della sua rappresentazione visiva, il che colloca Moonlight in un reparto speciale dell’intero apparato del cinema hollywodiano. Non foss’altro perché risulta davvero difficile non empatizzare con il Chiron adulto quando, in una delle ultime sequenze, trova il coraggio di dichiarare la propria fragilità a Kevin, confessandogli che egli è stato “l’unico uomo che lo abbia mai toccato”.
È in quel momento, che la sua rinascita può compiersi.
È allora che, per parafrase Freud, l’adulto può pacificamente convivere col bambino che è stato.
È solo a seguito di questa rivelazione che quello stesso bambino può tornare a nuotare in quell’acqua nella quale, prima e rara volta, si è sentito amato.
Perché l’amore – Oscar o non Oscar, Moonlight o La La Land, buste giuste o sbagliate che siano – Chiron se l’è davvero meritato.

 

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