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Eterosessuale

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Ieri, durante la pausa tra la lezione di matematica e quella di religione, A.P. si è avvicinato e mi ha detto: “abbiamo trovato un soprannome per te.” Ho sorriso. Era da tempo che aspettavo che me ne mettessero uno. Tutti i miei compagni di classe hanno un soprannome.

Capitolo 1

Ieri, durante la pausa tra la lezione di matematica e quella di religione, A.P. si è avvicinato e mi ha detto: “abbiamo trovato un soprannome per te.”
Ho sorriso. Era da tempo che aspettavo che me ne mettessero uno. Tutti i miei compagni di classe hanno un soprannome. Potevo finalmente sentirmi parte del gruppo. Della magnifica classe 2^A. Ero uno di loro.
“Evviva, finalmente!” ho esclamato.
M.V. ha preso da parte A.P. e gli ha parlato all’orecchio. Ho sentito che bisbigliava questa frase: “… non andiamoci pesante, quella parola va bene!”
M.V. è un bravo ragazzo. A.P. è tornato da me.
“Eterosessuale” ha sghignazzato.
“Non capisco” gli ho detto.
Hanno sorriso tutti, come per dire “tu non ti preoccupare, noi lo sappiamo bene”. Ho sorriso a mia volta e sono tornato al mio banco. La prof era entrata.
Per tutta l’ora di religione ho riflettuto su quella parola. “Eterosessuale”. Non l’ho mai sentita prima, ma non volevo fare la figura dello stupido. Tutti sembravano conoscerla. Ho guardato M.V.. Anche lui mi stava guardando. Mi ha fatto l’occhiolino.
Io ed M.V. siamo amici. È stato lui a insegnarmi come fare le pugnette. Eravamo seduti sui gradini delle scale del palazzo dove abito, quando mi chiese se me le facessi. Gli risposi di averne soltanto sentito parlare, così lui mi ha insegnato quali erano i passaggi da fare. Non che me lo abbia fatto vedere praticamente, tengo a specificarlo. È stata una lezione teorica. Mi ha aperto un mondo. Non pensavo che afferrare il mio pisello e caricarlo come un fucile ad acqua potesse provocarmi tanto piacere. La prima volta mi sono rinchiuso in bagno per venti minuti. Mi sono seduto sul bidè e ho iniziato a caricare il mio fucile. Ho smesso di giocarci quando ho sentito come se il mio pisello avesse espulso qualcosa, anche se effettivamente non era uscito nulla. E d’improvviso è diventato sensibilissimo. Non riuscivo nemmeno più a toccarlo. Il braccio destro mi faceva così male che sembrava volesse staccarsi dal corpo.
M.V. mi aveva detto che quando mi faccio le pugnette devo immaginarmi qualcosa che me lo faccia diventare duro. Mi aveva detto che potevo scegliere tutte le ragazze della classe, tranne A.F. Lei era già sua. Io ho provato un po’ con tutte. Ognuna valeva l’altra. L’unica che non ho pensato è G.L. perché sembra un rospo. Ricordo un giorno di quasi un anno fa, ero nel mio letto, e caricavo il mio fucile ad acqua dando ripetuti pugni alla coperta che si gonfiava ad ogni colpo. Mentre la mia mente passava in rassegna tutte le ragazze della classe, all’improvviso si è intrufolato nella mia mente M.V.. Ho cercato di figurarmi come lui si facesse le pugnette. Chissà se nel letto, come lo stavo facendo io o nel bagno. Il mio pisello si è gonfiato un po’ di più e ho sentito uno strano movimento sotto la pancia. Un formicolio che cresceva. Partiva dall’ombelico e proseguiva giù, fino ad arrivare al pisello, che era sempre più duro. Ho stretto i denti e ho riprovato la stessa sensazione di espulsione. Questa volta non ho impiegato venti minuti. Me ne sono bastati almeno dieci in meno. Ho fatto un gemito e ho atteso che il mio corpo trovasse il suo equilibrio e andasse via la super sensibilità al pisello. Ho rimesso le mutande e ho sistemato le coperte, pronto per andare a dormire. Ma le mie mani erano bagnate. Avevo qualcosa sul palmo e tra le dite. Qualcosa di appiccicoso. Sono andato in bagno e ho visto che le mutande erano sporche. Le ho lavate sotto il rubinetto e le ho strizzate forte. Le ho indossate di nuovo. Non potevo stenderle in balcone o lasciarle nel portabiancheria. Mamma se ne sarebbe accorta subito. E io avevo appena fatto qualcosa che non dovevo fare.
“Eterosessuale”. Pensavo ancora a quella parola. Di sott’occhio ho riguardato M.V., che è seduto al banchetto della fila accanto alla mia, e improvvisamente una paura immensa mi ha attorcigliato le budella. Avevano scoperto tutto. Avevano scoperto i miei pensieri. Avevano capito che da quando mi facevo le pugnette pensavo a lui, a M.V.. Che soltanto pensando a lui riuscivo a sentire quel formicolio così gradevole che ogni volta mi faceva esplodere in un gemito e che dovevo tacere per non svegliare la mia famiglia. Come avevo creduto fosse possibile tenere nascosto per sempre il mio segreto? La classe ha iniziato a vorticare intorno a me, veloce, e mi è mancata la terra sotto ai piedi. Il mio viso è avvampato. Ho chiesto alla prof di andare in bagno. Ho aperto il rubinetto e ho sciacquato le mani e la faccia con acqua ghiacciata. Ne ho messa anche un po’ dietro il collo e le orecchie. Mia mamma lo fa quando sente che sta per svenire. Prima di ritornare in classe ho racimolato tutte quelle strane sensazioni e ho rinchiuso tutto all’interno di un sacco. L’ho nascosto nella pancia, dove partiva il formicolio. Adesso sentivo un vuoto incolmabile. Mi sono asciugato e sono ritornato in classe.
Quando mi sono seduto al banco, ero gelido, come una distesa di ghiaccio senza forme di vita. Lo sguardo impassibile. Al suono della campanella di fine lezioni, ho salutato sia A.P. che M.V. abbozzando un sorriso. Ho voltato loro le spalle, sono andato via e ho camminato dritto, né lentamente né velocemente. Camminavo come se stessi passeggiando lungo il viale di casa in una giornata spensierata di primavera. Quando però sono davvero arrivato al viale di casa, sono crollato. Quella distesa di ghiaccio si è sciolta, liquefatta dal fuoco della mia rabbia. Bruciavo su ceppi ardenti. Ero talmente disperato che quasi ho rischiato di far scoprire il segreto anche alla mia famiglia. Quando mia sorella ha aperto la porta di casa, ho pianto, come un bambino, come se avessi avuto cinque anni e non dodici; lei è più grande di me di due anni, o come preferisce dire mamma, di 22 mesi. Mi ha chiesto cosa avessi, mi ha rassicurato sul fatto che un brutto voto non è mica una tragedia. Le ho raccontato che i miei amici mi avevano dato come soprannome “eterosessuale”. Non capiva. Non sapeva cosa significasse, o, almeno, non aveva le idee chiare. Siamo corsi in cameretta e dalla libreria abbiamo tirato giù il grande dizionario della lingua italiana. Ci siamo chiusi in bagno, lontani da occhi indiscreti, lontani dai nostri genitori. Quasi sembrava che stessimo cercando un incantesimo di magia nera nel grimorio di una strega. Abbiamo sfogliato il dizionario fino alla lettera “E”. Mia sorella, coll’indice, è arrivata alla parola “eterosessuale”:
“L’individuo che si sente sessualmente attratto esclusivamente dall’altro sesso”.
Mia sorella ha riletto:
“L’individuo che si sente sessualmente attratto esclusivamente dall’altro sesso”.
Il concetto continuava a non essere chiaro. Mi ha guardato e ha fatto spallucce.
“Non capisco, non sembra un’offesa” mi ha detto, guardandomi con occhi smarriti.
I miei occhi erano colmi di lacrime. Avevo bisogno che qualcuno mi desse delle spiegazioni, che mi dicesse cosa stava accadendo. Ma nessuno sembrava esserne capace. Nemmeno mia sorella, nemmeno il dizionario che racchiude tutta la conoscenza del mondo. Nessuno mi avrebbe spiegato come era stato possibile avere accesso ai miei pensieri e perché sentivo come se la mia vita fosse appena stata macchiata.

 

Capitolo 2

Prima di scrivere quello che adesso segue, bisognerebbe che infilassi tredici fogli bianchi. Tredici fogli, uno per ogni giorno trascorso fino ad adesso. Vuoti come mi sono sentito io. Ma continuare così non mi aiuta. Devo togliere questa merda che ho dentro. Tredici giorni fa sono stato a casa di M.V.
Non è la prima volta che vado da lui, ci vado spesso. Studiamo insieme e lui copia i compiti. Finge di impegnarsi, teme che io possa arrabbiarmi se li copiasse solamente. Quando sono da lui, dopo aver studiato, solitamente trascorriamo le giornata in giardino, sdraiati sull’erba a guardare le tartarughe. Ha quattro tartarughe di terra adulte. Hanno fatto le uova, ma non abbiamo potuto vederle. Sono sottoterra, in profondità. Però nella taverna ha dei grandi contenitori di plastica e dentro ha almeno venti piccole tartarughe, alcune nate quest’anno, altre nate negli anni scorsi. Abbiamo dato loro da mangiare un maccherone. Lo hanno mangiato in venti.
Tredici giorni fa, pioveva. Una pioggia sottile, quella che sembra che non ti bagni. Era vapore. Il giardino sembrava fosse invaso dalla nebbia. Siamo stati quasi tutto il tempo nella tavernetta. È come un acquario, le pareti sono di vetro. Abbiamo studiato inglese. Ero seduto al grande tavolo di legno – la famiglia di M.V. è molto ricca – e ricopiavo gli appunti in bella. M.V. girava in tondo, percorrendo tutto il perimetro della tavernetta. Sembrava agitato, anche se lui è già di suo una persona iperattiva. C’è stato il momento in cui ha finto di volersi interessare a quello che stavo facendo. Io accetto il suo comportamento, voglio che lui sia il più vicino possibile a me. O almeno lo volevo…
È venuto dietro di me e mi ha poggiato le mani sulle spalle. Poi si è chinato e ha messo la testa accanto alla mia, guardando sul quaderno.
“I would like, I’d like… la forma abbreviata… è semplice!” ha detto.
Ho sentito il soffio del suo alito sull’orecchio. Ho chiuso gli occhi. L’ho annusato. Era buono. Assurdo, credevo che un alito o puzzasse o non avesse odore. Il suo era buono. Si è distaccato da me e ha fatto un giro del tavolo. Io continuavo ad avere la testa china sul quaderno e mi sono accorto di aver ricopiato due volte la stessa parola. La sua presenza mi assoggettava. M.V. si è fermato a metà stanza e si è guardato intorno. Poi si è diretto a una cassettiera di legno, alta quanto lui, e da un cassetto ha preso due sigarette.
“Mi sono rotto. Le ho rubate a papà” ha detto, indicando le sigarette con lo sguardo. Le teneva in mano, quasi nascoste. “Vieni con me!”
Ho posato la penna e l’ho guardato.
“Che vuoi fare?” gli ho chiesto.
“Hai mai fumato?”
“Sì… una volta” mentii.
“Sai aspirare?” mi ha chiesto.
“No. E dove andiamo?”
“Un posto dove vado sempre a fumare. Non ci può vedere nessuno.”
Siamo usciti dall’acquario per immetterci in quel mondo annebbiato dalla pioggia sottile. Ho seguito M.V.. Siamo sgattaiolati dietro la tavernetta e dopo essere passati tra due cespugli, abbiamo scavalcato un muretto. La sua abitazione confina con una ferrovia sui cui binari passano esclusivamente i treni merce. Ci siamo ritrovati sulla banchina. La pavimentazione era da poco stata fatta, i mattoncini di pietra erano puliti. Abbiamo proseguito lungo la banchina fino a raggiungere una piccola casetta. C’era una porta di ferro grigia e sopra, attaccato, un cartello nero con un teschio indicava “Elettricità – Pericolo di morte”. Ci siamo fermati proprio lì davanti. M.V. mi ha dato una sigaretta e si è accesa la sua. Ero agitato. Non avevo mai fumato prima e non sapevo come fare. Gli ho voltato le spalle e ho camminato fino al bordo della banchina, fingendo di essere interessato a quel luogo. I binari, di colore rossiccio, erano sotto di me; distavano almeno un metro e mezzo. Sporsi i piedi oltre il confine. Pensavo di mostrarmi coraggioso in quella prova di equilibrio. All’improvviso ho sentito il fischio del treno e mi sono ritratto. Si avvicinava velocemente e il rumore delle ruote si faceva sempre più assordante. Rimbombava nella testa. Non avevo mai visto un treno merci. Trasportava enormi container di vari colori. Faceva paura. Mi è sfrecciato davanti ad altissima velocità. Per un attimo ho pensato che potesse farmi volare via. Era lunghissimo. Una volta passato ha lasciato dietro di sé una folata di vento, che mi ha scompigliato i capelli, e un boato nella mia testa.
“Belli vero?”
Mi voltai a guardarlo. Alle sue spalle aveva la casetta con il suo pericolo di morte. La sua figura era adombrata dalla nube di pioggia. Indossava un giubbotto, aperto sul davanti, e reggeva la sigaretta tra le labbra. La sola vista di lui mi rendeva vulnerabile.
“Accendi quella sigaretta!” mi ha detto.
Mi sono avvicinato per prendere l’accendino. Ma lui ha fatto segno con una mano per dirmi che l’avrebbe accesa lui. Ho messo la sigaretta in bocca e ho avvicinato la testa, in direzione del suo petto. Ha messo una mano a coppa, come protezione dall’acqua – con i polpastrelli ha toccato la mia guancia – e con l’altra mano l’ha accesa. Ho dovuto usare tutta la mia concentrazione per evitare di strozzare. Mi aveva totalmente in pugno. Ci siamo riparati dalla pioggia mettendoci con le spalle al muro della casetta, c’era una tettoia di tegole, e abbiamo fumato. Non ho mai aspirato, non potevo rischiare di fare una brutta figura. Abbiamo lanciato i mozziconi sui binari. M.V. ha parlato poco quel giorno e quelle poche frasi che ha detto erano intrise di un potere ipnotico. Il cielo era bianco e aveva solamente alcune sfumature grigie. Forse quella pioggerellina si sarebbe trasformata, in breve, in soffice neve. Ho aperto la mano, rivolgendo il palmo verso l’alto, e ho lasciato che la pioggia l’accarezzasse.
M.V. mi ha guardato con un sorriso, sembrava quasi imbarazzato.
“Allora, mi fai vedere l’elefante?” ha detto.
L’ho guardato con aria interrogativa.
“… la proboscide” ha aggiunto indicando con la testa le mie parti basse.
Ho finto di girare su me stesso, guardando le rotaie e fingendo che qualcosa aveva appena attratto la mia attenzione.
“Allora?” ha detto M.V. “Non ti sei mai fatto le pugnette con i tuoi amici?”
Ho fatto una mezza risata, cercando di capovolgere i ruoli e far apparire lui come l’alieno.
“Ma no!” ho esclamato.
“Non ti sei mai fatto le pugnette con qualcun altro?” ha domandato di nuovo. “Sai quante volte è accaduto con A.P. e gli altri!”
Ho pensato che forse era una trappola. Che dentro alla casetta si nascondessero gli altri e che mi avrebbero umiliato. Il cartello di pericolo acquisì colori più forti; il teschio splendeva.
“Eterosessuale!” avrebbero gridato additandomi.
“Non dire stronzate” ho detto a M.V..
“Non sto dicendo stronzate!” ha risposto lui. “Non mi credi? E vieni a vedere che c’è qui dentro!”
Si è girato verso la casetta. Ecco, avevo ragione. Era la mia fine. M.V. ha maneggiato un lucchetto che teneva chiusa la porta. Lo ha tolto; non so come abbia fatto. Ha aperto la porta ed è entrato.
“C’è un pericolo di morte” gli ho detto.
“Tranquillo, non hanno ancora messo nessun filo elettrico qui dentro.”
La stanza era vuota, lo si vedeva da fuori. Poggiate sul pavimento c’erano solo delle cassettine di legno. A.P. e gli altri non erano lì dentro. Forse M.V. è come me. Questo ho pensato. Forse M.V. è eterosessuale. L’ho seguito entrando nella casetta. Adesso il cartello “Elettricità – Pericolo di morte” non si vedeva più. Ma c’era.

***

Su una delle cassettine di legno c’era lo scatolo di una pizza. Ho pensato che fosse una strano luogo per nascondere del cibo. M.V. ha aperto lo scatolo. Dentro c’era un giornaletto. Un giornaletto porno. Ci siamo seduti sulle cassettine di legno. M.V. si è calato immediatamente i pantaloni e ha sfogliato il giornaletto fino ad arrivare a una pagina a cui aveva fatto un orecchio. Se lo è toccato da sopra le mutande.
“Ti vergogni? Ce l’hai piccolo?” mi ha domandato.
In realtà aveva cominciato a gonfiarsi quando lui aveva abbassato i pantaloni.
Come se fosse la cosa più naturale al mondo, e con una sicurezza che gli ho invidiato, si è ha abbassato anche le mutande. Ha cominciato a caricare il suo fucile ad acqua. Quante volte lo avevo immaginato così? Se penso che è… era… una pratica che ho fatto tre volte al giorno e che la sua immagine è balzata nella mia testa almeno un anno fa, 3X365=1.095. Ho pensato a lui 1.095 volte. L’ho immaginato così come era in quel preciso istante. Così come lo avevo, finalmente, davanti agli occhi. M.V. guardava la rivista che aveva disposto su una cassettina. Sulla pagina aperta c’erano due donne nude, in posizioni che si addicevano di più a degli animali quadrupedi.
“Oh, vedi che tra un po’ finisce il gioco” mi ha detto lui.
Ho sbottonato i pantaloni e li ho abbassati. Ho abbassato anche le mutande, tanto non avevo bisogno di farlo crescere. Lo era già. Anzi, mi è sembrato subito di sentire quel formicolio alla pancia che spingeva giù. Ho creduto di esplodere senza nemmeno toccarmi il pisello. Nel momento in cui l’ho preso in mano è passato un altro treno. Il pavimento ha iniziato a muoversi, sembrava ci fosse il terremoto. La casetta vibrava forte, come se volesse crollare. Per un attimo ho avuto paura che davvero crollasse e che potessimo morire sotto le macerie. Ho iniziato anche io a caricare il fucile ad acqua. M.V. guardava fisso il giornaletto, sembrava non essersi nemmeno accorto che anche io avevo cominciato. Guardai il giornaletto. Qualcosa però sembrava girarmi gli occhi verso M.V. Come se i miei occhi fossero legati a dei lunghi fili che M.V. tirava, costringendomi a guardarlo. Non avevo più bisogno di pensarlo, lo avevo di fronte. M.V. mi ha guardato e io ho girato immediatamente gli occhi verso il giornaletto. Quando anche lui è tornato a volgere i suoi occhi sulla donna di carta, mi sono voltato ancora e ho riguardato la sua mano che si muoveva repentinamente. Non ho più distolto gli occhi e sono esploso, guardandolo. In quel momento, non solo è crollata la casetta, ma l’intero universo. Ero stato avvisato, “Elettricità – Pericolo di Morte”. M.V. si è alzato di scatto e mi ha afferrato per il bavero, schiantandomi contro al muro. L’ho guardato con occhi impauriti e interrogativi. Non capivo. Lui era eterosessuale come me. Cosa stava facendo?
“Ricchione di merda. Sborri mentre mi guardi? Ricchione di merda.”
L’ho guardato e non ho risposto. Cosa potevo dirgli?
Ecco quale era la parola che avevano inizialmente deciso di darmi come soprannome, ma che M.V. aveva voluto far sostituire con eterosessuale. Ricchione. Per quella non dovevo prendere il vocabolario. Era così evidente che quelle due parole fossero in pratica le stesse, era un concetto così logico, ma a cui non avevo pensato. Mai.
“Ma come cazzo ti permetti!”
Mi spinse forte contro la parete premendomi con un pugno sullo sterno.
“Sei ricchione?” mi ha domandato.
Ero senz’aria.
“Per favore lasciami” l’ho pregato.
Mi ha sputato in faccia. Ripetutamente. Poi mi ha buttato su una cassetta di legno e con una mano mi ha bloccato il busto e con l’altra le gambe. Ha accumulato saliva, richiamandola dalla gola, e mi ha sputato ovunque. In testa, sul collo, nell’orecchio, sulle mie parti intime che erano ancora scoperte.
“Sei ricchione?” mi ha chiesto di nuovo. “Rispondimi!”
E ha continuato a sputare. Sentivo la puzza della sua saliva, acre.
“Sì, sì, sì. Lasciami per favore.”
Forse era meglio se non glielo avessi detto, che gli avessi lasciato il dubbio. Prima o poi la saliva sarebbe finita.
Mi ha trascinato fuori dalla casetta, strusciandomi a terra. Ho cercato di rialzare i pantaloni. Li ho sistemati alla bell’e meglio. Il cielo aveva perso le sfumature grigie, era soltanto bianco. Ho sentito un altro treno sopraggiungere. M.V. mi ha tirato per la felpa e mi portato vicino al bordo della banchina.
“Ti prego, che vuoi fare?” gli ho domandato, mentre mi proteggevo le parti del corpo che strusciavano a terra.
M.V. mi ha sollevato, mettendomi in piedi. Sentivo il frastuono del treno diventare sempre più forte. Un fischio. Il treno aveva suonato la tromba, segnalando il pericolo. Il pericolo di morte. Ci è sfrecciato davanti tenendo il fischio. Mi ha spaccato i timpani.
Mentre il treno fuggiva veloce davanti ai nostri occhi, M.V. mi ha spinto per buttarmi giù. Ho chiuso gli occhi. Ho immaginato di dover sentire uno schianto. Immaginavo già le parti del mio corpo staccarsi e schizzare in aria, tra fiotti di sangue. Ho creduto di non aver sentito alcun dolore perché il dolore era troppo forte. Cosa sente una persona a schiantarsi contro un treno? Ho tenuto gli occhi chiusi finché non ho sentito più alcun rumore. Poi li ho riaperti. M.V. mi teneva per la maglietta. Mi aveva spinto, ma mi aveva anche riacciuffato. Mi aveva ucciso per riportarmi in vita.
“La prossima volta portami questa…”
M.V. mi ha buttato a terra, come un sacco dell’immondizia, mi ha guardato e ha unito i pollici e gli indici delle sue mani, formando un rombo.
“… la fessa di tua sorella.”
Poi è andato via.
Stava nevicando.

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