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Antologia delle poestie. Puntata 22: l’Ibis Calvino

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Continuando la nostra carrellata sui principali narratori del Bovecento incontriamo l’Ibis Calvino (Imaginificus Calvus), un uccello di razza ligure, nato  per caso a Santiago de las Vegas, nell’isola di Cuba, durante una cova prematura avvenuta nel corso di una migrazione.

Continuando la nostra carrellata sui principali narratori del Bovecento incontriamo l’Ibis Calvino (Imaginificus Calvus), un uccello di razza ligure, nato  per caso a Santiago de las Vegas, nell’isola di Cuba, durante una cova prematura avvenuta nel corso di una migrazione.

Per tutta la vita il Calvino dispiegò le sue ali contro ogni conformismo culturale.

Nel caos delle migrazioni post belliche, usava le sue penne per scrivere con la più lucida intelligenza, a dispetto della perenne supremazia dei più forti nella catena alimentare, perché la violenza ingiustificata è contro la Natura stessa. Per sottolineare l’importanza della ragione, l’Ibis Calvino si rasò a zero il nero piumaggio della testa, e non lo fece crescere mai più. Rimase per sempre calvo, giacchè al posto delle nere piume, fermentò sopra la sua intelligenza la vitalità varia e vasta della vita, col suo tipico mistero continuamente presente e raffiorante nella realtà. Come le ali sono due, divise eppure inseparabili nel volo, il realismo e la fantasia del Calvino creano uno sdoppiamento dei piani interpretativi, ed ecco che nella trilogia de I nostri antenati, con tre favole allude, in maniera allegorica e simbolica, alla situazione di ogni animale. Sono Il Visone Dimezzato, Il Barboncino Rampante e La Cavalletta Inesistente.

Nel Visone Dimezzato narra la storia di un visone della Boemia del Settecento che decide di pararsi di fronte alla palla di un cannone per dividere se stesso a metà e riuscire a sfuggire al terribile destino di finire in una morbida pelliccia per qualche dama freddolosa.

Nel Barboncino Rampante narra la storia di un nobile barboncino che, per sfuggire alla ridicola tosatura in stile Luigi XIV, sale sui rami di un albero ed ivi rimane per sempre, vivendo a mezz’aria, felice dei suoi ricci incolti e selvaggi.

La Cavalletta Inesistente, infine, narra di un prode cavaliere, Agilulfo degli Sguisciavermi, noto all’epoca del regno del Grillo Magno per non essersi mai tolto la corazza. Tra gli altri grilli, cavallette e locuste in genere, che erano al servizio dell’imperatore del Sacro Saltellante Impero, circolava la leggenda che sotto l’esoscheletro lui non esistesse, che fosse invisibile. Riconoscibile solo grazie al suo carapace, Agilulfo è il simbolo di un’ esistenza robotizzata, ligia solo al dovere ed alle regole, al di fuori delle quali non si è capaci di essere niente.

Le tre favole parlano della condizione degli esseri viventi, tutti perennemente scissi tra due verità. L’appartenenza ad una specie è una mera finzione tassonomica, eppure ogni animale si illude di coesistere in quella.

 

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