Condividi su facebook
Condividi su twitter

Aveva ragione sua madre

di

Data

«Preferisce che ci diamo del lei o del tu?» Non so, mi dica lei. «Probabilmente il tu è sufficiente. Io sono Simona» Io Francesco. «Bene, Francesco, come mai ha sentito il bisogno di incontrami? Voglio dire, di incontrare una psicoterapeuta?»

«Preferisce che ci diamo del lei o del tu?»
Non so, mi dica lei.
«Probabilmente il tu è sufficiente. Io sono Simona»
Io Francesco.
«Bene, Francesco, come mai ha sentito il bisogno di incontrami? Voglio dire, di incontrare una psicoterapeuta?»
Come mai? non riesco neanche a parlarne. Sono pietrificato dalla paura, lo stomaco è come se fosse un pugno anzi stretto da un pugno, anzi un sasso, è un sasso, si è ristretto e rappreso ed è diventato piccolo e duro come un sasso, e non ci passa più niente né da una parte né dall’altra, non ci passa neanche l’aria, è per questo che non respiro, che poi che c’entra mica l’aria passa nello stomaco, cioè sì, ci passa per forza, altrimenti quando dici che hai l’aria nello stomaco che dici? No aspetta quella è l’aria nella pancia, vabbe’ che quella è altra aria, non è quello che non mi fa respirare, è aria che esce dall’altra parte, anche se c’era una barzelletta da piccolo, com’era che diceva? Cosa sono i rutti? Sono scuregge che hanno preso l’ascensore. Non mi ha mai fatto ridere tanto ma adesso un po’ ci rido, mi serve ridere un po’, mi serve non pensare, una risata innocente non fa male, anche su una battuta stupida da ragazzini, quante battute stupide si fanno da ragazzini, ma perché ci fanno ridere tanto quando siamo ragazzini? Forse perché da ragazzini uno si accontenta più facilmente, è tutto bello, basta poco per stare bene, pochissimo per ridere, invece da grandi ti fai un sacco di pippe mentali per ridere. Che poi adesso proprio non ho niente da ridere, non c’è proprio niente da ridere, cazzo. Che paura. Ok, devo trovare la forza di parlare, di rispondere…
«Francesco? Al telefono mi avevi accennato di qualcosa che riguarda tua moglie, che era in ospedale. È tornata a casa?»
Sì, è stata dimessa giovedì non è strana questa espressione? Dimettere. Cioè, quando te ne vai via da un lavoro, ti dimetti tu. Quando invece ti mandano via dall’ospedale, ti dimettono loro. Che incongruenza e prima di andare via abbiamo parlato con i dottori.
«Ti eri già fatto un’idea?»
No, io non avevo nessuna idea. Io non avevo mai avuto il coraggio di pensare niente, aspettavo le analisi e basta. Solo qualcuno mi ha fatto pensare a qualcosa.
«Chi?»
Sua madre. Che ne so quale programma ha visto in TV, uno di quei programmi che parlano della gente che sta male, è andata da lei e le ha detto: «ma non è che è quello?» ma io dico con tutta la tensione che già abbiamo, che i dottori ci hanno detto che devono vedere meglio che ha, che non possono fare una diagnosi finché non fanno gli esami accurati, che non sappiamo che aspettarci e siamo tesi come corde di violino, tu prendi e vai da tua figlia e gli dici così? Ma io dico pure se lo pensi ma tienitelo per te, no?
«Sei arrabbiato con lei?»
E certo che sono arrabbiato con lei!



no, non sono arrabbiato con lei. Lo so come è fatta, è ingenua no aspetta non volevo dire ingenua. Cioè è pure ingenua ma non è quello che volevo dire volevo dire spontanea più che ingenua è spontanea, dice le cose che le passano per la testa senza pensare. Ogni tanto ci dovrebbe pensare ma non lo fa, ma non è che gli posso dire niente, alla fine pure lei è spaventata, pure lei non sa che aspettarsi. Però porca miseria ma che vai a dire a tua figlia una cosa del genere? Quando lei mi ha detto cosa le aveva detto la madre, io ho risposto ma figurati, sono sicuro di no, stai tranquilla, ma che vuoi che ne sappia tua madre, ma non lo so se lei ha sentito la mia voce che tremava, io quando lei mi ha detto quello che le aveva detto la madre mi si è gelato il sangue cioè ho sentito proprio che nelle vene si era bloccato tutto non riuscivo più a muovere le gambe che non lo so come ho fatto a muovere la bocca per dire ma figurati stai tranquilla ma che vuoi che ne sa tua madre, poi ho aspettato qualche minuto almeno credo qualche minuto forse era qualche secondo ma mi sono sembrati minuti stavamo seduti sul divano quando mi ha detto quello che le aveva detto la madre e dopo che le ho risposto ho lasciato passare qualche minuto e poi ho detto dai guardiamoci qualcosa in televisione ma prima devo andare un attimo in bagno io non dico mai devo fare pipì lo so che sembra una cosa innocente ma io dico solo devo andare in bagno è più educato. Mia mamma mi ha insegnato così e mi sono alzato e volevo sminuire quello che aveva detto la madre non dare importanza pensare ad altro e farle pensare ad altro e il corpo non riuscivo a muoverlo come volevo perché io volevo farle vedere che mi muovevo come al solito perché non ero agitato per quello che le aveva detto la madre ma in verità volevo mettermi a correre urlare e piangere e correre via scappare. E volevo scappare e invece dovevo fare come se niente fosse ma il corpo non reagiva bene avevo qualche corto circuito che volevo andare da una parte ma le gambe legnose mi portavano da un’altra stavo nel salone davanti al divano penso di essermi mosso da una parte e dall’altra a scatti tipo una mosca che sbatte sulla finestra e poi sono riuscito a governare le gambe e sono andato in bagno che mica mi scappava niente dovevo solo cercare di respirare di nuovo e cacciare indietro le lacrime di terrore. Poi sono tornato di là e lei era sul divano che guardava nel vuoto e quando mi ha visto mi ha chiesto davvero pensi che non lo sia e io le ho detto certo ne sono sicuro che vuoi che ne sa tua madre. Che ci guardiamo?
«E poi cos’è successo?»
Poi niente, abbiamo guardato la televisione, un film o un telefilm non mi ricordo, ché tanto pensavamo ad altro. Continuavo a pensare a quello che aveva detto la madre, ma volevo cacciarlo via, era una cosa troppo grossa, non sapevo proprio pensare a come viverla, era troppo grossa, troppo grossa. E poi che ne sa la madre.
«Andrea dormiva?»
Andrea non c’era l’abbiamo lasciato dai nonni ché il giorno dopo dovevamo andare presto in ospedale. Non ha nemmeno due anni quel bimbo, abbiamo già passato un periodo terribile dopo la morte di mamma, adesso anche questo? Dopo il film o il telefilm non ricordo siamo andati a dormire.
«Il giorno dopo c’era il ricovero?»
Sì, il giorno dopo c’era il ricovero. Siamo andati presto, senza dire una parola, anche se lei ogni tanto in macchina qualcosa la diceva per smorzare la tensione, cercava di sorridere e pensare positivo lei sorride sempre, ha un sorriso bellissimo, sorride sempre a tutti, non si arrabbia mai, il suo sorriso è la prima cosa di cui mi sono innamorato. Arrivava a scuola sempre sorridente, io la vedevo passare era tipo una delle uniche dieci ragazze in una scuola di ottocento maschi e io la vedevo arrivare con la gonna larga viola e la borsa a spalla dell’invicta non aveva mica lo zaino come noi e con un sorriso che non si spegneva mai. Sorrideva sempre e io la seguivo con lo sguardo, ero uno dei tanti uno degli ottocento di certo non ero il più fico ma la guardavo e dicevo quanto è bella, quanto mi piace quanto è bello quel sorriso e volevo farla innamorare di me e mi sembrava un sogno impossibile e poi invece l’ho fatta innamorare proprio di me. Tra tutti quanti lei ha scelto me cercava di sorridere anche quel giorno, e io un po’ ci ho provato a sorridere anche io perché vedevo lo sforzo che faceva lei per tranquillizzarmi e tranquillizzarsi ma non è che ci sono riuscito tanto. Appena arrivati ci hanno fatto il prelievo ci hanno assegnato la stanza e ci hanno detto che potevamo fare colazione e ci han—
«Ti sei accorto che parli sempre al plurale?»
No sì cioè non lo so.
«Perché lo fai?»
Perché noi facciamo sempre tutto in due. Non mi viene proprio di parlare al singolare.
«Pensi di avere anche tu la sua malattia?»
No, non è questo. Non credo di avere anche io la sua malattia, ma se potessi me la prenderei ma io ho promesso di starle sempre vicino e tutto quello che facciamo lo facciamo insieme lottiamo insieme piangiamo insieme vinciamo insieme.
«Quanto tempo è rimasta in ospedale?»
Tre giorni. Io dovevo lavorare ma sono stato quasi sempre lì le infermiere erano gentili e l’ospedale è bello si può stare tutto il giorno io ci sono stato tutti i giorni fino a sera sono venuti anche degli amici abbiamo ordinato le pizze mangiate nel salottino fuori dal reparto e lei che sorrideva sempre, gli amici che avevano paura di chiedere ma tanto noi non sapevamo che dire dobbiamo aspettare tutti gli esami e poi ci sapranno dire ma quanti cazzo di esami ci vogliono per dire tutto. Che io comunque ero contento che stava lì, in ospedale ci si va per curarsi, quindi in ospedale va bene. Mi ricordo che quando abbiamo fatto la visita col primario che ci ha detto «le lastre puntano in una direzione ma prima di fare una diagnosi ci sono degli esami da fare glieli facciamo fare qui, la ricoveriamo» io mi ricordo che quando ho chiamato il padre ero quasi sollevato a dire «la ricoverano» perché mi pareva la cosa migliore, la ricoverano così la guardano bene, ci dicono cosa ha, che già se sappiamo cosa ha sappiamo contro cosa dobbiamo combattere ma se non lo sappiamo come fai a combattere contro qualcosa che non conosci? E quasi tutti i giorni ci ho portato anche Andrea, e la sera me ne tornavo a casa da solo con Andrea che non sapevo cosa dire. Mi veniva da piangere e non potevo farlo, l’ho fatto dormire tutte le notti con me nel lettone e io non riuscivo a dormire e anche lui ogni tanto di notte si svegliava e allora ci mettevamo a vedere i cartoni di Dora l’Esploratrice e lui dopo poco dormiva di nuovo io invece continuavo sempre in dormiveglia come quando hai la febbre. Avevo paura a restare da solo. Volevo Andrea vicino a me e volevo sempre la televisione accesa per non pensare.
«E in ospedale com’è andata?»
Le hanno fatto tutte le analisi che dovevano fare, anche una puntura alla spina dorsale non mi ricordo come si chiama stava in camera con un’altra ragazza e anche lei si sospettava avesse la stessa cosa trent’anni anche lei, sposata da poco c’era anche il marito, due ragazzi simpatici ci siamo scambiati i numeri sì ma tanto già lo so che non ci chiameremo mai. Succede sempre così, come le persone che conosci in vacanza, ci stai insieme una settimana, ti ci diverti, oh non facciamo che ci perdiamo di vista, dai, vediamoci per una pizza, un aperitivo e poi invece non vi vedete mai e ogni volta che entravo in stanza sentivo loro che chiacchieravano e ridevano tra di loro si tenevano su il morale e poi ho visto che avevano fatto un mucchietto di bottigliette di plastica vuote e ho chiesto perché non le avete buttate e mi hanno detto tutte e due perché qui non hanno la differenziata e tutta questa plastica è un peccato buttarla quindi le teniamo qui e dopo chiediamo all’infermiera e se non hanno la differenziata le portiamo a casa e le buttiamo a casa e io ho pensato dio maledizione ma guarda qui due ragazze che stanno in ospedale a vedere che hanno e che comunque pensano all’ambiente e agli altri, ma perché a due ragazze così deve succedere una cosa così, ma che razza di mondo è questo ma non è giusto non è giusto guarda che belle queste due ragazze guarda che belle.
«E poi cos’è successo?»
E poi sono passati i tre giorni e ci hanno chiamati per le dimissioni e siamo andati dal dottore in una stanzetta ci ha fatti accomodare c’era anche una dottoressa in piedi forse due ci ha fatto sedere e ci ha detto non era il primario era un altro dottore ma è molto bravo ci ha detto «allora signori la diagnosi è questa» e io che tenevo stretta la sua mano e guardavo il dottore serio e annuivo mentre lui parlava per dare l’idea di essere tranquillo e invece dentro stavo urlando ed ero di nuovo paralizzato e non sapevo che pensare e l’unica cosa che mi veniva in mente era aveva ragione sua madre. Aveva ragione sua madre.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'