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La bomba

di

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La piccola lampadina rossa è accesa e mi ondeggia davanti agli occhi. È stata appena messa in funzione da mio figlio dopo aver constatato che tutti avevano scelto cosa ordinare. Il cameriere sarebbe arrivato a momenti a spegnerla e a infastidirmi con il suo fare invadente.

La piccola lampadina rossa è accesa e mi ondeggia davanti agli occhi. È stata appena messa in funzione da mio figlio dopo aver constatato che tutti avevano scelto cosa ordinare. Il cameriere sarebbe arrivato a momenti a spegnerla e a infastidirmi con il suo fare invadente.
– Allora papà, tutti qui per i tuoi 80 anni. Né la guerra né la famiglia ti hanno abbattuto.
Quella voce non mi aveva solo ricordato il motivo per cui eravamo tutti seduti a quel tavolo, ma mi aveva fatto distogliere lo sguardo dalla lampadina rossa.
– Eh sì figliolo, ora viene la vecchiaia.
Lucia, la moglie di mio figlio, mi accarezza la mano; non capisco se la natura di quel gesto è di affetto o compassione ma sinceramente, non me ne curo più di tanto; sa bene di non essermi mai stata simpatica. A cena nel ristorante, siamo cinque stasera; alle due estremità del tavolo sediamo io e mio figlio Giuseppe, sui lati mia nuora, Lucia, e i miei due nipoti Maria e Lorenzo. A sedici anni, com’è giusto che sia, non si interessano del mio compleanno, ma sono immersi nei loro pensieri.
Riporto lo sguardo sulla luce rossa che continua ad attendere di essere spenta. E’ sorretta da un sottile filo nero, e gli spifferi della sala la fanno ondeggiare a destra e a sinistra, in avanti e indietro. I miei occhi rimangono incollati a quel rosso, ovunque vada.
Uno spiffero lo scosta sulla destra, sul viso di mia nipote. Il suo trucco è sempre inopportuno e i suoi vestiti eccentrici. È concentrata a scrivere messaggi sul suo cellulare, impegnata a postare foto e a modificare i suoi profili virtuali. La lampadina ha una sfumatura più chiara sul viso della ragazza. In montagna, anni fa, quel rosso lo si incontrava sulle camicette delle volontarie che portavano il rancio. Della stessa età di mia nipote, quelle donne indossavano con fierezza la croce rossa, stanche di non avere libertà. Come tutti, anche loro, allora, nonostante la miseria, erano felici di rischiare per fini alti, felici di credere ad un’alternativa. A soli vent’anni, nascosto tra i tigli, con il vecchio fucile in spalla, sognavo i seni delle crocerossine. Anche le loro scollature soddisfacevano incarichi importanti che un semplice narcisismo come quello di Maria. Suonavano le campanelline dei pasti ed abbandonavamo le nostre postazioni per sfamarci. Le ragazze arrivavano con i cesti di vivande; qualche marmellata e cioccolata autarchica; si impietosivano nel vederci stremati dopo le azioni e ci offrivano da mangiare e da bere. Ci scaldavamo come sapevamo fare solo noi, e dopo esserci amati, ci schizzavamo nei ruscelli che scendevano a valle. La paura eravamo soliti reprimerla nelle serate di bisbigli attorno al fuoco. La vita prima della scelta della resistenza era lontana e quella che sarebbe dovuta arrivare in seguito, ancora di più. In quel limbo abbiamo trascorso i nostri anni migliori. Quanti sospiri dolci tra quegli arbusti, credendo ogni volta che sarebbero potuti essere gli ultimi, godevamo ogni singolo istante di piacere. Sulle montagne gelide l’inverno, durante i modici riposi concessi, ci dilettavamo a giocare all’amore, a giocare alla vita, sapendo bene di impiegarla e poterla perdere per gli altri. Per quelle poche ore, dimenticavamo l’inferno. Il sesso di mia nipote invece, così meccanico. Tra quei rami intrecciati, nudi, se avessimo potuto vedere Maria con i suoi ragazzi, ci saremmo rivestiti, avremmo messo da parte l’entusiasmo, e le crocerossine si sarebbero riallacciate le camicette.
– Che cosa guardi nonno?
La lampadina rossa si era spostata sulla sua scollatura; non me ne ero reso conto e continuavo a fissarla.
– Papà, domani cominciano i saldi
– Eccoti trenta euro, ma non possiamo permetterci di spendere in questo modo.
– Ma non chiedo mai soldi!
La discussione si stava accendendo e non avevo la minima intenzione di ascoltarla. Spesso, durante i pasti in famiglia, i capricci di Maria scatenavano discussioni che potevano durare anche ore, in cui alla fine la debolezza di mio figlio cedeva all’insistenza della ragazza.
La corrente spostava ora la lampadina più avanti, sul volto di mio nipote. Nemmeno si era degnato di levarsi il cappello nel ristorante. Anche lui immerso nei suoi pensieri, con gli auricolari incollati alle orecchie. Il rosso della lampadina al centro dei suoi occhi neri, si era fatto più violento. Le bandiere che ai tempi sventolavano e il sangue versato per un adolescente viziato. I comizi, le riunioni clandestine, la paura e la propaganda. Le luci soffuse prima, nelle cantine umide, poi, nelle cascine, a discutere per ore sulle azioni dei giorni successivi. Il fuoco che ci ardeva nel petto, la passione che ci spingeva ad agire; l’altruismo che ci spingeva a rischiare la vita e ci accecava il senso di responsabilità. Eravamo imbevuti di speranze e sogni, e con un obiettivo comune ci mettevamo in pericolo per realizzarli. Durante la resistenza in città, mentre si rientrava la notte in bicicletta, con i lampioni spenti, non si aveva nemmeno il tempo per riflettere riguardo le nostre scelte, l’unica preoccupazione era evitare i posti di blocco, per non finire, pochi minuti dopo, torturati in una cella. Valutare il rischio era impossibile, c’erano solo contro alla nostra scelta. Un istinto nella profondità di noi stessi ci aveva spinto ad intraprendere quella strada, senza rifletterci. Poco tempo dopo, in montagna, durante i i turni di guardia, sorvegliavamo la notte. La valle russava e ogni tanto si udiva il rumore di un carro che passava sui sentieri vicini. Con un compagno al fianco e il fucile fra le gambe, fumavamo la nostra piccola razione di tabacco, ci compiacevamo di non essere assennati e condividevamo il nostro senso del dovere. Ogni notte era stellata su quelle alture. Ci impegnavamo ad apprezzare ogni respiro nonostante la paura di essere arrestati. Gli unici anni che ci erano stati concessi al mondo, avevamo stabilito di utilizzarli per migliorare quelli di Lorenzo, che si sarebbero consumati mezzo secolo dopo. Dietro questa luce di impegno, un ragazzino insolente. Una risata per una battuta sporca, una commedia demenziale vista con disinteresse; responsabilità prese con negligenza, non per spirito di ribellione, ma per semplice trascuratezza. Se avessimo potuto vedere, nascosti dietro le cortecce a premere grilletti, fuori dalle fabbriche con i volantini in mano, saremmo scesi dalle montagne con le braccia alzate.
– Nonno, non parli? Siamo qui per te.
– Questa luce rossa è troppo forte.
– Tranquillo, tra poco arriva il cameriere. Cosa ordini?
– Qualcosa di leggero, un’insalata forse.
– Per me un primo e un secondo.
L’ingordigia era riuscito a riprenderla dal nonno.
La luce fluttua sulla sinistra, dalla mia nuora. Il rosso sui suoi capelli risulta più dolce; il fiore centrale del bouquet, la giornata uggiosa del matrimonio. La guerra era finita; il paese era da ricostruire, e la vita ricominciava. La celebrazione fu un’intera giornata di danze e di brindisi all’amore e alla vittoria. Itala, mia moglie, era bellissima; avvolta nel velo, era invidiata da tutte le invitate, e io, da tutti gli invitati. Non avevamo badato a spese, il vino scorreva a fiumi e l’orchestra accettava ogni proposta. Avevamo pronunciato la nostra promessa con voce ferma, entrambi convinti di rispettarla fino alla morte. Al termine della festa, l’avevo portata in braccio fino all’uscio dell’appartamento. L’amore per l’avventura e per l’azione si era trasformato in un sentimento più maturo, più quieto, da consumare nel tepore di un letto. Non mi sarei annoiato i pomeriggi interi sulle poltrone, lei a leggere, e io a bere il mio caffè. La mia voglia di vivere aveva deciso di sfogarsi in un impegno d’amore, e durante quei pomeriggi, nonostante stessi immobile e in silenzio, percepivo la vita. Il sentimento era sincero, non avevo più bisogno di montagne, armi e azione. Le giornate potevano apparire monotone, ma l’amore le rendeva felici. Durante la sera di nozze, sul letto della casa al mare, avevamo sognato insieme, progettato la vita. Con gli occhi fissi sul soffitto, mano nella mano, pensavamo alla famiglia futura, alla vecchiaia che avremmo passato uno accanto all’altro. Dietro ai nostri disegni, ai nostri dolci fiori rossi, oggi una squallida insegnante, moglie di mio figlio, petulante e isterica. Se avessimo potuto vedere fra quelle lenzuola, avremmo solo fatto l’amore, senza pianificare nulla; non ci saremmo sprecati, tra un sospiro e l’altro, a immaginarci anziani.
– Silvano, sai che Giuseppe è diventato responsabile del reparto?
Tentava sempre di farmi apprezzare mio figlio, come se pensasse che ne fossi insoddisfatto.
– No, non mi ha detto nulla, complimenti; ero sicuro ce l’avresti fatta. Ti sei impegnato così tanto, te lo meritavi più d’ogni altro dipendente.
Forse eccedevo nel complimentarmi per i suoi “successi”, proprio per non dare cattive impressioni a Lucia.
– Non è stato poi così difficile papà. Ho lavorato molto, è vero.
La luce continua a vagare per il tavolo sul volto dell’ultimo invitato: mio figlio. Il rosso ora è quello della porta della sala operatoria, le urla di mia moglie, il mio maglione sudato per arrivare in tempo. Il fermento per la nascita del primo figlio. Pieni di speranze, con il neonato in grembo, la casa appena comprata e un bagaglio di esperienze e valori da trasmettere. Eravamo felici, inesperti e curiosi. Sognavo un figlio combattente, imbevuto di illusioni; volevo un figlio sognatore, come il padre; altruista e brillante. Non lo desideravo con il fucile in spalla, volevo che fosse migliore di me, in ogni iniziativa. Avevo il desiderio di poter dire un giorno di aver lasciato qualcosa di ancora migliore del mio impegno politico. Quando era piccolo, nelle nostre lunghe passeggiate, gli raccontavo della guerra e dei sacrifici. I suoi occhi brillavano a
quei racconti, ma nel tempo, si erano spenti. Le sue piccole convinzioni avevano disilluso le mie speranze. Durante il suo liceo avevo smesso di salvarlo da se stesso e dalle sue velleità. Voleva il suo male e avevo fatto di tutto per dissuaderlo, ma non potevo vivere al suo posto. Le sue ambizioni, costruite a partire dai miei insegnamenti, erano state sgretolate nel tempo dalle comodità. Piccolo impiegato felice. Se avessimo potuto vedere il tavolo di stasera e la sua indifferenza nella sala operatoria, i ginecologi sarebbero usciti dall’ospedale, mia moglie ed io saremmo tornati a casa.
La luce ora è davanti ai miei occhi, immobile. Il rosso è pronto ad esplodere. Lampeggia. Tre, due, uno…
– Che cosa ordina, Signor Fedri?

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