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Venticello

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Come tutte le mattine, alle ore 07:30, sono sull’autobus della linea 280. Ma oggi è un giorno particolare. Oggi ho un problema. Ho così tanta aria alla pancia che potrei gonfiare cento palloncini.

Come tutte le mattine, alle ore 07:30, sono sull’autobus della linea 280. Ma oggi è un giorno particolare. Oggi ho un problema. Ho così tanta aria alla pancia che potrei gonfiare cento palloncini. Potrei allestire una festa di compleanno. E di certo non li gonfierei con del gas nobile come l’elio, o il neon, l’argon e il krypton, e né tantomeno con lo stronzio che, nonostante sia un gas con un nome che al pronunciarlo già puzza, non ha lo stesso potenziale del gas che preme sulla mia pancia. Forse è questa la sensazione che provano le donne quando sono gravide e hanno un bel bambino che scalcia come un canguro australiano. Se in questo momento appoggiassi le mie natiche sul palo, dove attualmente si reggono ben cinque persone, credo che lo scioglierei come il rame negli alti forni. Come uno spaghetto immerso nell’acqua bollente. Una barretta di cioccolata lasciata al sole. E questo senza neanche scoreggiare, basterebbe il calore del mio sfiatatoio che brucia come la marmitta di una Ferrari a fine corsa. Adesso, però il mio sedere è diretto in un’altra direzione e mi reggo al palo, immobile. Sono teso come una corda di violino. Se solo lasciassi uscire anche lo 0,0 all’infinito 1 metri cubi della sostanza contenuta in me, renderei l’abitacolo dell’autobus in un set di The Walking Dead. E la vecchia qui di fronte avrebbe, anche così, modo di giustificare le due sfoglie che ha al posto dei seni, flaccidi e, suppongo, decrepiti come la pelle di uno zombie.
La mia pancia bolle e cerco di restare immobile, in attesa che l’autobus arrivi dove deve arrivare. Mancano tre fermate. Il tragitto che in una giornata senza venticello interiore durerebbe al massimo 13 minuti, sembra durare tredici ore, come se il lungotevere si fosse trasformato nella Grande Muraglia.
Non ho idea di quale maleficio stia generando così tanto gas intestinale, so solo che la pelle della pancia si è dilatata come quella di un tamburo africano. Devo espellerne un po’, non ho altra scelta. Giusto la punta dell’iceberg, quel dieci per cento che emerge in superficie. Che danni potrà provocare? Al massimo provocherà una smorfia sul viso della bambina coi riccioli biondi che mi sta dietro, altezza cono centrale nucleare. Strano che non abbia visto il simbolo di morte stampato sul mio didietro. Assumo un’espressione di totale indifferenza, imperscrutabile, enigmatica, una poker face e rilasso i muscoli, aprendo leggermente la porta blindata dello sfiatatoio. Lascio fuoriuscire un po’ di venticello, uno scirocco, veloce e cocente. Lo immagino provenire dal deserto del Sahara, dopo aver soffiato su un cimitero di gnu, morti a causa della stagione secca e l’inevitabile mancanza di piogge. Cazzo! Era rumorosa. Non avevo pensato a questa possibilità. Cazzo! Richiudo la porta blindata. Doppia mandata. Divento rosso fuoco, e attendo alcuni secondi prima di muovere gli occhi e cercare di capire se si è sentita. Io l’ho sentita! Gli occhi dei cinque passeggeri, aggrappati al palo, sono persi nel vuoto, hanno tutti una poker face. Potrebbe essere stato chiunque di loro. L’hanno sentita, tutti. E tutti fingono indifferenza. L’unico movimento lo fa la bambina, la Candy Candy del 280, che osa parlare: “Oh! Disgusting!”. E’ americana. Raggiunge la madre e si nasconde dietro il suo didietro, lanciando sguardi furtivi al palo degli orrori.
Il maleficio continua a imperversare dentro di me. Quel minimo sollievo è già sparito. Ho bisogno di nuovo di riaprire la porta. Di far arieggiare. Ma come faccio? Il semplice odore potrebbe essere provocato da ognuno di noi sei, l’attenzione può essere distolta, ma il rumore? Come faccio a far ricadere la colpa su qualcun altro? O semplicemente a non farla ricadere su di me? Il rumore si sente, è facile capire da dove proviene. Il rumore è anche attribuibile ad una determinata persona. Un po’ come il cane che assomiglia al padrone. Ad esempio se scoreggiasse la vecchietta zombie, il rumore sarebbe quello di uno squacqueramento. Allungo una mano sul vetro umido dell’autobus. Premo i polpastrelli delle dita e li trascino per alcuni centimetri sul vetro bagnato. Favoloso, è proprio il rumore di una scoreggia. Ho capito come camuffarle. Rifaccio un altro piccolo tentativo. Uguale. Lo stesso rumore. Che Dio salvi la brina sui vetri! Metto su un piano. Decido di fingere una caduta e di dover allungare una mano sul vetro per reggermi. Nel momento dell’impatto mano/vetro, strofinerò le dita e spalancherò le porte dell’inferno, in un’unica soluzione. O la va, o la spacca. Al mio segnale, scatenate l’inferno! Ritorno nella mia posizione e smetto di reggermi al palo. Resto in equilibro sulle mie gambe, aspettando che l’autobus freni un po’ più bruscamente. Nemmeno due secondi, ecco la frenata. Mi lascio cadere. “Oh, oh!” sussurro fingendo paura e costernazione, puntando i miei occhi sui cinque passeggeri affinché mi guardino bene. Allungo il braccio, distendo le dita che impattano sul vetro. Tolgo le mandate alla porta blindata e mi libero. Ma in quella frazione di secondo, la forza di attrito sparisce dai libri di fisica, come se non fosse mai esistita, PAM, cancellata per sempre, e non si oppone allo scivolamento delle dita sul vetro bagnato facendo sbandare così il braccio. Sbatto la testa sul vetro e cado a terra, accompagnato dal suono della mia flatulenza sismica, facilmente udibile anche a svariati metri di distanza che, oltre a causare la vibrazione dei glutei, causa la vibrazione del pavimento, delle sedute e delle finestre. Ho tutti gli occhi puntati addosso. “SBADAPROMPETE”. Chiudo gli occhi, imbarazzato a morte e mi immergo in quel fetore che, in fin dei conti, mi risulta anche gradevole.

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