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Hillary Clinton e le cattive storie

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Adam Smith scrisse nella sua “Teoria dei sentimenti morali” che per un individuo non contano né il potere, né i soldi, né la fama: ciò che è importante per riuscire nella vita è solo essere amabile.

A Hillary Clinton gli americani non hanno perdonato tante cose: la ricchezza, l’appartenenza ad una dinastia politica, l’essere parte di una coppia che per molti cittadini statunitensi rappresenta tutto ciò che di detestabile c’è nel potere. Ma ciò che ha davvero infastidito gli elettori è stato il suo essere una donna e non aver saputo accompagnare alla sua identità delle caratteristiche che la società riconosce connaturate alla femminilità. Adam Smith scrisse nella sua “Teoria dei sentimenti morali” che  per un individuo non contano né il potere, né i soldi, né la fama: ciò che è importante per riuscire nella vita è solo essere amabile. La colpa di Hillary Clinton è stata proprio quella di non essere amabile, o simpatica, o come molti sondaggisti hanno spiegato, non essere riuscita ad instaurare un rapporto di empatia con gli elettori. Quegli stessi elettori che fino all’ultimo le hanno riconosciuto il merito di essere la più preparata, la più intelligente, la più capace a ricoprire un ruolo per il quale stava studiando da anni. Ma, come ci ha spiegato Christian Salmon nel suo “La politica nell’era dello storytelling” (Fazi), lo studio non serve a molto, quando non si è capaci di raccontare una buona storia, o meglio una storia verosimile. E Hillary Clinton ha deciso di raccontare una storia che non è considerata verosimile, né dagli uomini, né purtroppo dalle donne, perché del tutto nuova e ancora osteggiata dalla maggior parte delle persone.

Gli americani, in questo caso, non sono riusciti a sovrapporre l’idea astratta di una Hillary Clinton candidata ideale alla sua identità. Fintanto che a proteggerla c’era l’aura carismatica e bonaria del marito tutto andava bene. Ma già in più di un’occasione si era presentato il problema Hillary: da quel primo giorno da first lady, nel quale fu chiaro a tutti che non soltanto non sarebbe stata disposta ad avere un ruolo di secondo piano rispetto al marito, ma che soprattutto non avrebbe attirato le simpatie di solito riservate alle mogli dei presidenti, lasciando a Bill Clinton la parte di affabulatore. Lui il buono, lei la cattiva, la fredda, la razionale: i ruoli erano scritti e, come ci ha spiegato Goffman, difficilmente riusciamo a liberarci del copione che la società ci ha assegnato.

L’occasione del cambiamento arrivò durante il Sexgate, quando l’America vide una realtà ben diversa: un presidente che aveva mentito e una moglie tradita. Fu solo allora, quando cioè Hillary incarnò, seppur a suo modo, il ruolo archetipico di vittima, che gli americani furono disposti ad amarla e a identificarsi in lei. La sua popolarità raggiunse l’apice, per poi precipitare di nuovo quando decise di rompere la coppia e svincolarsi di nuovo dai ruoli. Una storia che gli americani non hanno capito o accettato, solo perché nuova e mai raccontata. Gli hanno preferito un’altra storia, rassicurante perché vecchia come il mondo.

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