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Call me by your name, una storia d’amore universale

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Il film di Luca Guadagnino è l’unico film italiano presentato alla Berlinale. Un peccato che non sia in concorso.

Il film di Luca Guadagnino è l’unico film italiano presentato alla Berlinale. Un peccato che non sia in concorso.

Estate 1988, imprecisato paesino del nord Italia: la famiglia del diciassettenne Elio aspetta l’arrivo di Oliver, uno studente americano che passerà alcune settimane con loro per completare la sua tesi di post-dottorato. Il papà di Elio è infatti un conosciuto docente universitario. I due ragazzi, nonostante la differenza di età, stringono gradualmente un’amicizia che ben presto si trasformerà in qualcosa di più.

Dal particolare all’universale

E non solo perché le musiche di Call me by your name sono composte dal cantautore Sufjan Stevens o perché i suoi due precedenti lavori, Io sono l’amore e A Bigger Splash, complice la presenza nel cast dell’amica Tilda Swinton, erano stati distribuiti in buona parte del mondo: Guadagnino riesce a partire dal particolare (che sia il contesto, ovvero l’Italia, così come il tema, l’amore omosessuale tra due giovani) per arrivare all’universale: la stessa storia poteva essere girata ovunque e parlare della nascita della passione tra due giovani eterosessuali.

L’immedesimazione dello spettatore va al di là delle caratteristiche della storia o dei personaggi. Al centro di tutto vi è il desiderio e la consapevolezza di sé stessi, sia dei propri limiti che – quando accade – di volerli superare per sentirsi veramente liberi e come tutto questo sia ciclico, si rinnova con il tempo, con il crescere dell’età. Le ultime immagini invernali della casa e il discorso del papà di Elio alla fine non fanno che ribadirlo, dandoci la sensazione, uscendo dalla sala, di aver già vissuto sulla nostra pelle la storia che abbiamo appena visto sul grande schermo. Non capita sempre. Quando succede è grande cinema.

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