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Un cielo pieno di stelle

di

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“Questo posto mi mette i brividi”, disse Vittoria guardando le stelle fuori dal finestrino. Era una sera calma e tranquilla, senza luna, ma con quel tanto di fievole luce che lasciava scorgere i contorni dei pendii del Vesuvio e l’erba alta che costeggiava la strada malamente asfaltata.

“Questo posto mi mette i brividi”, disse Vittoria guardando le stelle fuori dal finestrino.
Era una sera calma e tranquilla, senza luna, ma con quel tanto di fievole luce che lasciava scorgere i contorni dei pendii del Vesuvio e l’erba alta che costeggiava la strada malamente asfaltata.
“Non ti preoccupare, troviamo un posto vicino ad un’altra macchina, così sei tranquilla e ti rilassi. Va bene amore?” la rassicurò Francesco.
Erano a bordo di una Fiat Punto grigia e Francesco guidava con molta cautela lungo i tornanti del Vesuvio.
“Ma è mai possibile che per fare un po’ di zozzerie dobbiamo arrivare fin qui? Dentro ad una macchina, al buio. Io ho paura!” disse Vittoria che quella sera, nonostante il cielo fosse pieno di stelle, non si sentiva affatto al sicuro.
“Conosci qualche altro posto?” le domandò Francesco sarcastico.
Vittoria sbuffò e poggiò una mano sul finestrino che iniziava già ad appannarsi, come se la macchina avesse già capito quello che stavano andando a fare.
“Non c’è nemmeno un lampione!” aggiunse lei.
Francesco guidava piano anche per questo. La poca visibilità non gli permetteva di andare più veloce e i fari illuminavano soltanto una piccola porzione di strada. Lungo il tragitto, svoltando in alcune curve dove non cresceva l’erba e non vi erano alberi, riuscivano ad intravedere in lontananza le luci della città di Napoli.
“E che ti devo dire, non dobbiamo più scopare?”
Lui si stava innervosendo. Tra il lavoro, gli esami di lei, gli amici e la palestra, riuscivano a vedersi solamente due volte a settimana, e non vivevano nemmeno vicino. Lei di Ercolano, lui di Pagani: almeno trenta chilometri. Entrambi abitavano ancora a casa dei rispettivi genitori e non avevano un posto dove poter stare, se non la macchina.
“Scopare? Questo ti interessa. Sei un cafone!”
Tolse la mano che aveva poggiato sul finestrino e asciugò l’umidità sui pantaloni. Quella sera non aveva messo il rossetto, lui lo detestava, soprattutto quando doveva baciarla.
“E dai, stavo scherzando. Era per sdrammatizzare, lo sai che con te faccio solo l’amore.”
“Sei uno stronzo!”
Gli venne duro. Era bastata quella parola, “stronzo”, e già sentì crescerlo nei pantaloni.
“Come mi piaci quando fai così. Non vedo l’ora di spogliarti!”
Lei fece un sorriso. Cercò di nasconderlo dietro i lunghi capelli castani che, con una mano, spostò volontariamente davanti agli occhi.
“Qui, parcheggia qui! C’è una macchina.”
Francesco rallentò e spense i fari; non voleva disturbare la coppia nell’altra macchina mettendo in mostra i loro corpi nudi. Spense il motore e tirò il freno a mano. Spostò il sedile indietro per avere maggiore spazio alle gambe e poter star comodo. Guardò Vittoria e le mise una mano attorno al collo accarezzandola.
“I nostri vetri sono già appannati, perché quelli no?” disse Vittoria indicando con la testa la vecchia 600 parcheggiata davanti.
“E io che ne so, magari devono ancora iniziare!”
Vittoria si irrigidì, più di quanto già non fosse.
“Hai sentito cosa è accaduto a Maria e Antonio? Gli hanno spaccato il parabrezza e hanno rubato tutto. Sono rimasti in mezzo alla strada. Nudi!”
Vittoria continuava a guardare fuori dal finestrino. C’era Venere in cielo, che quella sera appariva come un astro lucentissimo, di colore giallo biancastro. Sentì un brivido correre lungo tutta la schiena.
“Andiamo via Francesco. Non ci voglio stare qua.”
“E’ successo a Pagani, non qui sul Vesuvio” cercò di rassicurarla. “Qui non è mai successo nulla, ora perché devi tirartela?”
Francesco la guardò per alcuni secondi e, abbozzando un sorriso beffardo, le disse: “Al massimo ci ritroviamo il guardone con l’accetta.”
Fece una sonora risata e chiuse le sicure centralizzate.
“Ma che stai dicendo? Per favore Francesco, smettila!”
Più diventava restia e più Francesco si eccitava. Il ragazzo si sporse con tutto il corpo su Vittoria e iniziò a cercarle la bocca con la sua.
“Il guardone si nasconde nell’erba alta” raccontò Francesco, “e spia, ad un metro dalla macchina”.
Le palpò il seno e cominciò a leccarle il collo. Vittoria iniziò un pò a rilassarsi, sopraffatta dalla tensione erotica che si stava creando.
“E’ un uomo sulla cinquantina, vestito come un boscaiolo” continuò Francesco, “la barba sporca e incolta. In testa ha sempre un berretto di lana e si mimetizza tra la vegetazione. Come un felino punta gli occhi sulle sue prede e aspetta che iniziano a spogliarsi e a fare sesso.”
“Sei proprio uno stronzo” disse Vittoria alzando con discrezione il sedere e lasciando che Francesco le sfilasse i pantaloni.
“Poi prende il suo enorme coso in mano e si masturba.”
“E l’accetta cosa c’entra?” gli domandò con un gemito.
“Si dice che una volta è stato scoperto e l’hanno massacrato di botte. Da quel giorno, poggiata a terra accanto ai suoi piedi, ha con sé un enorme accetta.”
Francesco le tolse la maglietta e lei tolse quella di lui. Le infilò una mano sotto la coppa del reggiseno e strizzò un capezzolo.
Era una serata di novembre, l’aria era fresca e il cielo si perdeva all’orizzonte facendo apparire quel paesaggio come racchiuso in una cupola luminosa. Non tirava un filo di vento, eppure l’alta erba in prossimità della Fiat Punto fece un leggero movimento, quasi impercettibile.
“Chi te l’ha raccontata questa stronzata?” chiese Vittoria.
Ormai erano completamente nudi e Francesco spostò la fidanzata al centro, tra i due sedili. Lei aprì leggermente le gambe.
“Così si dice a Ercolano… e pure a Torre del Greco” disse Francesco.
“Quindi è una leggenda metropolitana!” esclamò Vittoria. “Sei proprio uno stronzo col fiocco.”
Lui non ci vide più e le prese le gambe avvicinandola a sé con impeto.
“Metti il preservativo” si raccomandò lei.
“Amore, stasera sei un po’ troppo agitata. Stai tranquilla, mi so trattenere”
“Se mi vieni dentro ti ammazzo.”
Questa volta l’erba non solo si mosse, più di quanto avesse fatto qualche istante prima, ma se ne sentì anche il rumore, un leggero fruscio.
“Hai sentito?” chiese Vittoria mettendosi a sedere di scatto.
“Non ho sentito niente” disse Francesco.
“Si è mosso qualcosa, proprio qui fuori!”
“Vittoria ti sei solamente fatta condizionare da quello che ti ho detto”
“Andiamocene via. Non ci voglio stare più qui sopra!”
Francesco l’accarezzò e guardò l’erba alta, che adesso appariva grigia, ma sapeva che al sole era del colore della paglia.
“Non c’è niente.”
“Ma io ho visto l’erba che si muoveva. Passami la maglia!”
“Forse era un animale. Sai quanti gatti ci sono sul Vesuvio?”
“E proprio qui deve stare questo gatto?”
Raccattò la maglia e i pantaloni.
“Ferma, ferma. Che fai?”
“Vestiti e andiamo via” gli ordinò Vittoria.
“Facciamo una cosa, ora scendo e faccio un controllo!”
“Tu sei pazzo!”
Entrambi guardarono fuori cercando di captare qualsiasi rumore o movimento. Socchiusero gli occhi nel tentativo di acuire la vista. C’era un silenzio assordante e i loro corpi si stavano leggermente raffreddando, ormai lontani dal calore della passione. L’erba alta riempiva tutto il versante del vulcano a loro visibile, e sporadiche si distinguevano le sagome delle ginestre.
“Io vedo un’ombra più scura qui di fronte” disse Vittoria abbracciando Francesco e continuando ad avere lo sguardo puntato dritto davanti a lei.
“Capirai, ci sono ombre ovunque. Comunque, io scendo, vedo cosa è quest’ombra e poi mi prometti che stai serena, ok? Non puoi restare traumatizzata e poi magari decidi di non venire più qui.”
Francesco scostò il corpo della fidanzata e iniziò a rivestirsi.
“Uh Gesù bambino!” esclamò Vittoria.
Francesco indossò le scarpe e infilò i lacci all’interno senza annodarli, tanto ci avrebbe impiegato pochissimo. Aprì la portiera e l’aria fredda della sera e dell’alta quota si fece subito sentire penetrando fin sotto ai vestiti.
“Chiudi, che fa freddo. E sbrigati!” gli urlò Vittoria che si era nel frattempo rimessa il maglione e i pantaloni coprendo la sua nudità e dando un po’ di tepore al suo corpo. Si mise seduta tirando in su le ginocchia fino a toccare il petto e, acquattata, scrutò ogni movimento del fidanzato. Francesco fece il giro dell’auto e, giunto allo sportello di Vittoria, le diede le spalle e infilò una gamba nell’alta erba che gli arrivava quasi all’altezza del petto; si aiutò anche con le mani cercando di farsi strada. Francesco aveva fatto appena pochi metri, quando Vittoria vide di nuovo l’erba muoversi. Pensò che fosse dovuto ai passi di Francesco, ma anche lui si era fermato, come immobilizzato. Forse davvero c’era qualcuno. Abbassò il finestrino.
“Che c’è? Francesco! Tutto bene? Torna subito indietro e andiamocene, tanto non ho più nemmeno voglia.”
Dal punto che stava fissando Francesco, a cinque metri dalla macchina, ma ad un metro da lui, emerse una sagoma nera. Balzò fuori come uno squalo che acchiappa la preda saltando oltre la superficie dell’acqua. Vittoria urlò.
“Torna qua, subito! Francesco!”
La sagoma inizialmente non fece alcun movimento, restò ferma, come se stesse studiando la mossa da fare. Francesco e la nuova presenza rimasero per alcuni secondi uno di fronte all’altra. In quell’istante Vittoria distinse nettamente le fattezze di uomo che aveva quella sagoma. L’uomo si voltò e iniziò a correre, inoltrandosi ancora di più nell’erba e allontanandosi.
“Fermati, pervertito!” urlò Francesco. “Che cazzo stavi facendo?”
Francesco decise di correre dietro l’uomo, ma il tragitto fu breve. A spezzare il blu del cielo, l’ombra di un’accetta che calò con un tonfo su Francesco.
Vittoria provò ad urlare, spalancò la bocca per far uscire tutto l’orrore, ma non ne uscì nulla, se non un rantolo che le graffiò la gola. L’uomo aveva colpito Francesco sulla clavicola destra, frantumandola. Cadde in ginocchio e guardò il suo assalitore; alzò le braccia al cielo in un disperato tentativo di difesa e di resa. Fu tutto inutile, l’accetta calò nuovamente su Francesco e si conficcò nella testa, come se fosse un tocco di legno, ma non si spaccò in due parti. L’arma rimase incastrata nel cranio e l’uomo dovette piantare bene i piedi a terra per far forza alle braccia e liberare l’accetta. Francesco cadde in avanti con la faccia nell’erba e il suo corpo sparì, risucchiato dall’intricata massa di vegetali. La sagoma dell’uomo, insieme ai cespugli di ginestre, era l’unica figura all’orizzonte; aveva il braccio destro teso e la mano che impugnava l’accetta. Vittoria si portò le mani alla bocca, le chiuse a pugno e iniziò a mordere violentemente le nocche.
“Francesco!” gridò.
L’urlò che uscì fu un latrato.
“Francesco! Francesco!”
L’uomo si voltò, attirato dalle urla di Vittoria, e guardò in direzione della macchina. Dietro di lui, il cielo blu senza luna faceva da sfondo e Vittoria distinse nettamente ogni stella; erano così luminose.
Sembravano quelle che la mamma aveva attaccato al soffitto della sua cameretta. Decine di stelle fluorescenti che Vittoria bambina osservava prima di addormentarsi.
“Così non sarai al buio” le aveva detto la mamma accarezzandole i capelli, “ma ci saranno infinite stelline che ti proteggeranno con la loro brillantezza.”
Vittoria aveva tirato su le coperte, fin sotto agli occhi. Le sembrava l’unico modo per essere al sicuro. Si era rannicchiata, diventando ancora più piccola e avendo cura che nessun arto si avvicinasse ai bordi del letto. Il mostro era sempre in agguato, pronto ad afferrarle la caviglia, se solo fosse fuoriuscita.
“Mi manca papà” disse alla mamma che si era avvicinata alla porta per andare via.
“Manca anche a me” rispose.
“Senza di lui ho paura!” disse Vittoria.
“A volte anche io ho tanta paura.”
La mamma era tornata indietro, sedendosi sul letto e distendendosi accanto a Vittoria.
“Mamma” sussurrò lei.
“Sì.”
“Tu cosa fai per non avere paura?”
“Penso a tuo padre ancora accanto a me nel letto. Stringo la mano e lo sento, lo percepisco. E so che un giorno sarò di nuovo con lui.”
“Un giorno saremo di nuovo tutti insieme?”
“Sì”
“E non andrà più via?”
“No.”
“Mi manca tanto.”
Si strinsero forte e piansero, guardando quelle stelle attaccate al soffitto che lentamente perdevano la loro luminescenza.
L’uomo con l’accetta fece un passo in direzione della macchina; si stava avvicinando. Vittoria iniziò a muovere le braccia tremanti, e guardò l’interno dell’abitacolo cercando di capire cosa potesse fare. Le sicure, doveva chiudere le sicure. Saltò da un sedile all’altro abbassando con un palmo tutte e quattro le sicure. Prese la manopola dello sportello e chiuse il finestrino che aveva aperto per chiamare Francesco. Aveva la bocca aperta e respirava affannosamente tirando fuori suoni gutturali causati dal pianto e dalla disperazione. Guardò fuori. L’uomo stava correndo verso di lei. Urlò.
Si mise seduta sul sedile del guidatore e cercò con i piedi la frizione e l’acceleratore, ma erano troppo distanti; Francesco l’aveva spinto indietro. Cercò l’asticella orizzontale sotto il sedile e, quando la trovò premette, riposizionandolo più vicino ai pedali. L’uomo si scaraventò con tutto il corpo sullo sportello. Vittoria sobbalzò dal sedile. Afferrò le chiavi, fortunatamente già inserite nel nottolino, e mise in moto. L’uomo stava cercando di aprire lo sportello, tirando forte la maniglia. Vittoria inserì la marcia, tolse il freno a mano e accelerò. La macchina non si spostò neanche di un metro. Aveva le gambe talmente in tensione che non riusciva ad equilibrare la frizione con l’acceleratore. L’uomo spaccò il vetro con l’accetta. Migliaia di pezzettini di vetro volarono all’interno della macchina investendo Vittoria che staccò il piede dalla frizione. La macchina fece uno scatto in avanti e si spense.
La ragazza andò a sbattere con la testa contro il volante e la sua figura fu improvvisamente illuminata da una luce gialla; si era accesa la luce automatica attaccata al soffitto dell’auto. Vittoria si raddrizzò subito e guardò il finestrino rotto. Riusciva a vedere il busto dell’uomo; indossava un giaccone marrone di pile.
“Vattene!” gli urlò, in un disperato tentativo di allontanarlo.
Ma l’uomo era sempre lì e con estrema calma infilò la sua mano, il dorso ricoperto di peli, all’interno del veicolo. Tirò su la sicura e aprì la portiera.
“Papà, ti ho portato un regalo!”
L’aveva stretta forte, annusandole i capelli e dandole infiniti baci sul collo.
“Sei la mia principessa ed è un onore ricevere il tuo dono.”
“Quando torni a casa?” aveva domandato Vittoria.
“Presto, tornerò presto!”
“Sei quasi guarito?” chiese entusiasta.
Le rispose con un sorriso e l’abbracciò di nuovo, più forte di prima.
“Mi fai male papà!”
“Sei la mia principessa.”
Vittoria consegnò al padre un foglio bianco a quadretti. Aveva disegnato una stella, senza mai staccare la penna dal foglio e facendo incrociare le linee rette. L’aveva colorata di giallo, sbavando i contorni, e aveva incollato della polverina dorata lungo tutto il perimetro.
Indossava un pantalone beige di velluto a costine e aveva la patta aperta; fuoriusciva un lembo della canotta bianca. Vittoria piangeva forte e sembrava quasi che ragliasse.
L’uomo si abbassò sulle ginocchia e il suo volto fu rischiarato dalla luce proveniente dall’abitacolo. Indossava un piccolo berretto di lana verde che gli lasciava le orecchie e la nuca scoperte. Aveva le sopracciglia folte e nere, quasi unite al centro. Il sopracciglio destro era spaccato da un grossa cicatrice bianca. Il naso era storto e gonfio, come se fosse rotto. La lunga barba nera con sfumature bianche copriva interamente la bocca. Gli occhi erano neri, piccoli e ravvicinati; il buio di quella notte sembrava gli avesse eliminato le sclere.
“Stai zitta o ti ammazzo!” disse l’uomo sibilando a denti stretti.
Vittoria tremava come una foglia e si era appiccicata allo sportello cercando di tenersi il più lontano possibile da lui. L’uomo si sporse con il busto all’interno del veicolo e avvicinò la sua faccia a quella di lei. Puzzava di alcol e di sudore; dal naso colava una goccia di muco che si allungò in un filamento fino a staccarsi e cadere sulla gamba di Vittoria. La luce automatica si spense e l’oscurità avvolse tutto. Con un gesto veloce l’uomo afferrò la caviglia di Vittoria e la tirò fuori dalla macchina, facendola cadere a terra. Lei si riparava il volto con le braccia e strisciava i piedi sull’asfalto spingendosi indietro.
“Per favore, non farmi nulla” disse Vittoria con la voce spezzata dai singhiozzi.
“Stai zitta e non ti succederà nulla. Spogliati!”
“Ti preg…”
L’uomo le diede un forte calcio sullo stinco. Vittoria spinse la testa indietro, trattenendo il dolore.
“Spogliati.”
Vittoria con le dita tremanti afferrò la molla del maglione e se lo tolse. Singhiozzò forte.
“I pantaloni” le ordinò l’uomo toccandole una gamba con un piede.
Si sfilò i pantaloni. Era seduta a terra, nuda, con le gambe sporche di polvere grigia e la schiena poggiata alla macchina. Si rannicchiò come un feto, come quando era bambina, quando aveva paura del mostro sotto al letto. L’uomo si slacciò la cintura dei pantaloni che fece scivolare lungo le gambe. Abbassò le mutande, era eccitato. Lo prese in mano e iniziò a masturbarsi lentamente. Vittoria chiuse gli occhi.
“Apri gli occhi!” ordinò il mostro. “Apri gli occhi!”
Vittoria non ce la faceva ad aprire gli occhi.
“Guardami, cazzo. O ti ammazzo!”
Aprì gli occhi.
Come l’ombra di un gigante, l’uomo era davanti a lei, maestoso. Guardò le sue gambe pelose, il suo enorme sesso che esultava.
“Guardami negli occhi” disse il mostro.
Vittoria guardò il volto dell’uomo, lì dove avrebbero dovuto esserci quei piccoli occhi neri, senz’anima.
“Guarda le stelle amore mio! Così non avrai paura.”
“Guarda le stelle.”
Spostò lo sguardo leggermente più a destra della testa dell’uomo. Lo spostamento fu impercettibile, ma abbastanza per osservare la porzione di cielo che si stagliava alle sue spalle.
“Guarda le stelle”
Erano luminose e brillavano. Tanti puntini bianchi.
Ma la paura continuava ad attanagliarle le viscere; come tanti tentacoli che si avvolgevano lungo le gambe, avvinghiandole i fianchi e attorcigliandosi intorno alla pancia.
“Tu cosa fai per non avere paura?”
Vittoria distese le gambe e allungò un braccio portandolo al suo fianco. Aprì la mano.
Nel cielo c’erano migliaia, milioni di stelle. Riusciva a distinguere la via lattea, che come una pennellata fluorescente squarciava il cielo, abbagliandola.
Strinse forte la mano e lo sentì, lo percepì, proprio come le aveva detto la mamma. Sentì il suo corpo riempirsi di gioia e sorrise.
“Sei la mia principessa ed è un onore ricevere il tuo dono.”
Il volto di Vittoria fu inondato da un liquido bollente che scivolò sulle guance e sul collo. L’uomo gemette con vigore, emettendo suoni rauchi, animaleschi. Lei sorrideva e guardava le stelle che iniziarono a vorticare, disegnando cerchi di luce…
Non sentì il primo colpo d’accetta, al petto, nemmeno il secondo, sulla giugulare, né gli altri tredici.
Il mostro respirò affannosamente e quando recuperò abbastanza aria, lanciò l’accetta nell’erba alta e corse alla sua vecchia 600, parcheggiata lì davanti. Salì a bordo e fuggì via.

“Recintate la zona e non fate passare nessuno. E portatemi una torcia che non si vede un cazzo!”
“Ispettore!”
L’agente Caruso si allontanò dalla coppia di ragazzi che quella stessa notte aveva allertato le forze dell’ordine e, a passo spedito, andò dall’ispettore Lausdei.
“Grazie” disse l’ispettore prendendo la torcia. “Hai già visto?”
“E’ un orrore.”
Accese la torcia e si avvicinò alla scena del crimine. Illuminò la fiat punto e gli passò accanto lentamente, cercando di trovare ulteriori indizi per ricostruire la dinamica dell’omicidio. Si stava avvicinando al lato destro della macchina, dove c’era lo sportello aperto. Rallentò il passo. Era stato su decine e decine di omicidi, ma ogni volta era come se fosse la prima. Quel timore che lo prendeva prima che i suoi occhi si posassero sulla vittima. Spostò la torcia puntando la terra ai suoi piedi, oscurando nuovamente tutto quello che aveva di fronte. Quando pensò di essere arrivato al punto esatto iniziò ad alzare la torcia, con cautela. Illuminò prima una porzione di strada, vide già qualche piccola traccia di sangue. Mosse ancora la torcia e vide i piedi, nudi e sporchi di polvere. Proseguì lungo le gambe magre e arrivò al ventre dove si fermò. C’era un fiume di sangue che le sporcava le cosce. Illuminò ancora più su e vide l’orrore, il busto era squarciato da numerosi colpi d’accetta – era stata rinvenuta poco distante – ed enormi ferite lasciavano intravedere pezzi di organi interni. Passò oltre e le vide la gola, un taglio netto le aveva reciso la vena giugulare. Non aveva mai visto così tanto sangue. Illuminò il viso. La ragazza aveva gli occhi aperti e guardava il cielo, l’espressione del viso era deformata da una smorfia. All’ispettore Lausdei sembrò quasi che quella bocca stesse sorridendo. Si avvicinò alla donna, razza caucasica, corporatura magra, età di circa 26 anni. Si chinò per guardarle il volto, la torcia puntata. Notò che alcune parti del viso erano lucide.
“Caruso!” urlò, “Caruso! vieni qui, subito!”
L’agente corse dall’ispettore.
“Agli ordini!”
“Portami la valigetta, dentro dovrebbe esserci la lampada di Wood. Sul volto ci sono tracce biologiche.”
“Subito.”
“Che porcheria è mai questa” pensò l’ispettore Lausdei puntando la torcia a pochi centimetri dalla faccia della donna.
L’agente Caruso tornò con la valigetta. L’aprì e prese la lampada di Wood. Non ne aveva mai vista una, se non sui libri del corso di formazione. Aveva la forma delle luci di emergenza portatili ed emetteva una luce bluastra tendente al viola. Serviva a mettere in risalto le tracce biologiche presenti sulla scena del crimine e non visibili ad occhio nudo.
L’ispettore Lausdei spense la torcia e accese la lampada, illuminando la faccia di Vittoria.
Il volto fu inondato dalla luce bluastra e Lausdei riuscì a vedere numerose macchie più luminescenti. Di tutte le forme.
“Caruso, resta accanto a me. Abbiamo molto da repertare. Sarà una lunga notte.”
L’ispettore e l’agente rimasero chini accanto a quel corpo martoriato, il cui viso – così illuminato – sembrò diventare la luna che mancava a quel cielo stellato.

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