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Il fantaconte e l’amore perduto

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La luce morbida di un mattino di agosto è appena arrivata su Piazza di Spagna, scivolando lungo le facciate di palazzi quasi di-sabitati per le vacanze e dove a quell’ora è ancora presto per sen-tire il profumo della tazzina di caffè.

La luce morbida di un mattino di agosto è appena arrivata su Piazza di Spagna, scivolando lungo le facciate di palazzi quasi di-sabitati per le vacanze e dove a quell’ora è ancora presto per sen-tire il profumo della tazzina di caffè. Sulla sommità della scalina-ta di Trinità dei Monti fluttua nervosamente il fantasma di sua eccellenza il conte Ippolito da Positano. Il ritratto evanescente dell’uomo, nelle cui vene scorreva sangue blu, osserva la città dall’alto con imbarazzo, perché la grande bellezza di Roma gli promette a ogni alba un miracolo nuovo, ma poi qualcosa va sempre storto. Eppure, un miracolo è proprio ciò di cui ha più bi-sogno. Per alcuni fatti avvenuti nel 1920, l’anima del conte è rima-sta incatenata da allora al mondo terreno e può liberarsi solamen-te se supera una prova prodigiosa davvero particolare.
Morì a 40 anni in duello, cosicché la crudeltà della morte gli fu abbellita da una forma di onorevole romanticismo. Il motivo della contesa fu l’amore per una donna: una marchesa russa di una bel-lezza che ingannava il cuore. La dama, scampata alla rivoluzione del 1917, approdò a Roma dopo alcuni anni sfortunati durante i quali tentò di rifarsi una vita a Parigi. Nella città in cui le luci del-la Belle Époque si erano spente da un pezzo, una sua rivale in amore, che nascondeva in seno la malvagità della strega, le tirò addosso un’odiosa maledizione. Le cose stavano così: chiunque si fosse innamorato dell’attraente nobildonna dai biondi e lunghis-simi capelli avrebbe perso la vita, e l’anima avrebbe vagolato nell’inquietudine eterna.
Scintillano i sampietrini di Piazza di Spagna, da poco lavata dai netturbini, e il fantasma dell’aristocratico si arrovella da quasi un secolo ormai con il proprio dilemma, frutto diabolico di una na-tura perversa che ha voluto farsi beffe degli errori umani. Infatti, la prova che deve compiere per riscattarsi dalla maledizione è di far riunire in matrimonio una qualsiasi coppia divorziata. Forse gli sarebbe più facile trasformare la monumentale scalinata che è ai suoi piedi in una rigogliosa cascata di candido travertino, che si getta festoso nella Fontana della Barcaccia; oppure saprebbe con una ragionevole fatica ingrandire di cento volte il sole visto al tramonto dal Gianicolo, per poi volare via sotto quell’arco di luce rossa che abbraccia l’intera città.
Purtroppo, il nobile fantasma non può cambiare il miracolo da compiere e i suoi tentativi per salvarsi finora non hanno portato a niente. Tutte le mattine dei giorni feriali si apposta davanti al tri-bunale dove si decidono le separazioni e sceglie a caso due per-sone che hanno appena sciolto il proprio matrimonio. Poi, di not-te, fa loro visita nelle rispettive case e le tenta tutte per far rivalu-tare ai loro occhi il matrimonio passato. Per esempio, se sono a letto con i loro nuovi amanti, li terrorizza a morte sul più bello provocando involontari coiti interrotti. Ma, evidentemente, niente è abbastanza davanti alla nausea di riabbracciarsi con l’ex coniu-ge. Perciò, quell’anima in pena si ritira nella sua soffitta in via Condotti, proprio sopra un rumoroso centro massaggi thailande-se, che ha un gran viavai di giorno e di notte. E si getta sul letto, rimanendo sospesa sul nulla dei suoi insuccessi nella ricerca dell’amore perduto che nessuno reclama.
Il fantasma del conte Ippolito rimane incantato dalla magia del panorama che si gode dalla scalinata, il Cielo e la città sono vicini come in nessun’altra parte del mondo e, tuttavia, vede il proprio futuro tutto nero. Pensa che non ce la farà mai a riposare in pace. In quel momento di pesante amarezza vede arrivare dal Pincio un vecchio esorcista che gli dà la caccia da tempo. Quasi gli prende un colpo e con uno scatto fluttua verso la piazza, scendendo la scalinata con la sua solita andatura leggermente piegata all’indietro, come una canna secca sospinta dal vento. La cosa che più gli dispiace è che si sente preso in giro, perché gli sembra di vivere come in un vero matrimonio: fa tutto quanto gli viene ri-chiesto, senza mai avere una soddisfazione indietro. E, peggio ancora, per separarsi da questa infelice condizione, non può far altro che credere in un miracolo.
Forse sta cominciando a rassegnarsi, perché oggi anche l’esorcista gli pare diverso, quasi bello nell’abito nero e con i capelli bianchi sollevati da un vento caldo. Il religioso, di solito, lo insegue lan-ciandogli dietro l’aspersorio dell’acqua benedetta. Questa volta, invece, stringe nella mano sinistra un foglietto e con la destra gli fa cenno di tornare indietro. Purtroppo, il cacciatore di spiriti in-quieti è molto anziano e giunto sulla scalinata quasi senza fiato si sbraccia talmente che perde l’equilibrio, cade rovinosamente e rimane esanime sulla prima rampa di gradini. Passa qualche se-condo e compare una luminescenza sopra le spoglie del prelato. Commosso il fantasma torna fluttuando sui propri passi e davanti a quel corpo che gli ha donato gli ultimi minuti della sua esisten-za, sente la voce calma di un’anima eletta:
“Ippolito, hai un testone duro come le campane nella basilica dell’apostolo Pietro. Sono anni che ti corro dietro, rischiando un coccolone, possibile che non hai capito che volevo aiutarti?”
Il fantasma di Ippolito sente la voce arrivare da tutte le parti e non sa dove guardare, attende però in dolce silenzio che questa continui a parlargli.
“Sei il figlio più malfidato di Nostro Signore. E fortuna tua ché sono uno tosto. Prendi il foglietto che tengo nella mano sinistra della mia umile salma consumatasi come una candela accesa al nostro patrono san Benedetto. Se sai ancora leggere, ci sono i no-mi di due giovani divorziati da più di un anno. Da sposati anda-vano su tutte le furie anche se uno dei due preparava un piatto di pasta non proprio al dente. Ora, lui esce soltanto per andare al la-voro. E lei è incinta di qualcuno che non si è fatto scrupoli di la-sciarla sola. Vai da loro, ma per carità non spaventarli più di quanto non lo siano già. Sbrigati testone che, se Dio vuole, è arri-vato il momento buono per il tuo miracolo.”
A quell’ora, sono poche le persone che si trovano a passare per piazza di Spagna alcune vanno a guadagnarsi da vivere, altre hanno uno zainetto sulle spalle e una macchina fotografica tra le mani e altre ancora camminano senza una meta, ma vorrebbero tanto mettere ordine tra i propri pensieri. In poche si fermano a guardare quel corpo senza vita disteso su un fianco che sembra un rametto nodoso di ulivo. Fanno ipotesi su cosa sia successo e chiamano la polizia. Poi, ogni persona riprende la propria strada e altre arrivano dopo di loro. Qualcuna, però, fa in tempo a vede-re un foglietto volare via dalla mano del prete nella direzione di Piazza del Popolo e ne segue il volo come se fosse quello di una farfalla dai colori squillanti, e non può fare a meno d’interrogarsi su quel colpo di vento così strano, che ha scelto il foglietto igno-rando tutto il resto. Ma è la curiosità di un attimo che non ambi-sce a trovare una spiegazione. Nello stesso momento il fantasma di Ippolito comincia il suo nuovo viaggio, affinché due persone ritrovino l’amore perduto. E anche se non sarà la volta buona, ha tanta voglia di ricominciare a sperare nelle persone.

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