Di padre in figlia

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A volte la personalità di un padre può essere talmente ingombrante da offuscare la vita, l’immagine o perfino il nome di una figlia

A volte la personalità di un padre può essere talmente ingombrante da offuscare la vita, l’immagine o perfino il nome di una figlia. E’ ciò che accadde a Adèle Hugo, quintogenita del celebre scrittore francese, che vagò tutta la vita in cerca della sua identità, soffocata dal  talento e dalla fama di Victor, come raccontò al mondo nel 1975 François Truffaut. Morì a 85 anni senza essere riuscita nell’impresa e venne sepolta proprio accanto al padre, quell’uomo dal quale aveva cercato disperatamente di emanciparsi, invano. 50 anni più tardi un’altra figlia tentò di affrancarsi dall’ingombrante figura paterna: Svetlana, figlia di Stalin arrivò negli Stati Uniti nel 1967 ansiosa di sentirsi libera di esprimere se stessa e la sua identità.

 

La morbosità nei confronti del padre ne fecero di lei una star, accolta sul suolo americano dai flash dei fotografi come una diva del cinema: lei, che da piccola adorava suo padre, era arrivata dall’altra parte del mondo per rinnegarlo e diventare il simbolo della libertà, stregata dalle lusinghe occidentali come una  Ninotchka moderna. Questa era l’immagine che i media erano pronti a restituire al mondo ma che, come spesso accade, non corrispondeva alla realtà. Svetlana era una donna bellissima e fragile allo stesso tempo, offuscata da una memoria crudele, come ci ricorda la biografia scritta da Béata de Robien “La malédiction de Svetlana” (Albin Michel). Una memoria che non le permise di perdonare suo padre per i crimini commessi, ma neppure di sentirsi completamente accettata in quell’altrove nel quale riponeva tante speranze. Da lontano gli Stati Uniti sembravano la terra promessa, ma da vicino si rivelarono tutt’altro. Eppure Svetlana tentò tutta la vita di trovare quella libertà e quella serenità che tanto le erano mancate, anche a costo di sfidare pregiudizi e luoghi comuni.

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