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Parole. Colori. E poi?

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Il desiderio sottende le storie raccontate, quelle che hanno ispirato egualmente, anche se con tecniche diverse, le opere di Agrin e Luigi: una tavoletta grafica percorsa dalle dita, per Agrin, a sentire dove il racconto si ferma o corre veloce, dove si illumina o si adombra, per creare un’immagine che travalicandolo lo rappresenti; un collage di immagini, per Luigi, che accostate spalancano un mondo nuovo, che parte dal racconto, ne è parte, all’inizio, perché alla fine ti accorgi che è qualcosa di più.

Una restauratrice di opere d’arte, Aspasia Formichetti, ci racconta le sue emozioni di fronte alle tele dell’omerica mostra che si è appena conclusa nella Sala Santa Rita, “Vita. Morte. E Poi?” di Agrin Amedì e Luigi Annibaldi.

Una parola da sola monta un suono. Scivola giù nella cavità dell’orecchio che come la puntina di un grammofono sa leggerne il solco tracciato, insieme alla polvere. La porta dentro dove trova lo spazio e il silenzio per farla suonare.
Due parole insieme già montano una storia. Un racconto è una sinfonia. La memoria dirige l’orchestra. I suoni di un racconto affilano i ricordi, come la vista.
Le parole montano colori. La luce penetra il nero della pupilla, che la assorbe e la porta dentro dove trova il tempo e il rumore. Il tempo di scaldare, il rumore per gridare, più forte, quando torna fuori, per vincere l’aria con un prisma arcobaleno.
Ed è così che il suono delle storie si scompone per ricomporsi immagine e colore, in una chiesa, quella di Santa Rita, ormai in pensione, smontata come un callo dai piedi dell’Aracoeli, ma rimontata, poi, sulle spalle del Teatro Marcello, per rendere, come uno zaino di scuola, più nitide a terra le impronte dei passi appesantiti dalle pagine portate.
Una chiesa smontata. Una chiesa rimontata. Identica, ma solo nell’apparenza, perché è cambiato lo spazio ed è mutato il tempo. In mezzo adesso c’è una strada che corre.
Fare e disfare. Azioni umane che ingannano il tempo e lo spazio che ci costringono vivi, tra il primo e l’ultimo respiro: tra la vita e la morte. E poi? E poi in mezzo c’è una storia che corre, da raccontare.
Racconti smontati. Racconti rimontati. Diversi, ma solo nell’apparenza, perché è cambiato lo spazio ed è mutato il tempo. In mezzo c’è l’arte che li fissa eterni.
Andare e restare, essere e diventare.
Le parole vanno, le immagini restano, ma le parole si fissano, le immagini cambiano.
Il vento sibila una storia, la porta via, anche lontano, ma le parole rimangono quelle. È il suono di chi la racconta che cambia, ma si fissa nell’orecchio di chi la ascolta ed è lì che si trasforma, ancora, plasmando chi l’accoglie.
La luce invece compone un’immagine impressa, che rimane immutata nel luogo che la rivela, pur cambiando nelle ombre delle ore trascorse da parte di chi la osserva e lì rimane, a definire per sempre chi la guarda.
Andare e restare, essere e diventare: nello stesso modo Agrin Amedì e Luigi Annibaldi fissano immagini dove le parole diventano colori, acuti e accesi, che colpiscono diretti perché hanno l’impellenza del dire. I loro quadri traducono storie: l’emozione provata, il senso raccolto, il messaggio inespresso, un sospiro nascosto. Vanno dritte e veloci, ma dentro aprono un varco dove il tempo rallenta e quasi si ferma: sono i due tempi del respiro: aria che entra, aria che esce. Sono i due colpi del cuore quando batte, sangue che entra, sangue che esce.
“Vita. Morte. E poi” Tra la vita e la morte c’è ognuno di noi. E poi? Il desiderio. Che sia puro o perverso, nobile o ignobile, alto o basso, cristallino o torbido, il desiderio è ciò che ci muove, che ci definisce, che ci cambia. Il desiderio sottende le storie raccontate, quelle che hanno ispirato egualmente, anche se con tecniche diverse, le opere di Agrin e Luigi: una tavoletta grafica percorsa dalle dita, per Agrin, a sentire dove il racconto si ferma o corre veloce, dove si illumina o si adombra, per creare un’immagine che travalicandolo lo rappresenti; un collage di immagini, per Luigi, che accostate spalancano un mondo nuovo, che parte dal racconto, ne è parte, all’inizio, perché alla fine ti accorgi che è qualcosa di più.
Come l’acqua sulla terra i colori di Agrin si espandono liquidi e creano macchie, masse, forme, che sommergono, inondano, che ti affogano da dentro per riportarti sulla riva, con un respiro che ti libera, e smarrito ti ritrovi e ti riscopri.
Come l’aria che gonfia il fuoco i colori di Luigi sono lingue appuntite che scolpiscono profili d’intelletto, come l’aria sulla roccia. Il fuoco ti brucia nella testa nitido, acceso, ironico e malinconico, con un calore che ti spoglia, e nudo ti rivedi e ti riconosci.
Queste le sensazioni provate davanti alle loro opere. Mi sono sentita smontata e rimontata. Il desiderio mi ha percorsa e mi ha trovata, antica e nuova, come un libro di colori illustrato da parole.
È stato un regalo per il quale devo dire, voglio dire, “ Grazie”.

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