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Non si ferma

di

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Un tuono improvviso, un suono sordo e ottuso, così sorprendente e distante che solo il tremore del terreno sotto al corpo lo rendeva concreto. “Guarda la nuvola di polvere, guarda dove si dirige una volta che è stata sollevata dall’esplosione”.

Un tuono improvviso, un suono sordo e ottuso, così sorprendente e distante che solo il tremore del terreno sotto al corpo lo rendeva concreto.
“Guarda la nuvola di polvere, guarda dove si dirige una volta che è stata sollevata dall’esplosione”.
Eravamo distesi dietro ai rovi secchi e spezzati, gli occhi del soldato ridotti a una fessura tra le rughe fitte, ripiene di terra. I miei erano doloranti, ora li strizzavo, sempre più forte, dopo averli spalancati, nel tentativo di spurgarli dal pulviscolo che una volta penetrato li stava mordendo. Era stato un errore, anche quello, mi spiegò.
Il vento soffiava via la montagna di terra e detriti e polvere da sparo che aveva invaso il panorama in pochi attimi, così rapida da precedere perfino il rumore dell’impatto e dell’esplosione.
“Ascolta”, mi disse allora, “ascolta e guarda”.
Avevo udito lo sbattere d’ali degli uccelli in fuga un istante prima dello squarcio nell’aria, avevo avvertito sulla pelle il soffio graffiante del velo di terra che correva radente il suolo, un pulviscolo di natura morta sospinto dal vento dell’epicentro, con il suo fischio leggero che proseguiva la fuga dopo averci scavalcati, unico ostacolo nella pianura brulla.
“Non ti distrarre”, mi disse il soldato, “non ti distrarre mai”.
Si passò la mano sul cranio sudato per spazzare via lo strato sottile di frammenti che vi si erano incollati .
Cominciai a tossire e a starnutire, annaspavo in cerca di un respiro che mi desse sollievo, ma la terra mi aveva riempito il naso.
“Hai respirato!”, mi rimproverò il soldato. “Hai respirato ancora! Ma vuoi morire soffocato? Allora buttatici dentro all’orrore e falla finita se è questo che vuoi!”
Forse ero proprio ciò che volevo? L’idea mi attraversò come un lampo eppure cercai di indietreggiare dentro la buca per sfuggire alla tormenta di terra e detriti che ancora soffiava e cercare un riparo, ora che ero cieco, per gli occhi che tenevo serrati, assordato dal tuono che mi aveva compresso i timpani e affamato d’aria con la gola arsa. Ma fui bloccato dai suoi artigli che mi tiravano il polso quasi a slogarlo: “Dove vai, qui devi restare. Dì cosa senti ora, dimmi cosa senti”
“Nulla” avrei voluto rispondere mentre le prime lacrime mi portavano via la terra dagli occhi, “nulla”. Invece sentivo, sentivo le grida in lontananza, prima fioche, distanziate, poi sempre più distinte, sempre più simili a ululati. Voci che urlavano dolore e imploravano aiuto. Una sirena, con il suono sguaiato che andava e veniva. E altre grida concitate, che si affastellavano tra rabbia e disperazione.
“Sento le persone”, azzardai. “Sento quelli rimasti vivi”.
“Non ascoltarli”, mi interruppe il soldato, “non ascoltare loro, ascolta più in alto e più lontano. Tieni il corpo aderente al terreno e vigila sul resto, aspetta le vibrazioni e l’odore del carburante. Sono gli aerei che stanno tornando. La seconda ondata. Quella c’è sempre. Tu devi andare dalla parte opposta, ti salvi solo se ti muovi nella direzione opposta”.
Sfilai la macchina fotografica dal suo riparo, alzai l’obiettivo e lo puntai dritto sul soldato, sulla quella sua maschera di pieghe indurite dall’aria sporca, dal sole e dagli orrori che aveva visto e che aveva compiuto.
Teneva fisso lo sguardo sull’orizzonte lontano, quella linea ideale squassata ora dalla potenza delle armi e della ferocia dell’uomo. Avevo bisogno di cogliere gli attimi significativi di quella ferocia, dovevo centrare l’essenza della guerra e della violenza e dei sentimenti stravolti. Avevo bisogno di trovare di più, ancora di più.
Un colpo d’aria bollente piena di terra mi investì il viso e istintivamente allontanai la macchina e affondai naso e occhi nel braccio. Così, steso e contratto, la tosse sgorgò dal profondo di me stesso, lì dove risiedeva la paura, dove l’orrore vissuto e documentato in tutti quei giorni ne aveva covato il guscio duro e fragile. Mi alzai in piedi all’improvviso, squarciato dalle convulsioni della tosse, alla ricerca di ossigeno più in alto, sempre più in alto.
Fu allora che avvertii il secondo tuono graffiarmi la cute e il sibilo cupo che lo rincorreva trascinarsi lontano da me, come una lunga pennellata nell’aria. Il mio corpo fu ribaltato da una spinta invisibile e quando la testa toccò il suolo fu una pietra ad accoglierla. Non so dire se vidi il buio in quel preciso momento o se il nero assoluto mi aveva già avviluppato prima ancora di cadere insieme a me.
Ma non ero morto perché il rumore dell’esplosione, quando arrivò, mi riempì le orecchie e spinse i timpani doloranti ancora più a fondo. Subito fui costretto a ingoiare una sorsata di liquido vischioso e caldo per non esserne soffocato. Era sangue, ed era mio.
Il soldato mi teneva sollevato il capo e con la sciarpa di cotone che fino ad allora era servita ad assorbire il sudore del collo e proteggere la macchina, me lo stava avvolgendo rapidamente. “Non è niente, non è niente”, disse a raffica. “Hai picchiato la testa, la testa fa molto sangue ma non è niente”.
L’impasto di umore rosso, terra e sudore si stava velocemente incrostando agli angoli degli occhi e della bocca. Il soldato mi aveva rimesso in piedi e tenendomi afferrato per un braccio mi costringeva a correre, a correre anche se inciampavo e ondeggiavo e mi sembrava di vagare nel nulla, poggiando malamente i piedi uno davanti all’altro su un pavimento in ebollizione.
Alzai lo sguardo e attraverso la cortina rossa di sangue capii che puntava a un gruppetto di alberi secchi e malati, un misero riparo dove accucciarsi.
“Siediti che ti pulisco”. Il soldato si muoveva con gesti sicuri.
Avevo una camicia arrotolata nella mia sacca, era sporca, come tutto il resto ma al suo comando gliela allungai. Lui ne strappò due strisce e se le adagiò su una coscia. Mi osservava la ferita della testa. “Non si ferma”, disse senza distogliere lo sguardo. Ci impiegai un po’ prima di capire che si riferiva al sangue.
Le pezze intrise cadevano tra la polvere. “Hai altri panni?”, chiese. Non ne avevo. Con il dorso della mano mi liberai le narici incrostate. La testa cominciava a battere e il dolore a farsi largo.
Non avevo più nulla con me , solo la macchina fotografica e due obiettivi nella borsa. Il resto, il sacco a pelo, i pochi vestiti e il computer erano rimasti nella casa del soldato, forse adesso distrutti per sempre, irrecuperabili, sepolti dalle macerie.
Aveva accettato di aiutarmi “perché il mondo deve vedere”, aveva detto.
I combattenti più giovani, la sera, mi chiedevano se avevo foto della mia città nel computer, poi se ne avevo di donne nude. Non ne avevo, erano delusi. Solo foto di guerra, della loro guerra che era diventata anche la mia.
Il soldato si è tolto la camicia e lo intravedo che strappa a brandelli la maglia che gli avevo visto indossare sotto. Il suolo si muove, trema e vibra. “Arrivano i carri armati?”, chiedo.
“Penso di sì”, lo sento dire. Le sue mani premono gli stracci contro la ferita, non riesco a vederlo ma ne avverto l’odore, il calore e l’affanno dal petto nudo così vicino alla mia faccia.
“Non si ferma, il sangue non si ferma”, ripete a se stesso.
“Fammi una foto”, gli dico allungandogli l’apparecchio. È ammaccato ma si accende. Mi sembra improvvisamente troppo pesante per il mio braccio. “Voglio vedere la ferita”, mi sento biascicare.
Il soldato mi guarda negli occhi e per la prima volta è incerto. Lancia un’occhiata dietro alle spalle. La terra vibra. I carri si stanno posizionando. Esita. Poi afferra la macchina, se la aggiusta sul viso, scatta. È sporco, è rosso, sempre più rosso, sempre più scuro, denso e buio.

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