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Sulle virtù dell’imperfezione

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Cosa c’è di sbagliato nell’ingegneria genetica? Se lo chiede Michael Sandel, professore di filosofia ad Harvard.

La prima cosa da dire su Michael Sandel è che è un filosofo. La seconda è che non è un filosofo come gli altri: le sue lezioni ad Harvard sono sempre affollate perché a differenza di molti  colleghi non si limita a spiegare le teorie di Kant e Schopenhauer ma le applica alla vita quotidiana, con esempi concreti e domande accessibili a tutti. Nel suo libro “Contro la perfezione. L’etica nell’età dell’ingegneria genetica” (Edizioni Vita e Pensiero) la domanda che pone a tutti noi è una sola: cosa c’è di sbagliato nell’ingegneria genetica? Cosa c’è di moralmente disturbante nel voler migliorare le nostre imperfezioni umane e controllare ciò che appare incerto? Per rispondere a questa domande Sandel ci avverte di usare le categorie giuste: le ragioni che dovrebbero spingerci ad opporci alla libertà individuale di migliorare noi stessi non vanno ricercate nella giustizia o nell’uguaglianza bensì in qualcos’altro. Qualcosa che il filosofo chiama “etica del dono”, ossia l’accettazione di ciò che ci è stato dato, senza voler intervenire per modificarlo. Potrebbe sembrare costrittivo ridurre le nostre possibilità ai doni della natura, ma in realtà il pensiero di Sandel si spinge oltre. Quello a cui assistiamo è solo un grande inganno, del quale siamo tutti inconsapevolmente vittime: cambiare per adattarci al mondo è la forma di schiavitù più grande che possiamo conoscere, l’alienazione più profonda per l’umanità. Convinti di liberarci dalle catene della disuguaglianza che la natura ci ha dato, siamo in realtà vittime di valori economici, sociali e politici. Ricerchiamo una perfezione illusoria, che ha in realtà il sapore amaro della sottomissione a valori e modelli che non ci appartengono, ma che subiamo passivamente. Sandel ci ricorda che l’imperfezione è la forma più autentica di libertà.

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